Locarno Festival 2013. Recensione: MANAKAMANA è l’esperienza visuale più sbalorditiva e radicale di questo festival. Un film-rivelazione

Manakamana 1Manakamana, regia di Paco Velez e Stephanie Spray.
Il film ha vinto il Pardo d’oro della sezione Cineasti del presente e ha avuto una menzione speciale come Opera prima. Questa recensione è stata scritta prima dell’assegnazione dei premi.
Manakamana 3
Quasi due ore in una cabinovia nepalese diretta a un tempio induista, con macchina da presa fissa a inquadrare i passeggeri del sedile di fronte. Quattro salite, quattro discese senza mai (apparente) interruzione. Come in un cerchio infinito. Esperienza visuale estrema. Ma se superi il primo quarto d’ora entri in una sorta di visione estatica, di alterazione percettiva, di incantamento. Il bello è che i due giovani registi (americani) riescono anche, attraverso i passeggeri di volta in volta diversi, a articolare una narrazione, a creare delle storie. Il film più radicale e interessante di questo Locarno 66, e onore alla sezione Cineasti del presente che l’ha accolto. Voto 8 e mezzoManakamana
Ecco, un’esperienza estrema, l’equivalente cinefestivaliero del buttarsi col parapendio o, che ne so, del bungee jumping. Se non sei votato al sacrificio e non sei di quei frequentatori masochisti da festival che adorano farsi maltrattare dal cattivo regista-master di turno che nulla concede e tutto pretende dai suoi sottomessi, diciamo che per almeno un quarto d’ora di fronte ai questo Manakamana ti incazzi di brutto e pensi di metter mano alla (metaforica) pistola per farti giustizia. Male. Malissimo. Occorre superare gli ostacoli iniziali e resistere resistere resistere, come in un percorso iniziatico, perché oltre, al di là, c’è il meritato riconoscimento, l’appagamento. Che film. Che esperienza visuale. Qualcosa che nasce dall’idea folle e geniale di una coppia di giovani registi americani (lei, Stephanie Spray, anche antropologa, e si vede), i quali si son messi in testa di riprendere i pellegrini e altra umanità (ma anche animali, se è per questo) che in un qualche punto del Nepal più montano e silvano raggiungono in cabinovia un santuario dedicato alla dea Manakamana: che immagino nulla abbia a che fare con il buddismo e molto invece con la religione indù (non sono espertissimo di religioni orientali: sorry, non son mai riuscito a sviluppare il minimo interesse in materia). Dea il cui culto intuiamo essere assai diffuso, ma di cui nulla ci viene detto e mostrato, tantomeno il suddetto tempio. No, la coppia registica piazza una macchina da presa sulla cabinovia senza mai spostarla di un millimetro, in modo da riprendere frontalmente chi si siede di fronte. E la cinepresa va, registrando fattualmente i viaggiatori di quattro salite della funivia e quattro discese, i loro gesti, i silenzi, i torrenziali discorsi o le scarne parole. E il paesaggio dietro, che scorre davanti ai nostri occhi sempre uguale in ogni viaggio, finché non impariamo a conoscerlo, a farlo nostro, a renderceleo familiare, finchè non assimiliamo il ritmo del percorso, comprese le scosse della cabina al passaggio ai piloni. Il tutto in un (apparente) piano sequenza di quasi due ore. Un loop. Un cerchio potenzialmente infinito, che potrebbe durare ore, giorni, settimane, anni. Cui solo la consuetudine a fare di un film un’opera chiusa e conclusa e finita a un certo punto dà un taglio. Dalla stazione di partenza a quella di arrivo e di nuovo giù, e poi ancora su, e poi ancora giù. Che ci sia una qualche allusione e metafora relativa a certe categorie delle religioni orientali, chessò signora mia, la ruota della vita, l’eterno ritorno, il dharma e il kharma? (Datemi lumi, come dicevo prima io per buddismo e induismo non ho mai provato alcun interesse e dunque mai avuto alcuna spinta a informarmi e approfondire). Quel che posso dire è che dopo una ventina di minuti il film agisce come un ipnotista, influenzando e alterando la percezione di chi guarda. Contempli, e nella ripetizione dello stesso tragitto cominci a cogliere dettagli minimi, fors’anche ad allucinare, entrando in una sorta di nirvana, se non proprio di estasi, che sarebbe troppa grazia. In realtà il piano sequenza di due ore non è tale, trattasi di piano sequenza apparente e ingannatore come quello di Alfred Hitchcock per Nodo alla gola, dove c’erano stacchi e suture abilmente camuffati dal regista. Lo stesso qui, e credo che i vari pezzi girati in momenti diversi vengano poi congiunti nelle fasi di buio che vediamo e percepiamo, con tanto di rumori e clangori, quando la cabina arriva alla stazione, i passeggeri scendono e altri salgono. Ora, si potrebbe liquidare tutta la faccenda come un estenuato sperimentalismo, avanguardismo accademico e celibe, vacuo esercizio di stile. O come un’operazione virtuosistica e narcistica del genere vi mostro di cosa son capace nonostante tutto. Ma il bello di Manakamana è che i nostri due autori riescono a costruire una narrazione, a comunicarci delle storie, a introdurre nell’eternamente uguale-a-se-stesso degli scarti, delle differenze. E una progressione di racconto. Ogni volta che la cabina arriva alla stazione scatta la curiosità di vedere che faccia abbiano i prossimi passeggeri, chi siano, cos’hanno da raccontarci o non raccontarci. Vediamo di volta in volta una coppia di devoti, tre amiche, due musicisti tradizionali, tre ragazzi di una rockband, una ragazza straniera con una nepalese. Ci sono perfino, in una salita, quattro capre che se la cavano benissimo davanti alla macchina da presa, come peraltro era già successo con delle loro colleghe in Le quattro volte di Michelangelo Frammartino: che le capre abbiano un talento speciale per il cinema? Si arriva alla fine un attimo provati, e però quando mai capitano cine-esperienze così radicali di cui andare fieri?

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