Recensione. PACIFIC RIM: tornano i mostri alla Godzilla e King Kong, ed è un gran spettacolo

PACIFIC RIMPacific Rim, un film di Guillermo Del Toro. Con Charlie Hunnam, Idris Elba, Rinko Kikuchi, Charlie Day, Rob Kazinsky, Max Martini, Ron Perlman. Al cinema da giovedì 11 luglio 2013.PACIFIC RIM
In un futuro non lontano, il mondo viene assalito da mostri giganteschi venuti dagli abissi marini. Si contrattacca con macchine giganti guidate da coppie di piloti. Guillermo Del Toro azzecca un monster movie che rinnova i fasti, e l’impatto emozional-spettacolare, dei vecchi bestioni alla King Kong e Godzilla, utilizzando al meglio CGI e 3D (di cui ti dimentichi subito, ed è la cosa migliore che se ne possa dire). Se il plot è assai déjà-vu (diciamo un Robocop vs Godzilla), Del Toro stravince con la magnificenza visiva e le molte citazioni cinefile. Voto 7 e mezzo
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I Kaiju (vocabolo giapponese) sono mostri giganteschi, sorta di dinosauri d’acqua che emrgono dagli abissi marini a spaventare come l’antico-testamentario Leviatano. Gli Jaeger (vocabolo tedesco che vuol dire cacciatori) sono i titani meccanici costruiti dall’umanità sotto minaccia dei Kaiju per contrastarli, qualcosa tra Robocop, i Trasformers e Goldrake (e un po’ Iron Man). Pacific Rim è la guerra degli jaeger, macchine d’attacco guidate all’interno da due piloti in connessione cerebrale tra loro, contro l’invasione dei kaiju. Puro monster-movie, che scientemente si riallaccia alla tradizione bestiale dei vari King Kong, ma soprattutto di quella pop-giapponese di Godzilla per replicarne il gigantismo, la fascinazione e il terrore sul pubblico. Intrattenimento senza se e senza me, ecco. E Pacific Rim funziona molto bene, niente da dire, due ore di scontri furibondi dove certo tutto è altamente prevedibile (il plot non ha uno scarto rispetto allo schema narrativo del genere) ma in cui, anche grazie alla combinazione dell’Imax e del 3D (se potete, vedetevelo così), lo spettacolo non ha un attimo di stanca. Se c’è un po’ di ripetitività, il tasso di lambiccamento e seriosità ed elucubrazione è però assai inferiore alla media recente di film similari, intendo Star Trek – Into Darkness e Man of Steel. Qui al massimo ci si strizza un attimo il cervello per capire cosa diavolo sia quel drift di cui si parla e straparla, ovvero la bi-conduzione degli jaeger con comunicazione cerebrale e inconscia dei due guidatori (condivisione di ricordi e quant’altro), e però di fronte ai contorcimenti, chessò, di un Inception, trattasi in fondo di robetta semplice semplice. La trama, le trame, procedono da personaggi basici, così basici da somigliare a prototipi narrativi puri, a mere funzioni: l’Eroe, il Capo Burbero e Roccioso, lo Spaccone, il Genio Pazzo, l’Eroina che qui, visto che siamo nella iper modernità, alla carineria aggiunge determinazione e combattività da masculo. Ecco, mettete in azione e in connessione queste figure, come in una mano di tarocchi, e avrete la narrazione di Pacific Rim. A far fare un bel salto al film è però la magnificenza visiva, che va anche oltre da quel che ci si aspettava dal pur talentuosissimo suo regista, il messicano Guillermo Del Toro del Labirinto del fauno e molto altro, presente in tanto cinema di visioni e di fantasie dell’ultima decade, un maestro a modo suo. Devo dire che Del Toro maneggia la possanza di una produzione colossale, proprio gigantesca come questa, con una perizia e un controllo altissimi. CGI utilizzata al meglio, senza quegli effetti fastidiosi di eccessiva e fintissima pulizia grafica che tanto spesso aduggiano anche prodotti di serie A, 3D di cui, semplicemente, dimentichi l’esistenza godendone però i risultati. Ogni inquadratura, ogni scena pulsa di una sotterranea energia, di una inesausta vitalità. Mi ha sempre colpito di Del Toro non tanto la sua quasi naturale, genetica propensione al fantastico e a trasformare in sur-reale e sub-reale ogni elemento di realtà, ma il suo penchant verso tutto ciò che è organico, organismo vivente: le piante e in generale il vegetale, da cui mi pare ossessionato (vedi soprattutto il Labirinto con i suoi meravigliosi deliri di forme botaniche), e poi l’animale, e l’acquatico. I primi cinque-otto minuti sono una meraviglia, con quegli oceani che si aprono e partoriscono le creature mostruose, un incipit tra i migliori dei blockbuster ultimi. Pur attratto dal barocco e dall’accumulo di dettagli e segni, pur tentato di saturare lo schermo e lo spazio, Del Toro risce comunque a mantenere agilità e pulizia anche nelle parti più sfrenatamente sceniche, penso a quella – bellissima – dei bassifondi dove prospera il commercio illegale di pezzi dei mostri kaiju, una Chinatown al massimo di ogni laidezza, una specie di Shanghai anni Trenta in versione avveniristico-sci-fi ambigua e tentacolare. Ma altrettanto belle sono le parti nella grande officina, nell’hangar dove si ricostruiscono e aggiustano i combattenti jaeger, spazi da smisurate cattedrali industriali di una volta, pieni di ferraglie, catene, ganci, rugginosi come un enorme cantiere navale dismesso. Molte e vertiginose le citazioni. L’heavy metal livido e truce-fiammingo di Paul Verhoeven, inanzitutto, con i suoi Robocop e Starship Troopers. I Godzilla anni Sessanta made in Japan (e i cartoni anni Ottanta: Mazinga, Goldrake). Soprattutto, si indovina una devozione verso Blade Runner, la cui parte diciamo così orientale è qui riproposta e riprodotta quasi filologicamente, con tanto di uomini e donne deambulanti sotto la pioggia battente con i loro ombrelli. E la scena in cui appare l’eroina Mako Mori sul molo è puro Ridley Scott. Qusto film, come dice argutamente Marco Albanese di Stanze di cinema, è la guerra dei robottoni, e però, dico io, ci sono robottoni e robottoni. Questi, semplicemente, son da vedere, e garantisco che non ci si stanca. Sugli attori ovviamente vincono giganti e mostri, e però Idris Elba come roccioso Stacker Pentecost (chissà chi ha avuto l’idea di chiamarlo così) è doveroso citarlo. Frasi: “Non siamo più un esercito, siamo una resistenza” (detto dagli addetti agli jaeger quando il supergoverno mondiale decide di pensionare le macchine e relativo staff); “I numeri sono quanto di più vicino ci sia alla grafia di Dio” (detto dal matematico pazzo che sembra non azzeccarci mai sull’invasione dei mostri e invece ci azzecca sempre).

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