Festival di Venezia 2013: GRAVITY (recensione). Clooney apre fuori concorso con un sci-fi umano, molto umano

Gravity, in 3D. Regia di Alfonso Cuaron. Con George Clooney e Sandra Bullock. Proiettato Fuori Concorso.Gravity 5814-Gravity_2_-_Photo_courtesy_of_Warner_Bros._Pictures
Due lavoratori dello spazio, un uomo e una donna, fniscono alla deriva dopo il guasto alla loro nave. Ce la faranno? Cronaca di un’odissea umana, molto umana, per salvare la pelle lassù, a 700 chilometri di dalla terra. Gli effetti speciali piegati a un racconto di sopravvivenza e ritorno a casa. Una bella scommessa, un bel film. Chissà se piacerà alle platee gobali avideate di robottono e mostri. Voto 7+Gravity 2
Non ha per niente deluso, questo fantascientifico alquanto anomalo che ha aperto le proiezione ufficiali di Venezia 70, anche se fuoi concorso. Alla regia il messicano Alfonso Cuaron, che proprio qui al Lido fu lanciato molti anni fa con il suo Y tu mama tambien, e una coppia di attori massimi, George Clooney e Sandra Bullock. La deriva nello spazio di due lavoratori qualunque di una qualunque stazione spaziale americana in avaria, poi colpita anche – le disgrazie non arrivano mai da sole – da una tempesta di detriti da una collisione tra oggetti spaziali russi. Due uomini muonio, sopravvivo il cazzeggione Matt (Clooney, chi se no), battutaro compulsivo e incallito che non rissparmia storie e amenità anche nei peggio e più disperati momenti, e la dottoriessa Ryan, il vero tecnico di bordo, una bravissima Sandra Bullock che si prende su su sé il peso del film e lo porta vittoriosamente alla conclusione. Dimenticatevi gli effettacci speciali mostruosamente dilatati, gli alieni a bordo, dimenticatevi le varie guerre di robottoni, e le scoperte di pianeti sconosciutie meravigliosi e/o insidiosi. Qui siamo lontano da ogni sci-fi iper spettacolarizzata e pure da quella con voglie altamente metaforizzanti. Film quasi naturalistico su gente qualsiasi, solo che le cirtcostanze in cui si muovono sono straordinarie e l’avventura nasce da qui, dalla differnza tra i due elementi narrativi. Il bello di Gravity è la riduzione all’umano, allo stretto umano, di ogni narrazione tantascientifica, con un movimento di racconta dal fuori al dentro, dal macro al micro, che è il perscorso esatamente opposto a ogni cinema fantastico-sci-fi. Un uomo e una donna dispersi, e la loro lotta per la sopravvivenza lassù  a 700 chilometri da terra. La loro nave spaziale si guasta, due compagni muoniono, i due sopravvissuti vagano nel vuoto attaccati da un cordone ombelicale, ma verrà il momento in cui sarà necessaro separarsi. L’obiettivo è salire su quel che resta di una nave spaziale russa, ma anche quella è avariata e non consentirà mai un ritorno a terra. Da lì l’unica speranza è puntare su una nave cinese a 100 chilomeri e attraverso quella tentare il rientro. Qualcuno ci riuscità, qualcuno di perderà nello spazio. I gesti, minuto per minuto, tra la morte e la vita. La dispearzione, la speranzza, Cuaron spoglia di orgni oprello anche narrativo, di ogni ridondanza, e ci consegna una odissea nello spazio vicino fatta di gente come  noi. Nessuna epica. Nesun eoismo. Solo la quaotidianità spaziale. Qui il film è piaciuto parecchio. Non so quanto piacerà ai giovinsatri delle plaette globali, ai geek assatantati di meraviglie tecnologiche e di filmoni grosie grassi e gronfato CGI da ogni dove. Chissà se apprezzeranno questa avventura solo umana.

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