Locarno Festival 2013. Recensione: il rumeno WHEN EVENING FALLS ON BUCHAREST non è il solito film rumeno, è Antonioni a Bucarest

OC686341_P3001_171164-1Când se lasă seara peste Bucureşti sau metabolism (When Evening Falls on Bucharest or Metabolism – Quando scende la sera su Bucarest o Metabolismo), regia di Corneliu Porumboiu. Con Diana Avramut, Bogdan Dumitrache, Mihaela Sirbu Papadopol. Presentato nella sezione Concorso internazionale.OC686339_P3001_171162-1
Scordiamoci il cinema rumeno impegnato e impregnato di temi sociali dell’ultima decade. Qui siamo al film rarefatto e cerebrale di alte ambizioni autoriali, al cinema sul cinema, al cinema nel cinema. A Bucarest la relazione sottilmente manipolatoria e vessatoria tra un regista e la sua attrice. Con rieferimenti espliciti all’Antonioni di L’eclisse. Lo stile c’è, la storia invece è latitante. Ma a uno che ama tanto Antonioni qualcosa di deve perdonare, suvvia. Voto 5 e mezzoOC686344_P3001_171167-1
Ah, signori miei, non son più i film rumeni di una volta, intendo quelli di dieci anni di anni fa (poco più, poco meno), duri e tosti e cattivi, pugni nello stomaco. Avete in mente il signor Lazarescu che vagava da un ospedale all’altro di Bucarest lasciandoci la pelle? E 4 mesi, 3 settimane e due giorni, con quell’aborto ai tempi di Ceausescu oltre ogni tempo massimo e il feto buttato nella spazzatura e la cinepresa implacabile di Cristian Mungiu a inquadrarlo e farcelo vedere? Già a Berlino lo scorso febbraio s’era notata una certa qual tendenza all’imborghesimento nel film made in Romania che poi avrebbe vinto (non così meritatamente) l’Orso d’oro, Child’s Pose, da noi Il caso Kerenes. Adesso, in questo film del concorso locarnese dal titolo originale impossibile che più o meno fa in italiano Quando scende la sera su Bucarest o Metabolismo, la mutazione del cinema di Bucarest prosegue e si radicalizza. Figuriamoci. Stavolta di drammi e denunce sociali manco l’ombra, siamo dalle parti sussiegose e assai signorili dell’Arte e dei Dilemmi dell’Artista.  Un giovane regista –il divo indiscusso di Romania Bogdan Dumitrache, onnipresente nelle produzioni nazionali, visto a Locarno 2011 in Best Intentions e pure a Berlino in Child’s Pose – sta girando un misterioso film di cui non vediamo mai il set e di cui ci vien detto solo en passant che trattasi di film politico. Cinema sul cinema, cinema nel cinema, cinema dentro al cinema. Metacinema. E la mente nostra non può non andare a Effetto notte e Otto e mezzo. Protagonista di questo film su un film è una giovane attrice che del regista è anche la fidanzata momentanea, o se preferite l’amante. Scene estenuanti e parlatissime tra i due, vessazioni e torture psicologiche da parte di lui che, maniacale, ossessivo e pure sadico, le fa provare e riprovare una scena, mai contento, sempre ipercritico. Nemmeno al ristorante i due si lasciano in pace, dialoghi e cazzeggi sul nulla con l’obiettivo di farsi un po’ del male a vicenda, con tanto di “ma secondo te l’uso dei bastoncini a tavola ha avuto un’influenza sulla cucina orientale?”, chiesto ex abrupto da lui a lei. È che il nostro è morso dalla tarantola della gelosia, del possesso, e quando un altro regista fa balenare alla ragazza la possibilità di essere nel suo prossimo film il nostro sbrocca. Quasi tutto girato in rigorose inquadrature fisse e frontali di simmetrica e ossessiva costruzione spaziale che lasciano intuire nel regista di Metabolismo alte, altissime ambizioni autoriali e molto cinema visto e metabolizzato. C’è, mi pare, voglia e nostalgia di Nouvelle Vague, con un bel po’ del godardiano Disprezzo, però il modello principe di riferimento è Antonioni, amorosamente citato dal regista-protagonista come uno dei massimi della storia del cinema per via di L’avventura e L’eclisse. E per fare un complimento alla primattrice le si dice: “Ma lo sai che somigli a Monica Vitti?”. L’alienazione antonioniana, però a Bucarest cinquant’anni dopo. Che dire? Operazione cerebrale e lambiccatissima che non riesce mai a farsi un racconto di materia viva. Certo, stile e rigore formale non mancano, anzi abbondano. Solo che la storia (storia?) è al limite del nulla, e se Dumitrache è bravo come sempre, e assai credibile, Diana Avramut non ce la fa proprio a replicare il fascino della musa inquietante Monica Vitti. Un film di troppo inferiore alle proprie ambizioni e ai sogni del suo autore. Ma che volete farci, io vado pazzo per Antonioni, per L’avventura e L’eclisse (quando l’ho rivisto all’Oberdan di Milano un paio di anni fa sono rimasto sbalordito dalla sua radicalità e bellezza), e a chi ama Antonioni come Corneliu Porumboiu io perdono molto, se non proprio tutto. Sicchè alla fine una quasi sufficienza a Metabolismo la do, nonostante tutto. Che poi è uno di quei film rigorosamente da festival che se trovano la giuria giusta si beccano un premio.

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