Al cinema. Recensione: il coreano IN ANOTHER COUNTRY, con una Isabelle Huppert che si fa in tre

In another countryIn Another Country (Da-Reun Na-Ra-E-Suh), regia di Hong Sangsoo. Con Isabelle Huppert, Yu Junsang, Jung Yumi. Sud Corea. In sala da giovedì 22 agosto 2013.045016
Isabelle Huppert in cinetrasferta coreana si moltiplica in tre personaggi diversi, però tutti di nome Anne. Piccole avventure e disavventure in una località balneare tra signore francesi un po’ Bovary, bagnini locali un po’ gaglioffi, intellettuali scoperecci e infingardi, mariti manager traditori. Un perfetto esempio del cinema di Hong Sangsoo, considerato dai Cahiers du Cinéma un maestro. Cinema un filo spiazzante al primo impatto, nella sua miscela di toni pochadistici al limite del rozzo, e di raffinata, avanguardistica costruzione narrativa a incastri. Dopo questo In Another Country (che arriva in Italia con un anno e mezzo di ritardo), il regista sud coreano ha realizzato altri due film, uno presentato alla Berlinale 2013, l’altro all’appena concluso festival di Locarno, di cui trovate su questo blog le recensioni. Voto 7045014
Ripubblico la recensione di In Another Country che ho scritto a Cannes nel maggio 2012 (quasi un anno e mezzo prima di questa uscita in Italia), subito dopo la sua presentazione in concorso. Ricordo che vederlo fu un’impresa. Per due volta non ce la feci ad entrare alla proiezione-stampa, anche perché lo diedero nel weekend, notoriamente il momento di massima affluenza festivaliera, e lo diedero oltretutto nella piccola Salle Bazin. Riuscii a beccarlo il giorno dopo nell’assai più capiente Salle Lumière, alla proiezione per il pubblico cui fu ammessa eccezionalmente anche la press. Il mio giudizio non fu benevolo, scontavo l’irritazione della lunga e faticosa attesa e il mio primo impatto con il cinema di Hong Sangsoo, cinema piuttosto ostico e sfuggente nella sua doppiezza, apparentemente rozzo nei dialoghi e in certi passaggi narrativi, altamente sofisticato nella struttura narrativa. Ho visto poi alla Berlinale 2013 un altro film di Hong Sangsoo, Nobody’s Daughter Haewon, e, due settimane fa al festival di Locarno, il suo nuovissimo U Ri Sunhi (Our Sunhi), vincitore del premio per la migliore regia. Tre film in tre festival, e nel giro di poco più di un anno. Hong Sangsoon è prolifico e infaticabile, e vedendo i suoi lavori successivi a In Another Country ho imparato man mano ad amarlo. Adesso, con sguardo retrospettivo, mi rendo conto di come questo film sia assai più interessante e ricco e stratificato, e anche godibile, di come mi apparve a Cannes. Quindi la recensione che qui riporto va emendata e corretta in senso migliorativo. Mia sia consentito, please, un po’ di autorevisionismo (e di autocritica).

Il regista sud coreano Hong Sangsoo

Il regista sud coreano Hong Sangsoo

La recensione da Cannes 2012:
I giapponesi sfottono i coreani, li considerano un po’ rozzi e grossier. Non saprei dire quanto ci sia di vero in questo che è uno dei tanti pregiudizi etnici, non avendo mai messo piede né in Giappone né tantomeno in Corea. Però dopo aver visto questo film sud coreano al titolo originale impronunciabile a noi comuni occidentali mi è venuto da pensare che forse i giapponesi non hanno mica torto. Una commedia di sentimenti per niente leggera anzi abbastanza sul greve qua e là, con una Isabelle Huppert che si triplica, ma i personaggi si chiamano sempre Anne e sono sempre signore francesi, e bisogna dire che lei fa di tutto per stare al gioco, forse allo scherzo, con l’impavida, ferrea determinazione che le si conosce. È nella sua stagione ‘cinema asiatico’, la Huppert, avendo girato prima di questo anche il filippino Captive con la regia del talentuoso Brillante Mendoza, arrivato al festival di Berlino da gran favorito e uscitone senza uno straccio di premio (e invece è un film importante). Strano film, questo Da-reun ecc. Perché la struttura narrativa è sofisticata e, come in Resnais, riprende i giochini avanguardistico-strutturalisti anni Sessanta, che fan sempre la loro figura e un passaggio a un festival lo garantiscono. Ma il racconto appare un filo rozzo, divertente sì (qua e là si sghignazza), ma coreano-grossier. Siamo in una città balneare sud coreana, con un mare grigio e freddo. Anne, arrivata dalla Francia e con un mestiere che deve avere a che fare con il cinema (fa la critica? l’organizzatrice di rassegne? non ho capito bene, scusate), è ospite di un regista di Seul e della moglie di lui incinta. Il coreano ci prova, eccome. Intanto Anne/Huppert deambula intorno alla spiaggia, chiede se c’è un faro e fa la conoscenza di un bagnino, ovviamente aitante – sui giornali anni Cinquanta i bagnini erano sempre aitanti -, simpatico e grezzo, che la corteggia. Figurarsi la critichessa francese, che magari vorrebbe giacere nella tenda (gialla) di lui, ma noblesse oblige e neanche se ne parla, un po’ di coquetterie e basta. Si passa al secondo episodio, e stavolta Anne/Huppert è una francese che tradisce il marito con un intellettuale coreano, fa i soliti giri sulla spiaggia, chiede del faro, conosce il solito bagnino che la corteggia, ma pure lei niente. Terzo episodio: Anne/Huppert stavolta è stata mollata dal marito manager per la segretaria coreana, si concede una vacanzuccia al mare con un’amica (coreana) per tirarsi un po’ su, conosce sempre i soliti personaggi, bagnino compreso, e finalmente ci scopa. Si palesa anche un faro giocattolo. Fine del film, o quasi. Insomma, ci siamo capiti, no? Siamo alle stesse storie però riprese e riraccontate attraverso diversi punti di vista, che sono quelle delle tre Anne, che però sono sempre Isabelle Huppert, che insomma sotto sotto son sempre (forse) la stessa donna. Quel che resta in mente del film sono i dialoghi, anche divertenti, certo, però più da commediaccia che da commedia, e quegli strani incastri narrativi un po’ per caso un po’ per necessità. A far la figura migliore è il bagnino.

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