Locarno Festival 2013. Recensione: UNE AUTRE VIE, un grande, vero film d’amore come non si usa più e non si ha più il coraggio di fare

Une autre vieUne autre vie (Un’altra vita), di Emmanuele Mouret. Con Jasmine Trinca, Joey Starr, Virginie Ledoyen, Stéphane Freiss, Ariane Ascaride. Presentato nel Concorso internazionale.une autre vie 3
Alla proiezione stampa non ha avuto uno straccio di applausi, eppure è tra i film migliori del festival. A sconcertare e spiazzare è che Une autre vie sia un film d’amore teso e intenso fino al melodramma, fino al feuilleton, di quelli che si facevano negli anni Cinquanta. E oggi tutto è possibile, tutto è permesso, ma non parlare d’amore e metterlo in cinema. Non si usa più, è sconveniente, inelegante. Il film di Emmanuel Mouret è forse la scommessa più rischiosa di questo Locarno 66, ed è una scommessa vinta. Voto 7 e mezzoune autre vie 2
Uno dei film belli (non sono poi molti) visti finora a questo Locarno 66. Forse il più bello. Un gran film d’amore, un melodramma più vicino ai Douglas Sirk anni ’50 che al troppo modernista Un uomo, una donna di Lelouch: la passione che scoppia improvvisa, l’impossibilità di sottrarvisi, la distanza sociale tra gli amanti, l’altra donna a ostacolare e rendere impossibile la felicità. Una storia che sembra volutamente ripercorrere il cliché dell’amor romantico così come si è configurato in Occidente dai primi dell’800, e come si è configurato nella letteratura successiva fino al feuiletton, storia così tipica e archetipica e ideal-tipica da rischiare lo schematismo e l’astrazione. Senza cascarci, per fortuna. Emmanuel Mouret racconta sì qualcosa alla Sirk, ma si astiene dalle ostentate stilizzazioni di quel gran tedesco di Hollywood, tanto meno riproduce i melodrammi bollenti e glaciali e iperconsapevoli di Fassbinder. Il suo è un film controllato, perfino austero, di eleganza assai francese, riservato e borghese, pudico, ma non freddo. La temperatura di Une autre vie sta abbondantemente sopra lo zero senza peraltro scadere nelle liquefazioni e negli sdilinquimenti sentimentaloidi. Film come percorso in ogni scena da vibrazioni appena percepibili eppure potenti. Una grande riuscita. Perché la sfida, diciamolo, era complicata e temeraria. Come si fa oggi a parlare d’amore e metterlo in cinema? Tutto è possibile ormai in un film, ogni esibizionismo sessual-erotico, perfino ogni turpitudine è permessa e incoraggiata. Ma l’amore no, la formula ti amo suona improponibile e assai poco chic e un filo sconveniente, roba da serve, come commentava se ricordo bene uno dei pochi grandi borghesi che abbia avuto l’Italia (uno che stava dalle parti di Torino). Mouret osa l’inosabile, e difatti qui a Locarno alla proiezione per la stampa di ieri molti son stati i nasini arricciati e i sopraccigli aggrottati, e le reazioni fredde al limite del gelo polare nonostante l’agosto, e pensare che nei giorni scorsi la stessa platea giornalistica ha applaudito con entusiasmo perfino Pays barbare, non so se mi spiego. Poi subito a sparare su Jasmine Trinca, la protagonista-pianista di Une autre vie, attrice che in effetti nemmeno io ho mai amato, ma che in Miele e qui è riuscita a piacermi. Perché mai tanto malanimo? Se lo si guarda senza pregiudizi e senza tirarsela troppo si scopre che il film di Mouret è bello e onesto, con personaggi cui non puoi non affezionarti, mirabilmente trattenuto nel suo pudore, senza per questo rinunciare a render conto delle incertezze e destabilizzazioni amorose. Ariane (Jasmine Trinca) è una pianista depressa che non ce la fa più a suonare. Dopo la morte del padre si trasferisce nella villa di famiglia sulla Costa Azzurra, ed è lì che conosce Jean, elettricista, installatore di allarmi. Lei borghese, lui proletario-piccolo borghese con la faccia e i muscoli da duro. Scoppia quel che deve scoppiare. Nessuno grida alla misaillance, come si sarebbe fatto in altri tempi, ma certo il fratello di Ariane non appare così contento di quel signore che gira per casa. I guai veri arrivano da un altro fronte però, da Dolorès (una bellissima Virginie Ledoyen), la donna di sempre di Jean (“ci conosciamo da bambini, da quando i miei la adottarono dopo la morte dei suoi genitori”, racconta Jean, e se non è mélo questo). La quale si presenta alla villa dalla sciura pianista per dirle “senti cara, tu hai tutto, sei ricca, bella e famosa, puoi avere tutti gli uomini che vuoi, io invece ho solo lui, e sappi che lui sarà sempre e solo mio”. Ecco, a parole come queste o si sghignazza o si resta folgorati e ammirati per la temerarietà con cui Mouret le mette in bocca oggi, anno 2013, a un personaggio, e la mia reazione è stata la seconda. Molto del più tradizionale feuilleton viene genialmente riciclato e riproposto, anche se sempre col massimo chic: perfino la bella Dolorès rifugiata in un convento di buone suore, e a questo punto il film ci ha definitivamente conquistati. Mouret ha il tocco elegante e il senso naturale della misura (doni assai rari), cose che gli permettono di attraversare i cliché narrativi e linguistici senza restarne vittima. Si arriva alla fine con la sensazione di aver visto il migliore e più convinto film d’amore da parecchio tempo in qua insieme alla Vie d’Adèle di Kéchiche. Onore a Joey Starr, già visto quale poliziotto tosto e buono in Polisse, e qui assai convincente come amante proletario.

 

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