Cannes 2013. Recensione: ‘I manoscritti non bruciano’ dell’iraniano Mohammad Rasoulof. Un j’accuse al regime nei modi del thriller

048446I manoscritti non bruciano (Dast-Neveshtehaa Nemisoozand – Les manuscripts ne brûlent pas – Manuscripts don’t Burn), un film di Mohammad Rasoulof. Selezione Ufficiale Un certain regard.048445
In una livida Teheran, due sicari di regime vanno a caccia di dissidenti da far fuori. Una coppia stolida e di assoluta opacità morale tra Pulp Fiction e Il calapranzi di Pinter. Un film che è un j’accuse molto deciso al regime iraniano. Girato in semicandestinità e con parecchi rischi per il regista Rasoulof. Importante non solo per la sua carica di denuncia, ma anche per la struttura narrativa a incastro per niente convenzionale. Una delle cose migliori viste a Un certain regard, e però uscitane senza premi. Peccato. Voto tra il 7 e l’8

Il regista Mohammad Rasoulof a Cannes

Il regista Mohammad Rasoulof a Cannes


Avrei scommesso che si sarebbe beccato uno dei premi della sezione Un certain regard, invece niente. Zero tituli. Peccato. Questo film, girato in condizioni difficilissime (esterni filmati in clandestinità a Teheran, interni ad Amburgo), un vero film samizdat che è un j’accuse assai deciso e pesante al regime degli ayatollah, avrebbe meritato un riconoscimento. No, mica soltanto per il coraggioso atto di resistenza e, ebbene sì, di denuncia (ogni tanto certe vecchie parole e categorie vanno ritirate fuori: quando ce vo’ ce vo’), ma per motivi anche squisitamente filmici, per come questo I manoscritti non bruciano – il titolo in farsi è impossibile e impenetrabile – è girato e ci racconta la sua storia. Una volta tanto che l’engagement si accompagna a una struttura narrativa non convenzionale e a qualche bella invenzione la giuria preposta al giudizio non premia? Così va il mondo o, almeno, così vanno i festival.
Ci sono altre cose da dire, altre premesse da fare prima di entrare nel vivo del commento a questo lavoro. Innanzitutto a proposito del regista Mohammad Rasoulof, uno cui il regime ne ha fatte di ogni: condanna nel 2010 a sei anni di galera, pena poi ridotta in appello; interdizione per vent’anni di girare, esattamente come al suo collega – però più famoso e mediatizzato di lui – Jafar Panahi. Comunque non proprio uno sconosciuto, Rasoulof, 40 anni e qualcosa, con parecchi film alle spalle di cui almeno un paio entrati nel circuito di festival che contano, L’isola di ferro e Adieu (presentato a Cannes 2011). Per aggirare l’impedimento a girare Rasoulof per questo I manoscritti non bruciano si è arrangiato con delle riprese un po’ in Iran e un po’ in Germania, con un pugno di attori fedeli che, terminata l’impresa, hanno tutti lasciato il paese per motivi di sicurezza. Missione così pericolosa che film e autore sono stati inizialmente tenuti segreti a Cannes e annunciati nella selezione ufficiale di Un certain regard sotto la voce Anonymous, e solo in un secondo tempo svelati. Comunque, Rasoulof si è palesato sulla Croisette insieme ad alcuni degli attori per presenziare alla proiezione. Che non ha per niente deluso, anzi.
Si comincia da una periferia metropolitana degradata, da una terra di nessuno desolata in cui si muovono due uomini. Capiamo che hanno appena ammazzato qualcuno, ma chi sono? E chi è la vittima? Li vediamo salire in macchina, scappare, muoversi in una città che man mano intuiamo essere Teheran. Tra discorsi di ordinaria quotidianità e banalità, e di preoccupazioni non ordinarie (uno, Khosrow, non parla che della moglie e del figlio malato e bisognoso di cure costose, l’altro, Morteza, cerca di rassicurarlo), ci rendiamo conto che i due sono dei sicari. Ma per conto di chi? Quel loro smalltalk, quel loro parlare banale mescolato alla glaciale e impersonale ricostruzione degli assassinii e alla meticolosa messa a punto del prossimo killeraggio, quella loro opacità morale, quella banalità del male che sembra abitarli, non può non ricordarci i disgraziati protagonisti di Pulp Fiction Samuel Jackson-John Travolta (anche se qui di pulp e ironie non vi è traccia, intendiamoci) e anche Ben e Gus, i sicari del Calapranzi di Harold Pinter. Poi, capiremo tutto. Capiremo che Khosrow e Morteza fanno il lavoro sozzo, commissionato da un truce sgherro fighetto della polizia segreta, di uccidere i dissidenti al regime degli ayatollah. Anzi, di dissidenti assai speciali. È, questa della stolida coppia, la miglior invenzione drammaturgica del film di Rasoulof, in grado di trasmetterci tutta l’abiezione di un regime, di farci capire come il totalitarismo degli ayatollah (come tutti i totalitarismi del resto) sia penetrato nelle coscienze e le abbia corrotte, trasformando i cittadini più deboli o più disposti a vendersi l’anima in servi, spie, collaborazionisti. I due uccidono senza remore, perché così vien loro chiesto, perché quello è il loro lavoro, e perché il povero Khosrow, il più disgraziato dei due, possa pagare le cure per il figlio. Viene in mente, in tanta opacità, anche il commando di killer mandato in Francia a uccidere il ledaer antifascista del lontano e sempre bellissimo Il conformista di Bernardo Bertolucci, perché in fondo tutti i regimi si assomigliano, e i loro servi pure. L’altra parte del film – in un alternarsi di punti di vista e di angolazioni narrative parecchio interessante – ci mostra invece i possibili bersagli dei killer, alcuni scrittori dissidenti, o comunque non allineati. Scomodi, seppur diversamente scomodi tra loro. Hanno però in comune una trmenda esperienza passata, l’essere stati tutti su un autobus che il regime aveva deciso di incidentare: caduta in un precipizio di montagna, e tutti morti i fastidiosi intellettuali che ci stavano dentro. Solo che unq qualcosa andò storto nell’orrido piano, il bus si fermò sull’orlo del precipizio, e i passsegeri sopravvissero. Ora uno di loro ha deciso di raccontare quella turpe faccenda in un libro, e così comincia la caccia da parte dei due sicari: a chi l’ha scritto, a chi ha messo le mani su quel manoscritto, a chi, essendo stato a sua volta sull’autobus maledetto, potrebbe raccontare la stessa storia. Sproremo anche una precisa connessione tra i cacciatori, le prede e la storia del bus. Rasoulof è parecchio bravo nel raccontarci il tutto nei modi che son quelli del cinema iraniano autoriale (una certa lentezza, una certa enfasi sulle figure degli intellettuali, una certa retorica nel presentarci la Nobiltà e il Coraggio del dissenso), ma anche, più sorprendentemente, quelli del thriller e perfino dell’action. Con una struttura narrativa a inastro progressivo assai efficace. Con rivelazioni e connessioni che emergono a poco a poco, tenenndoci coinvolti e avvinti. Questo è un film di denuncia che sa comunicare al pubblico il suo doveroso messaggio senza però stancare e annoiare. Riuscendo a restituiri il clima cupissimo di un paese dove parlar chiaro può costare parecchio. Le sequenze dell’uomo rapito (di cui, come in ogni giallaccio che si rispetti, solo più tardi scopriremo l’identità, e le ragioni del rapimento), di come si cerchi di ucciderlo sulle rive di un fiume di montagna, di come ci si libera di un bambino scomodo testimone, sono quanto di più agghiacciante si sia visto ultimamente al cinema. Un atto d’accusa contro Teherean durissimo e davvero di gran coraggio. Châpeau. E massimo rispetto per Rasoulof. Oltretutto pare che questa storia sia in parteispirata a fatti reali, e comunque di intellettuali fatti fuori o incarcerati o ridotti al silenzio ce ne son stati molti negli ultimi vent’anni in Iran.

 

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