Locarno Festival 2013: recensione. ZONE UMIDE: un oltraggio al cinema come arte? Ma no, i film scandalo ai festival fanno bene

Zone 1Zone 2Feuchtgebiete (Zone umide), regia di David Wnendt. Con Carla Juri, Christoph Letkowski, Meret Becker, Axel Milberg, Marlen Kruse, Peri Baumeister. Germania. Presentato nella sezione Concorso internazionale, in corsa per il Pardo d’oro. Le foto di questa pagina sono tratte dal sito ufficiale del festival.Zone 3
Credo, temo, che questo Locarno 66 verrà ricordato come il festival di Zone umide, film made in Germany che con teutonica grevità e meticolosità si addentra in zone poco esplorate della sessualità, attraverso la sua protagonista ragazzina attratta dallo sporco, dal contaminato, da ogni possibile fluido corporale. Il guaio del film non sta nella sua sporcaccioneria, ma nella sua mancanza di ogni idea di cinema e di stile, nella sua piattezza. Però tutti ne parlano, e al festival ciò non può che fare bene. Voto 5zone 4

Certo, la partenza di Feuchtgebiete non la si dimentica. Con Helen, la ragazzina protagonista, che confessa a noi spettatori di soffrire di emorroidi (“lo so, è una cosa da vecchi, ma io ce le ho”) e dunque si gratta abbondantemente la zona anale, poi si infila in un cesso pubblico dei più luridi – ne esistono anche in Germania, dove si svolge la storia (mi pare a Berlino, ma non ne sono sicurissimo) – con un palmo di acqua sporca a ricoprire il pavimento, varie schifezze galleggianti, e le condizioni del wc ve le potete immaginare. Ma siccome la nostra se ne frega dello sporco, anzi ne è perigliosamente attratta (“mai avuto paura dei germi”), si siede e si struscia impavida e felice sull’asse ricoperto di macchie corporali lasciate da chissà chi, quindi si medica le emorroidi con apposita crema lenitiva. Cosa diciamo di un film che comincia così e prosegue anche con scene più toste? a) che non è il caso di gridare allo scandalo, chè non sta bene; b) che non bisogna nemmeno stracciarsi le vesti perché questo Zone umide è stato ammesso nel concorso di un rispettato e storico festival come Locarno. Ai festival un film poco o tanto sporcaccione, purchè con un qualche marchio di autorialità e impegno, serve sempre: i media cartacei e virtuali ne parlano, qualcuno si indigna, tutti o quasi se lo vanno o andranno a vederlo. E allora, benvenuta sulla sponda svizzera del lago Maggiore questa produzione tratta da un best seller tedesco di qualche anno fa scritto da una signora di nome Charlotte Roche e pubblicato anche in Italia da Rizzoli senza peraltro grandi clamori. Niente di particolarmente nuovo, tra l’altro. Zone umide si inserisce in una rigogliosa tradizione letteraria e cinematografica di/con ragazzine terribili disposte a molto col proprio corpo, se non a tutto. Nei primi anni Sessanta ci fu lo scandaluccio di Cioccolata a colazione (chi se lo ricorda più?), in tempi più recenti quello del nostro Melissa P., cento colpi di spazzola. E un paio di mesi fa si è visto al Festival Mix a Milano, proveniente dal Sundance, Young & Wild, un film tratto dal blog di una teenager cilena dalle molte e scatenate esperienze sessuali, prodotto tra l’altro da uno dei giurati di questo festival di Locarno, Juan de Dios Larrain.
Ma torniamo alle zone umide. Che sono quelle molto intime di Helen: innanzitutto l’ano, gran protagonista e vera star del film (lo si fotografa perfino con il cellulare), e poi la vagina, zone umide in quanto abbondantemente irrorate di vari fluidi corporali di produzione propria e pronti ad accoglierne altri dall’esterno. La nostra signorina è una ragazza sveglia, ma con qualche cruccio, la separazione dei genitori in primis, da lei mai davvero digerita. Ma chi vedrebbe in questo la causa dei suoi strani gusti erotico-corporali e autoerotici farebbe del cattivissimo sociologismo e dello psicologismo anche peggiore. Non cerchiamo spiegazioni e giustificazioni, please, e le avventure di Helen con la propria fica e il proprio culo prendiamole per quello che sono e per quanto ce ne viene mostrato. Cioè pure voglie sporcaccione. Punto. Quel che è curioso e parecchio interessante semmai è che Zone umide appare come il capovolgimento dell’ossessione teutonica per la pulizia e l’ordine, del leggendario feticismo igienista di un popolo e di una nazione, in una sorta di massiccio ritorno del rimosso in cui lo sporco irrompe sulle scena e si fa richiamo irresistibile e oggetto di sfrenato desiderio. Helen annusa e si annusa, si tocca, si lorda. Con la cara amica Corinna si scambia i tampax impregnati di sangue mestruale, usandoli pure per colorarsi la faccia e il corpo in una sorta di body painting estremo che neanche nella più pazza e delirante Biennale (Abramovich dove sei?). Ma il punto di svolta arriva allorquando Helen, per compiacere un ragazzo arabo che adora com’è uso e costume dalle parti sue le donne rasate nei punti più segreti, con una lametta cerca di depilarsi il culo, e lì succede il patatrac. Ferite, sangue. Ricovero in ospedale. Asportazione delle emorroidi. Qui la vita di Helen comincia a cambiare, grazie anche alla conoscenza di un infermiere belloccio e gentile. Continuerà a trafficare con le proprie zone umide, e ad avere fantasie e sogni eterodossi, a immaginare sfrenatezze e stranezze, come la già famosa scena della pizza agli spinaci irrorata dello sperma di quattro piazzaioli. Dico solo che questa strana storia, così gotica e medievale nei suoi richiami alla putrefazione, alla corruzione degli esseri viventi, e così affascinata dal sangue, sarebbe pouto diventare un’opera autenticamente disturbante alla, diciamo così, Faust-Sokurov. Peccato che qui tutto sia raccontato con una meticolosità e anche un grevità assolutamente tedesche, senza mai il minimo tentativo di riscattarsi dal peso della materia, e a Vincenzo P. che su Facebook mi chiedeva se si trattava più di grevità tendenza Fassbinder o tendenza Derrick, dico la seconda. Perché il guaio vero di Zone umide non sta nella sua sporcaccioneria, ma nell’assoluta mancanza di stile e di una qualsivoglia visione e idea di cinema. In certi momenti si ha la sensazione che il film possa decollare verso il barocco-surreal-delirante genere vecchio Jodorowski (La montagna sacra, Santa sangre) o avviarsi nella direzione dei corpi-alterazioni, dei corpi mutanti alla David Cronenberg o alla Tsukamoto (la scena del taglio del tacchino sovrapposta al parto della mamma di Helen). Ma figuriamoci, questo Zone umide, nonostante l’apparente sfida alle convenzioni, è, deve essere, un prodotto mainstream a uso di un pubblico il più vasto possibile, e mica ci si possono permettere certe ubbie linguistiche o estetiche. Sicchè il regista David Wnendt la butta al massimo sulla commedia grottesca, e per il resto se ne sta schiscio. Perché poi, questo film ha la sua bella morale, ed è che anche le ragazze cattive e sporcaccione avranno sì le zone intime sempre umide a vogliose, ma il cuore tenero, e in fondo cercano il bravo ragazzo che le ami e magari le sposi.
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