Recensione: COME TI SPACCIO LA FAMIGLIA (We’re the Millers)

millers03Come ti spaccio la famiglia (We’re the Millers), regia di Rawson Marshall Thurber. Con Jennifer Aniston, Jason Sudeikis, Ed Helms, Emma Roberts, Will Poulter, Molly C. Quinn. Usa. Al cinema dal 12 settembre 2013. Visto al Locarno Film Festival nella sezione Piazza Grande.L
Fingersi una famiglia perfetta per raggiungere un qualche obiettivo: vecchio trucco già usato in film come Angeli con la pistola e Il vizietto. Stavolta un piccolo spacciatore americano affitta una spogliarellista e due teenager per recitare la commedia della famigliola media e felice. Lo scopo, superare i controlli alla dogana con un grosso carico di marijuana. Sarà solo l’inizio di una commedia degli equivoci assai divertente. Un’azzardata, ma riuscita, commistione tra la farsaccia per young adults e la commedia per famiglie. Peccato solo per qualche inverosimiglianza di troppo. Jennifer Aniston esibisce un corpo da urlo e un viso sospetto senza la minima ruga. Voto 6 e mezzo
L
Molto divertente. S’è riso parecchio a Locarno vedendolo nella sezione più pubblico-orientata, quella di Piazza Grande, un’isola di cinema popolare, ma per niente scemo, in un oceano di autorialità qual è il festival. Un film che si colloca tra la raunchy comedy per maschi young adult sempre un po’ sporcaccioni e assatanati di sesso, e quella più accomodante per famiglie, una commistione abbastanza azzardata – i due generi e le relative platee di riferimento tendono a escludersi a vicenda –  e invece riuscita. Tant’è che We’re the Millers viaggia com medie giornaliere di incasso decisamente sostenute al box office americano e lo si pronostica a fine sfruttamento ben oltre la soglia anche psicologica e simbolica dei 100 milioni di incasso (oggi è già a 91). Successo per niente demeritato. La trovata di base è assai buona ed efficace, e ben sfruttata, anche se non proprio nuovissima. Spacciarsi per una famiglia perfetta e perbene e molto felice, pur non essendolo o essendo tutt’altra cosa, per raggiungere un obiettivo altrimenti impossibile, è idea già ampiamente sfruttata al cinema, dal glorioso Angeli con la pistola di Frank Capra al memorabile Vizietto fino al recente Una famiglia perfetta con Sergio Castellitto e Claudia Gerini. Stavolta alla messinscena e all’inganno è costretto a ricorrere uno spacciatore di marijuana di buon carattere e di buon cuore e non privo di una sua etica (non vende ai minori), il quale si ritrova di colpo e per sfiga a dover rimoborsare il suo grossista narcotrafficante di riferimento di molti, molti dollari. Il perfido gli fa una proposta: vai in Messico per conto mio a ritirare un carico ingente di erba e il tuo debito sarà saldato, anzi guadagnerai anche un bel pacco di sghèi. Missione al limite dell’impossible. Come si farà mai a passare i controlli alla frontiera con tutta quella roba? Da lì l’ideona. Il nostro ingaggia la vicina spogliarellista, un ragazzo ansioso di avventure e una ragazzina piercingata e un po’ punkabbestia, e promettendo a ciascuno la sua parte di guadagno li convince a fingersi una famiglia. Siamo i Millers, e quando ci vedranno passare sul van nessuno sospetterà. Tutto è pronto perché scatti la classica commedia degli equivoci. I quattro, ognuno col suo caratterino e le sue fisime, faranno un po’ fatica a coabitare, ma per il bene comune e il soldo comune impareranno. Ed eccoli sul van verso la Frontera e poi oltre, nel fortino del narcotrafficante messicano. La marijuana è tanta, un’enormità. Tutto sembra procedere alla perfezione, invece ne succederanno di ogni, anche perché un’altra famigliola in camper (vera stavolta) ha la pessima idea di voler stringere amicizia con i finti Miller e di intrufolarsi nella loro vita. Con imprevedibili effetti, compresa una notte quasi-porca con una imbarazzante cosa a quattro. Finirà bene, ovvio, e finirà in qualcosa che non rivelo, e che suona come una santificazione della famiglia (anche qui, come in About Time di Richard Curtis visto pure a Locarno, nonostante le apparenze ironiche e perfino derisorie a confermarsi inaspettatamente e subliminalmente son proprio la centralità e l’insostituibilità della famiglia). Come ti spaccio la famiglia è al suo primo livello una commedia grassa e greve, una farsa parolacciara piena di richiami sessuali e tanta erba e tante trasgressioncine da ragazzacci, ma al fondo è un film profondamente puritano e bon ton, e sono appunto le ultime scene a rivelarlo. È, anche, un ulteriore esempio di cinema della messinscena, dell’inganno, della recita (come, per dire, To be or not to be di Lubitsch e Argo di Ben Affleck) in cui la realtà e il gioco di maschere finiscono con il confondersi e influenzarsi a vicenda, e la finzione si rovescia nel suo contrario. Ritmo sempre sostenuto, dialoghi nella miglior tradizione della commedia alta e bassa americana, veloci, brillanti, cinici. Peccato per certe vistose incongruenze. Non è che da un film così si pretenda chissà quale coerenza narrativa, ma il modo in cui la (finta) famigliola ce la fa più di una volta a liberarsi del boss messicano e dei suoi bravi è di una inverosimiglianza fastidiosa, gli sceneggiatori si sarebbero dovuti sforzare un po’ di più a cercare altre soluzioni. Inverosimili anche altri passaggi, come l’improvvisa voglia di sozzerie della famiglia incontrata on the road. Il Messico dei narcos ancora una volta al cinema si rivela essere l’inferno dei vivi, uno dei peggio posti oggi sul pianeta terra, popolato da figuri che non vorresti neanche incontrare in un incubo, figuriamoci dal vero e dal vivo. Narcos pronti a ogni sadismo e perversione pur di preservare il loro status, il territorio, il potere, i soldi. Nell’ultimo anno e mezzo li si è visti in parecchi film, e son sempre tipacci da paura. In Le belve di Oliver Stone, in The Last Stand, il non riuscito ritorno di Schwarzenegger al cinema, in film da festival come il bellissimo Heli (vincitore a Cannes 2013 per la miglior regia) e La Jaula de oro (sempre a Cannes 2013, ma a Un certain regard). Jason Sudeikis, che non conoscevo granché, regge brillantemente il ruolo protagonista con la sua aria da bravo ragazzo americano appena appena deviato dalla giusta via dall’uso smodato di cose alteranti, Jennifer Aniston come stripper e lapdancer esibisce un corpo da urlo e una faccia senza la minima ruga, una di quelle facce porcellanate che purtroppo si vedono sempre più spesso e cui ormai bisogna rassegnarsi senza fare troppo i brontoloni passatisti sempre lì a lamentarsi delle diavolerie estetiche (ma l’alternativa poi qual è? un faccino naturale e avvizzito?).

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