Locarno Festival 2013. Recensione: L’ESPERIENZA BLOCHER (L’Expérience Blocher), il film più controverso del festival, un doc sul leader svizzero simil Bossi-Haider-Le Pen

L’Expérience Blocher (L’esperienza Blocher), regia di Jean-Stéphane Bron. Con Christoph Blocher. Svizzera/Francia. Proiettato nella sezione Piazza Grande.

Christoph Blocher (a destra) con il regista Jean-Stéphane Broch.

Christoph Blocher (a destra) con il regista Jean-Stéphane Broch.

Su e giù per la Svizzera in compagnia dell’uomo politico più discusso del suo paese, il nazional-populista di destra Christoph Blocher. Uno che ha cavalcato le paranoie antistranieri e la paura dell’Europa arrivando al 30 per cento dei voti. Un incrocio pericoloso tra Haider, LePen, Bossi (con un un cicinin di Berlusconi). Un film-documento anomalo che a Locarno ha lasciato perplessa molta stampa locale. Accusato di essere troppo accomodante, fino alla collusione, con il suo protagonista. Io, che svizzero non sono, l’ho trovato di straordinario interesse e per niente colluso. Magari si facesse un film così sui nostri politici più discussi. Magari. Voto 8

Il regista Jean-Stéphane Bron a Locarno

Il regista Jean-Stéphane Bron a Locarno

In viaggio su e giù per la Svizzera – città, monti, laghi, fiumi – nell’autunno del 2011, mentre si avvicinano le elezioni federali, in compagnia dell’uomo politico più controverso del paese, uno che ha scatenato nella sua storia pubblica pari odi e pari amori, e forse più i primi dei secondi, come da noi un Bossi, un Berlusconi. Arrivato a incamerare allo zenit della sua parabola per sè e il suo partito – in francese Udc (Unione democratica di centro), in tedesco Svp (Partito Popolare Svizzero) – la bellezza del 30 per cento dei voti, e scusate se è poco. Nome, Christoph Blocher. Mai sentito? Nemmeno io lo conoscevo tanto bene prima di questo film, solo qualche confuso, vago ricordo su polemiche legate alle sue iniziative anti-immigrati, campagne che quelle nostre della Lega sembrano al confronto partorite dai più fini e squisiti spiriti umanitari. Uno di quei leader nazional-etno-populisti di destra che nell’ultimo ventennio hanno intercettato in tutta Europa il disorientamento o se preferite l’incazzatura di tanta parte di pubblica opinione, anzi della gggente, allarmata dall’arrivo massiccio degli stranieri, dalla crisi economica (leggi delocalizzazione, disoccupazione e perdita di risparmi) in seguito alla irresistibile globalizzazione e ai disastri speculativo-finanziari. Un disagio esteso che è stato, è anche, un riflesso territorial-conservativo di tipo quasi etologico, sempre assai sottovalutato e malcompreso e anzi disprezzato dalle anime belle à gauche e che ha fatto invece la fortuna di chi gli ha saputo dare se non una soluzione o una risposta, almeno un canale di sfogo. Il paese a noi, fuori gli stranieri, chiudiamo le frontiere, ripartiamo dalla nostra tradizione. Formule facili che abbiamo sentito gridare di volta in volta, pur se modulate in varie versioni e in varia intensità, da Jean-Marie Le Pen in Francia, dall’austriaco Jörg Haider, dall’olandese Pim Fortuyn, dal nostro Umberto Bossi, e da parecchi altri qua e là per il continente (Inghilterra, Fiandre, ecc.). Il regista svizzero Jean-Stéphane Bron ha tentato l’impresa temeraria di restituirci un po’ di Blocher, chi è, come nasce, da dove viene, com’è diventato quel che è, seguendolo nella sua campagna eletorale del 2011, ricostruendo pezzi dela sua vita e del suo percorso politico. Con dialoghi-intervista a lui innanzitutto, con testimonianze di chi gli sta vicino e di chi lo sostiene e lo vota. Ma anche, e sta qui il bello e la peculiarità, con incursioni nelle zone della memoria e perfino dell’inconscio.
Un documentario anomalo, che cerca di render conto del suo oggetto di discorso anche con una lingua cinematografica non piatta, che non sia mera registrazione del reale, ma si cimenti con la visione, l’extrarazionale, la narrazione (l’infanzia di Blocher, mostrata attraverso i luoghi, dalle cascate di Sciaffusa su cui affacciava casa sua, alla chiesa dove il padre, pastore luterano, officiave e predicava, al piccolo cimitero dietro casa, il posto preferito da Christoph nei suoi momenti di riposo, solitudine e vagabondaggi mentali). In questa commistione di realismo e accensioni visuali e a tratti visionarie il film mi è molto piaciuto, tanto da potersi configurare a mio parere come possibile modello di riferimento per ogni successivo, futuro tentativo di render conto di analoghe parabole politiche. Vedendo L’expérience Blocher ho rimpianto che non si sia mai fatto niente di simile da noi intorno a Umberto Bossi e Silvio Berlusconi, che qualche tratto (non la xenofobia, non l’anti-globalizzazione) in comune con Blocher ce l’ha, l’istinto quasi animale nel fiutare gli umori dell’opinione pubblica e quel che passa nella pancia del paese profondo, l’abilità comunicativa, un certo innato istrionismo da entertainer, l’essere un imprenditore di successo. Solo che noi finora abbiamo avuto in materia solo film indignati e/o incapaci di andare oltre l’urlo, il disprezzo, l’insulto, la demonizzazione. Esorcismi in forma di cinema. Se Blocher è ritenuto da molti suoi oppositori il Male Assoluto e una reincarnazione demoniaca (esattamente come da noi à gauche vien percepito e malvissuto Berlusconi), il regista Bron il diavolo decide non di scansarlo, ma di farci un lungo, periglioso viaggio insieme. Eccolo con la cinepresa seduto in macchina di fronte al signor B. e la sua signora fare domande cui spesso non ottiene risposta, e poi ecco la mdp riprendere i comizi, la folla in attesa, le cene elettorali, l’adorazione dei supporters, e B. che parla e parla e parla aizzando e ipnotizzando con suprema demagogia i suoi. Repulsivo e, insieme, non privo di un suo fascino. Conosciamo la Svizzera profonda dei cantoni interni, patriottica, conservatrice, tetragona  a ogni cambiamento, conosciamo la Svizzera borghese delle signore rifatte e stravolte dalla chirurgia plastica e dai molti e pesanti gioielli addosso. Tutti pazzi per Blocher. Un viaggio antropologicamente straordinario, soprattutto per chi svizzero non è e della Svizzera ha conoscenza di superficie e per cliché. Si trema e si freme, noi spettatori di buon animo e di buoni sentimenti, nel vedere gli ignobili manifesti antialbanesi del partito di B., o le sue intemerate contro l’invasione straniera. Ma qualche sana domanda finiamo col porcela, lui ci costringe a porcela, soprattutto quando il film rievoca uno dei momenti salienti del percorso politico di B., la sua battaglia contro l’ingresso nell’Unione europea della Svizzera e dunque l’abbandono della storica eccezione elvetica. Battaglia poi vinta con un referendum che mantenne l’insularità e l’impermeabilità agli agenti esterni. Ora, tanti anni dopo, con davanti ai nostri occhi lo spettacolo desolante dell’Europa di oggi – crisi dei debiti sovrani e default di qualche paese membro, coma profonda dell’euro e quant’altro, Germania che ci comanda tutti e l’Ue ridotta a nuovo Reich – siam davvero sicuri che Blocher abbia avuto torto? Credo che i fatti, la storia, gli abbiano dato, almeno in questo, abbondantemente ragione, e che la Svizzera ci abbia guadagnato a restare fuori dall’unione e dall’euro con il suo franco forte. Il fenomeno B. pone, tra le molte questioni interessanti, anche quella del mantenimento o della rinuncia alla diversità svizzera, alla sua vocazione di paese piccolo e corsaro costretto ad arrangiarsi da secoli con sopraffine arti di sopravvivenza, dalla prestazione d’opera militar-mercenaria alle più recenti sofisticherie finanziarie. Comprese quel segreto bancario per la cui conservazione Blocher leoninamente si è battuto (perdendo però). Il nostro emerge come un politico e come un fenomeno socio-antropologico assai più ricco e stratificato della semplificazione e mostrificazione che ne è stata fatta dai suoi avversari. Alla proiezione stampa a Locarno gli applausi svizzeri son stati nulli o quasi, il gelo era percepibile, i soli a batter le mani un po’ son stati gli stranieri. Dai commenti raccolti s’è capito che il film non è piaciuto per niente in casa, anzi più d’uno l’ha accusato di essere troppo complice e compiacente e troppo poco critico nei confronti del suo protagonista. Un film colluso. Sicuro, se frequenti il diavolo corri il rischio di trovarlo simpatico e di renderlo tale agli altri. Ma io penso che convenga snidarlo, sfidarlo, incontrarlo il diavolo, anziché scansarlo e maledirlo da lontano ed esorcizzarlo. Il regista Jean-Stéphane Bron ha deciso di correre il rischio, e ha fatto bene. Certo per poter riprendere e seguire Blocher deve aver patteggiato con lui, si sarà stilata di comune accordo una mappa assai precisa di quel che si poteva e non si doveva dire, e dei limiti cui spingersi nel rovistare nel backstage di casa Blocher. “Mi sento un regista embedded”, mi pare dica a un certo punto Bron, ed è vero, e capiamo il suo imbarazzo. Lui, in tutta evidenza in disaccordo con la visione politica del suo protagonista, cerca come può di arginarne l’impetuosità e l’abilità manipolatoria. Un po’ ce la fa un po’ no. Un po’ resta vittima di B., un po’ no. Per salvarsi usa un trucco non proprio ortodosso, l’espediente retorico di raccontare fuori campo ampie zone dell’uomo politico, il suo passato, certi suoi misfatti, l’infanzia, rivolgendosi a lui come in un immaginario dialogo. Solo che il contraddittorio non c’è. Un escamotage che consente a Bron di comunicarci quelle domande scomode che avrebbe voluto ma non ha potuto fare a B. Facile dire: quelle domande avrebbe dovuto sparargliele in faccia. Vero, verissimo, peccato che Blocher non avrebbe mai accettato e/o non avrebbe mai risposto e il film sarebbe finito dopo il primo giorno di riprese. Bron scende a patti con il (presunto) diavolo, non sappiamo esattamente quali condizioni abbia dovuto accettare per condurre in porto l’impresa, ma di sicuro qualcosa deve avere accettate. Immagino anche che il leader della Svp abbia richiesto un qualche controllo finale, una sorta di final cut, o mi sbaglio? Liquidato da molti giornalisti svizzeri come uno spot a favore del razzista Blocher, un incauto arrendersi al suo fascino demoniaco, a me L’Expérience Blocher è parso invece un lavoro esemplare. Comunque lo si guardi e giudichi, B. resta personaggio straordinario, bigger than life, con una vita da romanzo vero (lui e i suoi nove fratelli in una famiglia povera e austera di origine tedesca, i suoi primi passi in un’azienda che non è sua ma che lo diventerà, la decisione di scendere in politica nel ’92, ed è subito insperato successo: attenzione, il fenomeno Berlusconi non era ancora nato). Perché mai non si sarebbe dovuto fare questo film? Anche se faticosissimamente, Bron ce la fa a non asservirsi al suo personaggio e a non farsi suo propagandista involontario, riuscendo a stabilire una giusta distanza. Lo sappiamo da sempre che il diavolo è seducente, anche B. a momenti lo è, non per questo va rimosso e bannato.

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