Locarno Festival 2013. Recensione. GARE DU NORD: gente che va e gente che viene. Ottima la prima mezz’ora, poi il film deraglia

Gare du Nord 1Gare du Nord, regia di Claire Simon. Con Nicole Garcia, Reda Kateb, François Damiens,  Monia Chokri. Francia. Presentato nella sezione Concorso internazionale.gare du nord 2
Parigi, Gare du Nord: gente che va e gente che viene, treni che partono e treni che arrivano. Una storia multifocale, personaggi e vite che scorrono nel flusso e qualche volta si incrociano e qualche volta no. Con in primo piano una storia tra uno studente di origine araba e una signora della borghesia parigina. Ottima idea, ottima la prima mezz’ora. Poi il film si perde. Voto 6Gare du nord 3
Parte benissimo, lasciando intuire un possibile gran film, poi si incarta, si intorbida, si complica e purtroppo manca l’obiettivo. E poi, due ore: troppe, troppe. Un taglio di almeno trenta minuti avrebbe aiutato, ma oggi dove stanno i produttori-padroni di una volta che usavano quando ce n’era bisogno le forbici, imponevano agli autori la dura legge del mercato e anche del buonsenso, qualche volta sbagliando, ma spesso azzeccando? Oggi, nell’era della creatività libera e selvaggio e dell’autodeterminazione autoriale scevra da ogni vincolo, son sempre più frequenti soprattutto ai festival film di lunghezza smisurata e insostenibile. Così è per questo Gare du Nord, più personaggi e più storie che si incrociano nella stazione parigina, gente che va e gente che viene, treni che partono e treni che arrivano, spazio di nessuno e di tutti, aperto a ogni vita, a ogni possibilità, a ogni evento. Non luogo, si sarebbe detto una decina di anni fa sull’onda del libro dell’antropologo Marc Augé. Il dottorando in sociologia Ismaël ci sta preparando sopra la sua tesi, dal titolo poco accademico ma brillante La piazza del villaggio globale, e dunque ci passa i suoi giorni, intervistando la gente per tirar su qualche euro, soprattutto osservando, parlando, intrecciando reti di relazioni. Posto di transito e métissage, vite che si sfiorano senza compenetrarsi, moltitudine da ogni parte del globo. L’idea di farci un film è bella, e per almeno mezz’ora funziona a meraviglia. Oltre a Ismaël conosciamo Mathilde, una signora borghese (la sempre molto chic Nicole Garcia) misteriosamente ipnotizzata da quel luogo, e tra lei e lo studente con la metà dei suoi anni ci sarà qualcosa che cambierà tutti e due. E poi, ragazzi africani sospesi tra illegalità e voglia di una vita banale e normale comme tout le monde. E un padre in cerca della figlia scappata di casa. E una colta ragazza costretta a fare la galoppina di un agente immobiliare. Nei momenti migliori del film la regista Claire Simon riesce a orchestrare benissimo il suo racconto multifocale, il suo piccolo affresco, con una immediatezza e una presa diretta e nervosa sul reale che ricorda il bellissimo Polisse di Maïwenn di tre anni fa. Ma accumula troppe storie, complica e aggroviglia inutilmente, prima segue l’asse narrativo Ismaël-Mathilde e poi lo abbandona, per poi riprenderlo in modo incongruo e virarlo in melodramma. Il film deraglia, ed è un peccato.

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