Locarno Festival 2013. PAYS BARBARE sembra Rai Storia, però con i viraggi e il ralenti d’autore

OC703255_P3001_176015 (1)Pays barbare di Angela Riccci Lucchi e Yervant Gianikian. Musica Giovanna Marini, Keith Ullrich. Francia. presentato nella sezione Concorso internazionale.OC703256_P3001_176017
Anche se Pays barbare batte bandiera francese, gli autori, la coppia Ricci Lucchi-Gianikian, è italiana. Immagini delle avventure coloniali fasciste (e di altri momenti del ventennio) nei modi e nei linguaggi della videoart. Ma l’operazione delude, e sembra di vedere Rai Storia, solo con qualche ralenti e viraggio in più. Comunque applauditissimo alla proiezione stampa (e di sicuro ai francesi piacerà molto). Voto 4

Era molto atteso, anche perché, nonostante batta bandiera francese, sia di produzione francese e parli francese, è firmato dalla molto premiata e venerata coppia di videoartisti o cineartisti italiani Angela Ricci Lucchi e Yervant Gianikian. Invece, costernazione e delusione, almeno da parte mia (perché alla fine della proiezione stampa è stato accolto incredibilmente dall’applauso più lungo del festival). Ma come? Ci era stata fatta balenare una rimessa a fuoco dell’avventura coloniale italiana in Abissinia attraverso il recupero di specialissimi materiali visuali d’archivio e il loro trattamento secondo i linguaggi e i modi della videoart. Dunque immagini dissezionate, dettagli ingranditi e sparati a tutto schermo, montaggi  e accostamenti e quant’altro, onde far esplodere se così si può dire tutto l’inconscio fino a quel momento trattenuto e depositato al fondo delle immagini. Forget it: niente o pochissimo di tutto questo. Ci troviamo invece di fronte a una noiosissima carrellata di filmati sul ventennio fascista, mica solo sull’avventura etiope, quella della faccetta nera per capirci, del tutto simili a quelli che Giovanni Minoli su Rai Storia e con La storia siamo noi, e Paolo Mieli in Correva l’anno ci hanno fatte vedere centinaia di volte, oltretutto con meno sicumera e molta chiarezza in più, e anche con più capacità e invenzioni narrative. Il nostro due d’artisti che fa? Vira in diversi colori, usa massicciamente il ralenti, senza peraltro creare in noi un effetto ipnotico o un’intensificazione della nostra consapevolezza e/o percezione. Se l’intenzione era quella di ridare profondità e senso a immagini corrose dai troppi déjà-vu come quelle dei corpi drl Duce, di Claretta, dei gerarchi buttati sull’asfalto di Piazzale Loreto, o della conquista della Libia e dell’Abissinia, ecco, la missione di Pays barbare mi pare completamemnte fallita. Il risultato è solo di parecchia noia in pià rispetto alla visione di un qualsiasi programma su temi analoghi di Rai Storia. Magari Ricci Lucchi e Gianikian si limitassero a mostrare, macché, imperversa una fastidiosa voice over che commenta, conciona, si indigna. Si parla e parla del ventennio fascista, mica solo delle avventure coloniale, con un approccio storiografico da bigino. Sì, è sempre meritorio e utile ricordare che gli italiani non sono brava gente, come autoassolvendosi amano definirsi, ma ne hanno combinato anche loro di atrocità in Libia e Abissinia, massacri a catena anche con abbondante uso di gas. Ma presentare, come fa questo film, i soldati che eran lì come complici, portare a prova della loro insensibilità le cartoline e le lettere tipo “cara Maria ti amo, saluti dall’Abissinia”, è semplicemente ridicolo. Pays barbare è, al di là della sua estenuata veste formale, di un semplicismo insostenibile. Una delle cose più irritanti che mi sia capitato di vedere al cinema negli ultimi anni. Solo in un momento, in una sequenza, ci lascia intuire il film che sarebbe poturo essere e purtroppo non è diventato. Ed è quel filmato, davvero terribile, davvero agghiacciante, del soldato italiano che lava e asciuga spalle e collo di una ragazza etiope, e poi ne mostra alla cinepresa i seni scoperti. Ecco, sono immagini che dicono del rapporto (e anche della fascinazione reciproca) tra colonizzatore e colonizzato molto di più dei commenti piatti e prevedibili disseminati lungo il film. Ma è l’unico momento. Il resto sono cliché e ovvietà. Anzi, in alcuni passaggi le immagini, nella loro ambiguità, finiscono col veicolare significati opposti alle intenzioni degli autori. Quegli ufficiali biancovestiti accanto ai loro aerei, ad esempio, non ci comunicano la faccia orrenda del colonialismo, ma al contrario fierezza e bellezza, e un’italianità elegante e non smargiassa. Si chiama, oltre che ambiguità dell’immagine, eterogenesi dei fini, e credo che gli autori questo non l’abbiano proprio messo in conto. Accenno appena all’apporto di Giovanna Marini, che duplica sempre i suoi interventi, prima parlando-recitando e poi recitandoli-cantandoli. Altro non dico.

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Una risposta a Locarno Festival 2013. PAYS BARBARE sembra Rai Storia, però con i viraggi e il ralenti d’autore

  1. heuresabbatique scrive:

    Bhe si devono essere impegnati molto a fare il film più irritante: perché dopo aver visto Enter The Void e Hunger stento a credere che possano esistere opere più pretenziose e vuote (in senso totale)

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