Locarno Festiva 2013. Recensione: EXHIBITION, coppia in crisi in casa d’architetto. Il più film smorfioso e sciurettistico visto finora

Exhibition 2Exhibition, regia di Joanna Hogg. Con Viv Albertine, Liam Gillick, Tom Hiddleston. Presentato nella sezione Concorso internazionale.Exhibition 3
Lui è architetto, lei performer genere Abramovich. Domiciliati a Londra in una casa-capolavoro del razionalismo ‘900. Forse si amano ancora, di sicuro il loro matrimonio è in crisi. Estenuante, pretenziosissimo film che punta al Sublime e non riesce nemmeno a imbastire una sia pur minima narrazione. Anche qui, come già nel film rumeno presentato il giorno prima in concorso, si sente l’influenza di Antonioni: stavolta del suo Deserto rosso. Voto 4Exhibition 4
Il film più sciurettistico e smorfioso, e più finto-alto e finto-sublime, visto finora a questo Locarno 66. In concorso, dunque passibile di un qualche premio, ahinoi. Perfetta incarnazione della categoria film arty, ovvero cosa cinematografica di gran pretenziosità e di sfacciatamente esibita (e presunta) artisticità. Figuriamoci, la location è una casa londinese su più piani di un architetto razionalista di nome James Melvin, cui il film è dedicato. E già, capirete, ci si muove all’interno di un Capolavoro che induce reverenza e soggezione nello spettatore, dove ogni spazio, ogni arredo, ogni camera con vista e con svista è firmato firmatissimo. Ivi dimora la Grande Bellezza, e dimorano i due protagonisti, una donna e un uomo, una moglie e un marito, di cui conosciamo solo le iniziali, D e H, che anche questo, ne converrete, fa estremo chic. Poi, che professioni eleganti, le loro. Lui fa l’architetto, ovviamente, lei addirittura, anche se sembra una casalinga indolente e disperata, l’artista tendenza performer alla Marina Abramovich. Come le coppie moderne e fighe e progressiste e colte di trent’anni fa, vivono sì sotto lo stesso tetto, ma su sue piani diversi collegati da scala a chiocciola, così ” stiamo insieme, ma ognuno ha i suoi spazi” (però, se ricordo bene, così convivevano già negli anni Cinquanta Rina Morelli e Paolo Stoppa, senza menarsela da coppia avant-garde). D e H non si capisce perché vogliono venderla quella casa che pure adorano, forse per bisogno di soldi, o per altri motivi di cui veniamo tenuti all’oscuro. Per un’ora di film non succede niente, qua e là solo dei vaghi indizi sul fatto che il matrimonio non funzioni più tanto bene, lui la chiama al piano di sopra nel talamo coniugale, ma lei di scopare non ci ha mica tanta voglia. Salvo poi, quando si ritrova da sola, tentare qualche manovra masturbatoria, qualche strofinio, tutto molto alluso, niente di esplicito, ché siamo persone bon ton. D è inquieta e insoddisfatta, e il povero H non capisce perché, e neanche noi se è per questo. Afflitta da bovarismo, la signora si aggira nella casa d’architetto come Monica Vitti in Deserto rosso (e così Antonioni colpisce anche in questo film, dove aver colpito il giorno prima nel rumeno Quando scende la sera a Bucarest o Metabolismo, confermandosi uno degli autori più influenti e persistenti della storia del cinema). E se là la Vitti si lamentava che le facevano male i capelli, battuta memorabilmente sbeffeggiata da Arabasino, qui la nostra abbraccia sdraiata in giradino una pietra (ma forse è una sua prova d’artista, chissà). Nella seconda parte il film si rianima un attimino, specie quando lei, provando una performance, si mette desnuda appiccicandosi adosso del nastro adesivo giallo e in testa un velo da bajadera, ed esponendosi alla vetrata in simil-Michael Fassbender in Shame. Basta così. Il bello (o il brutto) è che Exhibition ha trovato un bel po’ di estimatori da queste parti, e non vorrei che se ne uscisse da Locarno con un premio. A un certo punto compare, quale agente immobiliare, l’ottimo Tom Hiddleston visto quale villain in The Avengers e a Cannes come strepitoso dandy-vampiro in Only Lovers Left Alive di Jim Jarmusch. Ma chi gliel’ha fatto fare?

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