Mostra di Venezia 2013: il programma delude abbastanza. E speriamo che la visione dei film ci faccia cambiare idea

'Gravity' di Alfonso Cuaron con George Clooney: aprità il 27 agosto la 70esima Mostra del cinema di Venezia

‘Gravity’ di Alfonso Cuaron con George Clooney: aprità il 27 agosto la 70esima Mostra del cinema di Venezia

'The Zero Theorem' di Terry Gilliam. in concorso

‘The Zero Theorem’ di Terry Gilliam: in concorso.

Scarlett Johansson in 'Under the Skin' di Jonathan Glazer: in concorso.

Scarlett Johansson in ‘Under the Skin’ di Jonathan Glazer: in concorso.

Sì, certo, davanti al programma (annunciato lo scorso giovedì 25 luglio) della mostra del cinema di Venezia prossima ventura  – partenza il 28 agosto, premi il 7 settembre – ci si può compiacere, come ha fatto buona parte della stampa nazionale e non popolare, per i tanti nomi illustri in concorso e per i promettenti talenti, e per la novità dei due-documentari-due, e per i tre film italiani con in testa Amelio al debutto nella commedia ecc. ecc. Si può applaudire al direttore artistico Alberto Barbera per l’abilità diplomatica e la duttilità dimostrata, per la sapienza nel miscelerare e contemperare anime e diversità e cinematografie ecc. ecc. Ma, chiamandosi fuori dal coro, si potrà sommessamente, educatamente dissentire e smarcarsi dai laudatores e plaudatores e dire che ci si aspettava di più e di meglio? Che la selezione ufficiale dei 20 film in concorso è di sicuro dignitosissima, ma abbastanza deludente e al di sotto delle aspettatative?
Vero, il programma di un festival di cinema lo giudichi quando vedi, e ogni previsione e illazione basata sulla semplice lettura della lista rischia di essere come le proiezioni elettorali a seggi appena chiusi: purissima fuffa. Esempio: chi mai si aspettava quest’anno a Cannes che Kéchiche facesse il botto con La vie d’Adèle dopo il suo precedente e deludente Vénus noire? O che un venerato maestro come Haneke, che pareva aver già dato il meglio di sè, potesse tirar fuori a Cannes 2012 una cosa della potenza di Amour? In fondo, anche l’anno scorso a Venezia la massima sorpresa, poi confermata dal successo sul mercato americano, è stato Spring Breakers di Harmony Korine sul quale quasi nessuno, soprattutto tra gli italiani (me compreso), avrebbe puntato. Allora: premesso chiarissimamente e fortissimamente che ogni valutazione effettuata sul menu di questo Venezia 70 (sì, 70 anni, il primo cinefestival al mondo, un primato italico di cui ogni tanto ci dovremmo ricordare) rischia di fare la fine degli exit poll di un istituto di sondaggi qualsiasi, diciamo lo stesso la nostra: anche rischiando la figuraccia.
Mancano i film-evento. Mancano Nymphomaniac di Von Trier, Scorsese, il nuovo Steve McQueen, il nuovo Malick. Fra tanti nomi anche altisonanti che la selezione ufficiale allinea (Miyazaki, Terry Gilliam, Tsai Ming-Liang), e tra tanti titoli presumibilmente interessanti, manca il botto. Quel film in grado di far salire la colonnina dell’attesa, di creare discussioni, dibattiti, passioni e incazzature, insomma il film che fa notizia ancora prima, anzi soprattutto prima, del suo apparire. L’anno scorso furono To The Wonder di Terrence Malick e The Master di Paul Thomas Anderson ad attizzare. Quest’anno si sperava che a far da detonatore ci fosse Nymphomaniac, il film dichiaratamente di sesso esplicito di Lars Von Trier. In concorso o fuori concorso, avrebbe fatto fremere accreditati e pubblico, e fatto parlare del festival anche nel più remoto angolo della Mongolia o del Paraguay. Invece niente Lars Von Trier. Va bene, ce ne faremo una ragione. E però almeno il nuovo Martin Scorsese con DiCaprio The Wolf of Wall Street non lo si poteva avere? E Rush di Ron Howard, tornato a collaborare con lo sceneggiatore Peter Morgan come ai tempi di Frost/Nixon? Io poi, dopo essermi entusiasmato al Lido un paio d’anni fa per Shame (che a mio parere si sarebbe meritato il Leone d’oro al posto di Sokurov), ero in fremente attesa del nuovo Steve McQueen Twelve Years a Slave, con ancora Michael Fassbender e tanto di cameo di Brad Pitt. Anzi, davo per scontato che a Venezia ci sarebbe stato. Invece, nisba anche qui: il film è stato annunciato per Toronto, e così il red carpet veneziano si perde la coppia Fassbender-Pitt, non so se mi spiego. Altra occasione mancata, il molto chiacchierato The Dallas Buyers Club del canadese Jean-Marc Valléee (che non è un gran regista, ma non è questo il punto) con Matthew McConaughey nella parte di un omofobo che si scopre malato di Aids: parte per la quale l’attore ha perso oltre trenta chili, e già questa è una notizia di quelle che fan parlare i media e attirano il pubblico e riempiono le conferenze stampa. Oltretutto la risalita d’attore di McConaughey era cominciata proprio a Venezia due anni fa con Killer Joe di William Friedkin, dunque si pensava che non gli sarebbe dispiaciuto venire. Macchè, anche il suo film salta il Lido e va dritto a Toronto. Altra presenza che si dava nei giorni scorsi per probabile era quella del nuovo Malick, Knights of Cup. Invece, altra casella vuota. Signora mia, ma l’evento dov’è?, si chiederà la P.R. media e unica, e anche il giornalista medi0, se è per questo. Il quale, dovendo scrivere un pezzo sul programma veneziano e venderlo ai suoi lettori, su cosa mai potrà puntare? Su Amelio, Miyazaki, Terry Gilliam, Emma Dante, Jonathan Glazer? Con tutto il rispetto, non son nomi che scaldano il cuore.
Please, un po’ di glamour e di divi in più. Mon Dieu, c’eran pronti due biopic su cui i giornalisti e le giornaliste soprattutto si sarebbero subito avventate come corvesse fameliche, quello di Diana e quello di Grace di Monaco, il primo con Naomi Watts il secondo con Nicole Kidman. Ma scusate, vertici veneziani, almeno uno non era il caso di accaparrarselo? Così, per fare grancassa e glamour e anche un po’ casino, con tante domande anche sceme alla conferenza stampa e il ronzio di tutte le videocamere di tutte le tv del mondo. Certo, Alberto Barbera a Roma ci ha tenuto sottolineare (stando a quanto riportato da alcuni quotidiani) l’imprinting autoriale della mostra lasciando intendere come le star non stiano in cima alle preoccupazioni veneziane: prima la qualità dei film, anche perché far venire le star costa. Sarà, però a me pare rinunciatario e perdente nei confronti di Cannes, che invece il suo red carpet, anzi la sua montée des marches se la coltiva con cura maniacale, e poi scusate, che discorsi sono? Come dire che Venezia pensa alla cultura e Cannes alle paillettes, che è contrapposizione falsissima e pure perniciosa. Come se il festival di Venezia non fosse nato ai tempi del conte Volpi anche per avere un po’ di lustro e di lustrini e di glamour. Le star sono consustanziali a ogni festival, anche alla dotta e austera rassegna del Lido, e più ce n’è meglio è, e meno ce n’è peggio è. Venezia deve tornare a essere un richiamo per i nomi grossi, mica lasciarli tutti a Cannes. La sfida con quello che è oggi il massimo festival al mondo (primato gentilmente servitogli su un piatto d’argento da Venezia allorché si autodistrusse con la contestazione nei primi anni Settanta) deve essere incessante e a tutto campo. Dobbiamo essere i primi, dobbiamo essere come Cannes, anzi meglio. Punto. Come? Non lo so, ma quello dev’essere l’obiettivo. Se cominciamo col lamento che loro hanno i soldi e noi no, che loro hanno le strutture  e noi no (mica tanto vero, il Palais è ormai una bolgia), non se ne esce più. Perdente ripetersi il solito mantra autoconsolatorio: sì, loro hanno i titoli più roboanti e i divi, però noi ci teniamo la cultura, il cinema alto-autoriale, i nuovi da scoprire e su cui scommettere. Loro raccolgono il già conosciuto e consacrato, noi facciamo scouting ed esploriamo nuove strade. Sorry, questo vuol dir rinunciare alla lotta, ripiegare e accettare una condizione di subalternità, rinchiudersi in una nicchia.
Sfidare Cannes e Toronto. Scusate se ripeto e insisto: la sfida a Cannes va lanciata a tutto campo, su tutti i fronti e con ogni mezzo, e va lanciata subito. Sennò Venezia farà la fine delle nostre squadre di calcio più blasonate, un tempo egemoni in Europa, oggi periferiche. Perché il nostro sistema-pallone ha commesso errori colossali come il rimanere ancorato a modelli di business vetusti (gestione familiare, marketing insufficiente, niente stadi di proprietà ccc.), e non ha più le risorse sufficienti per attirare i grandi giocatori. I quali se ne vanno tutti nei campionati di Inghiltera, Spagna e adesso Germania. La storia di Venezia mi sembra, purtroppo, straordinariamente simile. Anche la mostra rischia di trovarsi sull’orlo di un downgrading, non più ai vertici della Champions League, tant’è che già i grossi puntano solo a Cannes, anzi c’è già chi punta diritto su Toronto saltando a piè pari il Lido (vedi sopra: Steve McQueen, Ron Howard, Jean-Marc Vallée). Toronto: altro punto dolentissimo. Un festival non competitivo (il premio più importante viene assegnato dal pubblico) e diventato però con i decenni una vetrina mostruosa per ricchezza e varietà e qualità, praticamente tutto il meglio del cinema mondiale che va lì a presentare i suoi gioielli in apertura del nuovo anno cinematografico. E Venezia ne risente in molti modi. Per le date, innanzitutto. Toronto incomincia a Venezia ancora in corso (quest’anno al Lido si finisce il 7 settembre, a Toronto si apre il 5), il che induce moltissimi giornalisti dell’area anglofona, americani in testa, a stare al Lido la prima settimana, e poi a involarsi per il Canada. Con la conseguenza, anche se nessuno lo ammetterà mai nemmeno sotto tortura, che i titoli più succosi vengono ammassati al Lido i primi giorni perché le grandi firme li possano vedere (che è, a ben guardare, quanto succede a Milano con le sfilate di moda: visto che le giornaliste americane si fermano solo i primi giorni e poi vanno a Parigi, le griffe maggiori si ammassano in quelli). Che poi, perché mai andare a Venezia – si chiederanno in molti – quando pochi giorni dopo puoi vedere tutto o quasi al TIFF? Sì, Venezia riesce a spuntare su Toronto qualche prima mondiale, ma dà l’impressione di essere sempre più in affanno, incalzata da un festival opulento e agressivo. Non so cosa si possa fare per combattere la concorrenza della megarassegna canadese, la cui crescita inarrestabile è dovuta alla mutazione del mercato e della natura delle kermesse cinematografiche: oggi contano sempre di più i festival-vetrina, i festival-mercato, i festival-piattaforma di lancio rispetto al modello primigenio del festival autoriale e d’élite. Ma almeno si potrebbe ritoccare un attimo i rispettivi calendari, in modo che non ci siano le attuali sovrapposizioni. Impresa immagino assai difficile, ma perché non provarci?
Va bene, dimentichiamoci il modello Cannes e andiamo a vedere il buono che ci sarà al Lido. Ecco, il senso di insoddisfazione che si prova a scorrere i titoli della selezione ufficiale di Venezia 70, è dovuto alla mancanza di titoli e nomi di pesante impatto mediatico in grado di convogliare e moltiplicare l’attenzione. Il modello Cannes, macchina sempre più efficiente e lanciata ad alta velocità, sembra purtroppo lontano e irraggiungibile. Mentre la formula Venezia, con il suo programma di scoperta e ricerca, con la sua attenzione al cinema di qualità (scusate l’orrida definizione, ma è giusto per intendersi), si avvicina più a quella di Locarno e Berlino, festival degnissimi, tra i primi dieci al mondo, e in costante crescita e consolidamento per offerta e prestigio, ma che non sono Cannes. Se ci sta bene questo modello, quello autorial-cinemaniaco e poco vetrina e market, allora sì che possiamo trovare degnissimo e adeguato il programma di quest’anno al Lido. Un programma per cinefili e malati di cinema, che possono scorrazzare tra parecchie meraviglie e curiosità annunciate dentro e fuori la competizione, e in una rassegna seconda ma non minore come Orizzonti.
I venerati maestri e i maestrini. I titoli del concorso sono 20 e per la prima volta, come detto sopra, ci sono due documentari, uno dell’americano Errol Morris sull’ex segretario della difesa dell’era Bush, il falco Donald Rumsfeld, The Unknown Known, il secondo dell’italiano Gianfranco Rosi sul Grande Raccordo Anulare romano, Il sacro GRA. Il che, se non è un riempitivo dovuto a cause di forza maggiore e carenza di titoli interessanti, va anche bene. I doc sono ormai una presenza importante ai festival, per es. l’anno scorso a Locarno uno dei due film migliori è stato proprio un doc, Leviathan (l’altro era L’ultima volte che vidi Macao). Nutrito il gruppo dei nomi già conosciuti, così conosciuti che non ci si aspettano da loro sconvolgenti sorprese. Gianni Amelio, che porta la sua prima commedia (starring Albanese), L’intrepido, ha già vinto un Leone d’oro con Così ridevano, così come l’ha vinto molti anni fa il taiwanese Tsai Ming-Liang con Vive l’amour!, adesso presente con Stray Dogs. E tra tutti i nomi consolidati di questa Venezia quello di Tsai Ming-Ling è il mio preferito, quello che considero il più importante e influente, e da lui mi aspetto parecchio. Torna al Lido, suo festival d’elezione, anche l’israeliano Amos Gitai. Torna un uomo dai molti successi come Stephen Frears, e il suo Philomena, prodotto dall’astutissimo Harvey Weinstein, si inserisce in quel rigoglioso filone sulla terza e quartà età, in quei Baggina-movies tipo Marigold Hotel e Quartet che hanno sbancato il box office angloamericano negli ultimi anni. Stavolta Judi Dench (già in Marigold per l’appunto) è una signora che si mette alla ricerca del figlio portatole via molti decenni prima. Un feuilleton che si presenta sulla carta come il film più facile e mainstream del concorso, e possibile gran successo di pubblico sul mercato internazionale. Con Den già naturalmente candidata alla Coppa Volpi. Ma ovviamente il maestro dei maestri è il 72enne giapponese Hayao Miyazaki, in competizione con il suo nuovo film d’animazione. Un autore che io adoro, ma che senso ha metterlo in concorso? Che mica gli si può rifiutare un premio, bello o brutto che sia il suo film, vista la carriera che ha alle spalle e le tante meraviglia che ci ha dato. Nome ormai da enciclopedia del cinema anche il francese Philippe Garrel (La Jialousie, con il figlio Louis), le cui parentele con la Nouvelle Vague di sicuro scalderanno il cuore del presidente della giuria Bernardo Bertolucci. Ultimo, ma non il minore dei maestri in campo, è Terry Gilliam, da anni immerso in un cinema autoreferenziale e celibe, in una sorta di bolla visionaria senza più molte connessioni con realtà se non la propria interiore, che a Venezia porta The Zero Theorem (il plot lascia pensare a un ennesimo delirio, ma stiamo a vedere) con il bioscarizzato tarantiniano Christophe Waltz, Tilda Swinton e Matt Damon. La stampa anglofona già freme all’idea, speriamo di fremere anche noi alla visione.
La presenza italiana (ma perché Andrea Segre non è in concorso?). Di Amelio si è detto, del documentario Il sacro GRA pure. Il terzo nome italico del concorso è Emma Dante, regista teatrale palermitana molto etno-internazionale, qui al suo esordio al cinema con Via Castellan Bandera, e c’è da aspettarsi, avendo visto qualcosa di suo a teatro, molto Sud ribollente e colorato, molto Mediterraneo di calde passioni e torridi istinti, con qualcosa tra Lina Wertmüller e Roberta Torre. Stiamo a vedere. C’è invece da chiedersi come mai Andrea Segre, autore di uno dei pochi nostri film che abbiano avuto negli ultimi anni una qualche circolazione europea, Io sono Li, sia stato messo con il suo La prima neve nella sezione Orizzonti e non in concorso (come si stenta a capire perché mai in competizione ci sia il documentario su Rumsfeld e non quello attesissimo su Lance Armstrong, The Armstrong Lie, proiettato fuori concorso. Lo stesso dicasi per il documentario-monstre di quasi quattro ore del cinese Wang Bing, vincitore l’anno scorso di Orizzonti, anche quello non in competizione).
I nomi rampanti, le possibile sorprese. Il resto dei 20 film della competizione riserva in my opinion le cose più interessanti, quelle che potrebbero fare il botto, rivelare o certificare la grandezza di un autore, lanciarne di nuovi. Personalmente mi aspetto parecchio dal québecois Xavier Dolan, 24 anni, gay dichiarato, già autore di film bellissimi presentati a vari Cannes, ed esordiente adesso a Venezia con Tom à la Ferme, in cui ancora una volta tratta di omosessualità. In competizione pure l’infaticabile James Franco (James, ma quanti film fai? ma come fai?) che, dopo aver portato quest’anno a Berlino alla sezione Panorama Interior: Leather Bar e a Un Certain Regard a Cannes As I Lay Dying, scende anche a Venezia con Child of God, cuperrima storia tratta da Cormac McCarthy di cui è regista e interprete. Occhio a Miss Violence del greco Alexandros Avranas, sul suicidio di una ragazzina undicenne: il cinema greco è tra i più interessanti, perturbanti, innovativi dell’intera scena mondiale. Dopo nove anni torna il regista di Birth, Jonathan Glazer, con uno strano sci-fi di cui in America molto si parla, Under the Skin, con una Scarlett Johansson che porterà un po’ di sano glamour al Lido. Night Moves della molto indie Kelly Reichardt è una storia di ecoterrorismo (ma non somiglierà un po’ troppo a The East?) che potrebbe piacere parecchio. Promosso in concorso anche David Gordon Green con Joe (protagonista Nicolas Cage), dopo che a Berlino il suo Prince Avalanche gli ha procurato il premio per la miglior regia. Un nome assai cool, e anche discusso, del giornalismo americano come Peter Landesman arriva con il suo Parkland, più storie e personaggi intorno all’attentato di Dallas a Kennedy: un outsider che potrebbe fare centro. Restano il fluviale tedesco La moglie del poliziotto (tre ore e passa di implacabilità e meticolosità teutoniche su una povera moglie abusata) e Les Terrasses dell’algerino Merzak Allouache, già autore dell’interessante ma non proprio travolgente Le repenti. E con il concorso c’est tou.
Oltre il concorso principale. Programma ricchissimo, tra Fuori concorso e la sezione Orizzonti: decine e decine di film, impossibile segnalarli tutti. Vado veloce, partendo dalla lista del fuoriconcorsisti, al riparo dalla dura legge della competizione e dei premi (e delle possibili sconfitte): Gravity di Alfonso Cuaron con George Clooney e Sandra Bullock, sci-fi psico-esistenziale che inaugurerà Venezia, in 3D come il doc che chiuderà, il francese Amazonia. Già è un culto camp The Canyons di Paul Schrader (presidente della giuria di Orizzonti) scritto da Bret Easton Ellis, con Lindsay Lohan e la pornostar James Deen (doppia e, mi raccomando). Il vincitore del Leone dell’anno scorso con Pieta, il coreano Kim Ki-duk, torna con il suo nuovo Moebius, e stavolta non concorre. C’è perfino il glorioso Andrej Wajda che, insieme a Ewa Brodzka, porta Walesa, uomo della speranza: tra gli interpreti – ed è già straculto – figura incredibilmente Maria Rosaria Omaggio. C’è Edgar Reitz che cita se stesso e il suo lavoro più famoso con L’altra Heimat. Che strano chiamarsi Federico – Scola racconta Fellini è un esperimento tra doc e finzione in cui Scola si misura con il maestro di tutti i maestri del nostro cinema. Uno dei signori del documentario contemporaneo, Fred Wiseman, è presente con At Berkeley (anche qui: come mai non è in concorso?). Se poi passiamo ai titoli di Orizzonti c’è da farsi venire il mal di testa, da tanti che sono. Ecco il giapponese Sion Siono (e ancora la domanda: come mai un signor autore come lui non è nella competizione massima?), ecco – e credo sia la prima volta a Venezia – un film del Kosovo, Balcone. C’è la regista debuttante Gia Coppola (nipotina 27enne di nonno Francis, figlia del figlio Gian-Carlo, scomparso in un incidente in mare, e nipote di Sofia), su cui si appunterà la curiosità di molti giornalisti, visto il nome e le parentele: il suo Paolo Alto è prodotto e interpretato da James Franco. Più, in Orizzonti, un’altra quantità di film che scopriremo solo vedendoli (quel che si riuscirà a vedere, perché anche alla resistenza fisica del più incallito dei cineifli c’è un limite).
Il programma completo alla pagina della Biennale Cinema: ecco i link.
Selezione ufficiale: i film del concorso.
Fuori concorso
Orizzonti.
Venezia Classici.

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