Locarno Festival 2013. Recensione. EDUCAÇÃO SENTIMENTAL: una quarantenne cerca di sedurre un ragazzo con il potere della parola. Júlio Bressane stupisce, colpisce e divide con il suo film tardo-avanguardista

OC698154_P3001_174262Educação Sentimental, regia di Júlio Bressane. Con Josie Antello, Bernardo Marinho, Débora Olivieri.OC698155_P3001_174264Una donna di quarant’anni e oltre cerca di incantare e sedurre, con la parola soprattutto, un ragazzo. Arriva dal Brasile un maestro consacrato del cinema di margine, di orgogliosa sperimentazione e indipendenza, come Júlio Bressane. E arriva con questo Educazione sentimentale che per 50 minuti è un grandissimo film, da Pardo d’oro. Poi lentamente si spappola, si dissolve, fino a un doppio finale artificioso e inutile. Però, meglio mezzo film grandissimo che tanti film interi mediocremente carini e perfettini. Voto 7+OC698156_P3001_174266Un film di cui ho amato alla follia i primi quaranta-cinquanta minuti, e già pensavo di aver trovato il mio definitivo Pardo personale quando me lo son visto, questo Educazione sentimentale, man mano perdere quota e tradire, se non rovinare, la folgorante e sfolgorante prima parte. Fino a una conclusione, anzi post-conclusione, inutile, artificiosa e pure fastidiosa. Peccato. E però della serie, meglio un grandissimo film a metà che uno intero decoroso e medio, senza difetti ma anche senza slanci. Il signor Júlio Bressane, brasiliano classe 1946, è autore di bordi e di frontiera, uno che ha sempre inseguito la sua idea di cinema libero e anarchico (e autarchico) stando volutamente fuori dalle grandi macchine produttive. Uno di quei talenti indie per cui van pazzi i festivalieri e i cinéphile radicali, i cui film al massimo puoi vedere nella notte profonda in Fuori orario. Un cineasta che si è formato negli anni Sessana, ai tempi di ogni sperimentazione e ogni avanguardia, e pure di ogni illusione. Cinema povero e sontuoso, il suo, che non rinuncia alla magnificenza visiva pur nella evidente povertà di mezzi e, soprattutto, non rinuncia al potere incantatorio della parola. Cinema che oggi sembra alieno, venire da un mondo assai lontano e imperscrutabile, qui a Locarno male accolto dai venti-trentenni, incapaci di decodificare un simile oggetto misterioso, e adorato al contrario da chi la passione del cinema la coltiva da molto tempo. Certo, al suo interno questo film è cosa complessa, dove confluiscono le avanguardie storiche, il surrealismo iberico di Buñuel e quello latino-americano, Godard e Rohmer, Brecht e i testi libertini settecenteschi. Esperienza meravigliosa di visione, come è raro provare ormai, e ci vogliono autori come Bressane che molto sanno, e molto hanno fatto e visto, per renderle possibili. Aurea, donna di quarant’anni e più, di non convenzionale bellezza ma di imperiosa presenza fisica, incontra Aureo, un ragazzo apparentemente privo di ogni profondità, la cui identità è inscritta nella sua superficie e immagine, nella sua perfetta bellezza giovane. Raccontandogli il mito greco classico di Endimione, il ragazzo di cui si innamorò la Luna, Aurea pone già i termini di quel discorso amoroso che seguirà di lì a poco. Una donna può innamorarsi e fare innamorare di sè un uomo molto più giovane, e il film che vediamo è lo svolgimento di questo tema, è la seduzione e anche l’educazione sentimentale di Aureo per opera di Aurea. Seduzione che viene messa in atto principalmente con la parola, come in tanti testi libertini. Professoressa immaginiamo di letteratura, Aurea passa arditamente dalla poesia brasiliana a oscuri trattati pre-scientifici, e la sua dissertazione su un antico studio sul riso, e sulle vocali-base con cui si ride e relativi tipi umani e fisici, è semplicemente un prodigio. Aurea non parla, non racconta: Aurea declama. Aureo tace e ascolta, oggetto del desiderio e terminale-recettore di quelle lezioni. Forse imparerà qualcosa del mondo, di quella cosa che si chiama cultura, forse imparerà di sesso ed erotismo. La maestra difatti non dimentica il corpo, e come potrebbe se il suo evidente obiettivo è fare l’amore con il ragazzo? Il tentativo di abbattere una porta con i fianchi diventa per lei l’occasione di ipnotizzare con i movimenti del bacino Aureo, fino a una sua danza che a me pare vagamante Khatakhali-indiana, ma anche con un che di arti marziali da film di Bruce Lee, e posture e occhiate e gesti da dive del muto. Qualcosa che riassume e raconta il cinema di Bressane, la sua idea di cinema. Cinema dell’artificio, antinaturalistico, che non pretende di mimare la realtà, anzi ambisce a costruirne una parallela. Movimenti di macchina sapienti, brechtismi espliciti nella recitazione assolutamente straniata e straniante, nella protagonista che guarda e parla talvolta in macchina, nell’uso di tende-sipario a sottolineare la messa in scena. Josie Antello è semplicemente formidabile, la sua performance come Aurea resterà, e speriamo che la giuria se ne ricordi. Poi Educazione sentimentale a poco a poco si dissolve. Una volta sfiorata (e probabilmente avvenuta) la seduzione, il film dovrebbe concludersi, e invece purtroppo si trascina con la pessima scena dell’incontro tra la protagonista e la madre del ragazzo, con toni alla Almodovar francamente incongrui, e con derive nell’onirico non necessarie. E sorvoliamo sul tremendo post-finale. Ma quei 50 primi minuti di cinema grandissimo restano, e sono tra le cose migliori di questo Locarno.

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