Locarno Festival 2013. Recensione. A TIME IN QUCHI, da Taiwan un piccolo racconto di formazione: tutto assai déjà-vu

OC701337_P3001_175187 (1)Shu Jia zuo ye (A Time in Quchi), regia di Tso-chi Chang. Con Liang-yu Yang, Yun-loong Kuan, Hui-ming Wen, Zi-yan Jin.OC701338_P3001_175189
Un ragazzino di Taipei passa le vacanze dal nonno in campagna. Sarà un’estate che non potrà dimenticare e che cambierà la sua vita. Classico coming-of-age senza particolari novità e interesse, in quello stile finto-documentaristico oggi dilagante. Voto 5+OC701339_P3001_175191
Un altro film di ragazzini a scuola di questo Locarno, e fanno tre, insieme allo svizzero Tableau noir e a quello che chiuderà domani sera il fetival in Piazza Grande, Sur le chemin de l’école. Come ha commentato perfidamente un mio amico, il rischio è che questo festival diventi la succursale del Giffoni. Non ha tutti i torti. Di questo decoroso ma niente di più film made in Taiwan non si vedeva la necessità, trattandosi di un classico coming-of-age con un forte senso di déjà-vu (penso ad esempio a Mud di Jeff Daniels visto l’anno scorso a Cannes e molto meglio di questo, per non parlare di Stay by me). Un ragazzino sveglio e un po’ introverso di nome Bao viene spedito dai genitori in procinto di divorziare per le vacanze a casa del nonno, in campagna, che così possono sbrigare le loro faccende senza troppi impicci. Figuriamoci, dalla capitale Taipei, la solita caotica metropoli asiatica, a un villagio dell’interno: per Bao il pasaggio è brusco e all’inizio frustrante. Poi naturalmente scoprirà un mondo a lui sconosciuto grazie alla guida del nonno, burbero e insieme partecipe e attento, e ai compagni che incontrerà nella scuola di Quchi, aperta per l’estate per attività ricreative di vario tipo. Poi succederà qualcosa di tragico, anzi ne succederanno due, e Bao alla fine dell’estate e al ritorno in città con il padre non sarà più quello di prima. Il passaggio al mondo dei grandi è incominciato, e non si fermerà. Ora, niente di che, fatti pochi, ritmi lenti ed estenuanti, stile che rincorre il documentarismo, come usa oggi in molto cinema, con dettagli che rafforzano sì il senso di realtà, ma spesso di nessun interesse narrativo. Si poteva concludere il film molto prima, c diciamo alla prima disgrazia, che tanto bastava e avanzava per farci capire la maturazione di Bao. Invece macchè, si esagera, a sottolineare quanto la vita sia dura e cruda e crudele. Mah.

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