Locarno Festival 2013, bilancio e commento (due giorni dopo)

Locarno, PIazza Grande nella serata conclusiva del festival

Locarno, PIazza Grande nella serata conclusiva del festival

Era grande la curiosità di vedere come se la sarebbe cavata il nuovo direttore artistico del festival, Carlo Chatrian, chiamato a rimpiazzare il molto popolare e molto capace e abile Olivier Père, dimissionario a sorpresa dopo tre anni di brillante gestione. Bene, Locarno 66 non ha risentito del cambio repentino, né sul piano della qualità, né su quello della quantità. I numeri diramati domenica 18 agosto dal direttore operativo Mario Timbal registrano per l’edizione appena conclusa un consolidamento e un lieve incremento degli indici più importanti: numero degli spettatori e numero degli accreditati, in particolare dei buyer, segno che Locarno non è solo una vetrina, ma anche sempre di più un mercato. Il festival non si è discostato molto dal format messo a punto negli ultimi anni da Père, e sono stati di più i segni di continuità di quelli di discontinuità. Il concorso internazionale, partito i primi giorni con titoli non memorabili anzi deludenti (penso a El Mudo, Pays barbare e Exhibition, solo parzialmente bilanciati dal bellissimo E agora? Lembra-me), è andato via via migliorando mostrando nella sua seconda settimana film di rispetto, il vincitore Historia de la meva morte e poi U Ri Sunhi di Hong Sangsoo, Educaçao sentimental di Bressane, Short Term 12, i giapponesi Real e Tomogui, il gran mélo (incompreso o sottovalutato dai critici, adorato dal pubblico) Une autre vie di Mouret. C’è stata la conferma di autori riconosciuti e la consacrazione del catalano Albert Serra, genio antipatico, ma genio. Con un palmarès che, dopo due anni di scelte discutibili se non addirittura pazze (penso al Pardo dato l’anno scorso a La fille de nulle part e negato a Leviathan e L’ultima volta che vidi Macao), finalmente ci ha preso. Chatrian si è mostrato, lui con i suoi collaboratori, un buonissimo selezionatore, coerentemente con il suo curriculum. Abile anche, Chatrian ( e non l’avrei creduto), nel creare casi e casini e scatenare polemiche – che poi vuol dire una sana grancassa promozionale per il festival –  con alcune scelte. Locarno 66 ha generato almeno tre film di cui si è molto parlato e ferocemente discusso per motivi cinematografici e soprattutto extracinematografici, il che, mediaticamente parlando, è un ottimo risultato. Mi riferisco al tedesco Zone umide, a Sangue di Pippo Delbono e a L’expérience Blocher, presentato questo in Piazza Grande. Dei primi due e di quel che mostrano (sporcaccionerie varie di una ragazzina in Zone umide, la parola e lo spazio concessi senza il minimo contraddittorio al brigatista Senzani in Sangue), ho già ampiamente detto e scritto, dunque non mi ripeto. Il terzo, di cui si è avuto scarsa o nulla eco dalle nostre parti, è stato invece in Svizzera il film locarnese più controverso. Ritratto da vicino di Christoph Blocher, leader del partito svizzero di destra UDC, un incrocio pericoloso tra Haider, Bossi e altri populisti-nazionalisti delle ultime due decadi, L’expérience Blocher è stato attaccato in quanto troppo accondiscendente verso il suo protagonista. Uno spottone – han detto parecchi elvetici, scandalizzandosi e indignandosi – per l’uomo che ha fomentato con campagne di stampo razzista l’odio per gli immigrati e fatto leva sui più bassi istinti reazionari-territorialisti dell’elettorato. Sarà, ma io da non svizzero il film l’ho trovato di molto interesse e per niente complice (cercherò di scriverne più diffusamente) e lo considero tra le cose più sorprendenti di tutto Locarno 66. Ma il meglio come selezionatore Chatrian l’ha dato in Cineasti del presente, la sezione seconda, dedicata al cinema più di frontiera. Ecco, a CdP si son visti alcuni film a mio parere straordinari, con una media di qualità altissima. Il palmarès ha solo in parte riflesso la ricchezza di quanto è stato proiettato. Manakamana (Pardo d’oro Cdp) è forse la rivelazione massima di questo festival, Mouton (premio opera prima e miglior regia CdP) è stato salutato soprattutto dalla critica francofona come un piccolo capolavoro e una grande scoperta, e forse lo è (anche di Mouton cercherò di scrivere). Poi, il cinese Distant, gli americani The Dirties e Forty Years from Yesterday, l’azero Chameleon, lo spagnolo – anzi galiziano – Costa da Morte, e mettiamoci pure, anche se di fattura più classica, il rumeno Roxanne e il coreano Stone. Credo che stavolta potrebbero anche uscire dal Concorso internazionale e da Cineasti del presente, ma più dal primo che dal secondo, dei buoni successi commerciali, il che per un festival votato al cinema più aspro e meno conciliante come questo non sarebbe niente male. Mi riferisco all’americano Short Term 12, ai francesi Une autre vie e Tonnerre, al giapponese Real, perfino allo svizzero Tableau noir che a me non è piaciuto, ma di cui riconosco il buon potenziale commerciale (più, è ovvio, Zone umide). Fossi un distributore li terrei d’occhio. Passiamo adesso a Piazza Grande, inteso come luogo simbolo dello stesso festival e come sezione di film. Luogo di cui si dice orgogliosamente a Locarno: il più bel cinema all’aperto d’Europa con il più grande schermo d’Europa, e signori miei è proprio vero. La sera Piazza Grande è uno spettacolo e vedersi un film su quel telone gigante è un’esperienza. Però. Però la selezione di film qui è stata la meno convincente di tutto il festival. Certo, con buoni e ottimi titoli, alcuni inaspettati – come gli svizzeri L’expérience Blocher e Ondes – ma la latitanza di produzioni internazionali di forte impatto e richiamo era evidente, cosa peraltro riscontrabile anche gli anni scorsi (e dunque che non si dica, come lamentano le tante vedove Père, che la colpa è del cambio di direzione). Ecco, in Piazza, a parte 2 Guns e Come ti spaccio la famiglia, mancava Hollywood. Il problema non è solo di Locarno, ma anche di Venezia (non di Cannes però). Se Piazza Grande dev’essere la zona meno elitaria del Festival, quella consacrata al cinema-cinema, al cinema-spettacolo, al cinema per un pubblico il più largo possibile, forse è il caso di ripensarci e di rivedere qualcosa, e più di qualcosa. Bisogna riportarci le grandi produzioni americane, e le star. Sissignori, ci vogliono i divi a un festival, perché senza un po’ di glamour e di pompa e di vero red carpet si rischia la progressiva asfissia. Va benissimo portare come si è fatto quest’anno Jacqueline Bisset, Faye Dunaway, Anna Karina, Christopher Lee, ma non sarebbe il caso di far salire sul palco dalla piazza anche qualche nome più fresco? Sì, lo so che le star costano, o meglio costano i loro entourage (così ha lasciato intendere alla conf. stampa di presentazione di Venezia 70 Alberto Barbera), che farle arrivare richiede una pazienza diplomatica che neanche la road map israelo-palestinese, però bisogna darci dentro, magari creando una task force dedicata: altrimenti si rischia di trasformare Locarno in museo delle cere e tempio di devozione alle glorie passate. E dunque, ottimo festival per i cinefili e gli amanti di ogni sperimentazione, e per le scoperte e il lancio di nomi nuovi e seminuovi, meno soddisfacente nella sua parte-spettacolo. Ancora una volta si è sentita, e ha pesato, la scissione tra Piazza Grande da un lato (dove il film più votato dal pubblico è stato il mediocre Gabrielle, e c’era di meglio) e Concorso internazionale e Cineasti del Presente dall’altro. Vasi non comunicanti. Pezzi dello stesso festival, ma reciprocamente estranei. Certo, so bene che in Piazza devono andare film più mainstream a uso di un pubblico di migliaia di spettatori, lamento anzi che non ce ne fossero abbastanza quest’anno, ma non sarà il caso di immettervi – non so come, non so quando – anche qualcosa delle altre sezioni? Giusto per cercare di colmare l’abisso. Almeno, che ne so, proiettare l’ultima sera dopo (e ripeto: dopo) il film di chiusura anche quello che si è preso il Pardo d’oro. Qualche riga infine sul nuovo direttore e la Piazza. Devo dire che il suo predecessore Olivier Père aveva dalla sua una naturale abilità da entertainer (come, peraltro, l’anche molto simpatico Thierry Frémaux di Cannes) difficilmente replicabile. Gran comunicatore, Père, diplomaticissimo e curiale, sempre una parola di encomio per tutti. Un Gianluigi Rondi più giovane e post-moderno e chic-parigino, ecco. Il che è un elogio. Chatrian è fatto di altra stoffa e deve ancora trovare il modo suo di proporsi alla gente. Francamente, non mi ha convinto quel “ciao Piazza” dai toni jovanotteschi con cui più volte ha esordito e salutato dal palco. Al pubblico in buona parte svizzero-borghese di PG era di sicuro più congeniale Père con i suoi completi bianchi, sul lorenzo-cherubinismo avrei seri dubbi.

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