Venezia Festival 2013. VIA CASTELLANA BANDIERA (recensione): il primo film italiano se la cava dignitosamente

Emma dante (a sin.) e Alba Rohrwacher in una scena.

Emma dante (a sin.) e Alba Rohrwacher in una scena.

Via Castellana Bandiera, regia di Emma Dante. Con Emma Dante, Alba Rohrwacher, Elena Cotta. Italia. Presentato in Concorso.via 2
Buona accoglienza e parecchi applausi alla proiezione stampa del primo film italiano in concorso. Dirige Emma Dante, regista teatrale di consolidata fama europea, qui al suo esordio nel cinema. Due macchine si fronteggiano muso-contro-muso in un vicolo palermitano. Alla guida due donne, e nessuna vuole cedere. Duello rusticano, però matriarcal-femminile. Se di cliché si tratta, è cliché capovolto. Intorno personaggi maggiori e minori, in un clima ipervernacolare da profondo sud alla Wertmüller. Solo che è puro teatro della minaccia, in una Sicilia desolata e da pre-apocalisse. Non male. Voto 6+via 3
Confesso, sono andato stamattina alla Sala Darsena con in testa qualche pregiudizio verso questo film, il primo di Emma Dante, donna di teatro (regista, autrice), e donna di un teatro orgogliosamente non medio, forse più amata e rispettata all’estero – nella solita Francia soprattutto – che da noi. È che, avendo visto un paio di cose sue  (e in tv la contestata prima scaligera di una Carmen con la sua regia), e non essendo un entusiasta del Dante-metodo, se così lo si può chiamare, sono entrato al cinema sbuffando. Poi non dico che il film mi abbia conquistato e convinto, ma devo ammettere che si tratta di opera interessante e dignitosa. Nel recupero di gestualità, lingua, tic vernacolari, personaggi e perfino macchiette della più profonda sicilianitudine-palermitudine, Via Castellana Bandiera, il luogo disgraziato in cui si svolge il racconto, mi ha ricordato Ciprì e Maresco e Roberta Torre, e, ebbene sì, Lina Wertmüller, colei che più e meglio di chiunque altro ha fatto dell’infinita sceneggiata da vicolo del nostro sud un genere di cinema, uno stile, una visione. Difatti anche qui siamo agli stracci, alle urla in siciliano stretto che ci vogliono i sottotitoli, alle imprecazioni, alle sfuriate, alle liti, alle canottiere, ai vestiti a fiorellini, ai pesci in padella, alle panze da troppo cibo e troppo pesante, ai baffi e ai peli e quant’altro. Un vertiginoso accumulo di cliché ambiental-narrativi-fisiognomici che potrebbe fare di questo primo film di Emma Dante un successo all’estero, dove voglion sempre le sofie, le lollo e i pasqualinisettebellezze, non ce n’è, sempre a quello siamo. Poi però la signora regista ci mette dentro un segno parecchio personale, non si ferma al bozzetto da vicolo, ma allestisce un teatro della minaccia, teatro da strada e però con parecchie ombre sinistre al posto del plein soleil. Forse anche un apologo su questa nostra Italia, chissà (ma io starei attento ad attribuirgli altri significati oltre a quelli manifesti e al puro dato narrativo). Rosa torna a Palermo, la sua città, dopo tanto tempo. Di Palermo, della madre, non vuol sapere, non sarebbe mai voluta tornare, ha accettato solo perché la sua compagna Clara ha insistito che la accompagnasse al matrimonio di un amico. L’inizio, con quella Palermo labrintica in cui le due continuano a perdersi con la loro Fiat, ripropone il tema assai caro al cinema della metropoli-inferno pronta a inghiottirti e a dannarti, come, tanto per stare solo sul recente, la Bangkok di Solo Dio perdona di Refn o la ex colonia cino-portoghese di L’ultima volta che vidi Macao. Mentre le due amiche-fidanzate continuano a battibeccare, finiscono senza volerlo con l’infilarsi in una triste strada della più triste periferia (come in Il falò delle vanità di Tom Wolfe), e lì si imbattono con un’altra macchina che arriva in senso opposto, con a bordo la temibile famiglia Calafiore, famiglia di pessima fama tra i vicini. Non c’è spazio per entrambe le auto, una deve cedere e indietreggiare. Ma qui comincia incredibilmente il braccio di ferro. Non cede Rosa, non cedono i Calafiore, in particolare la nonna di famiglia che sta al volante, la silenziosa, lugubre ma determinata, ostinata Samira. Sfida rusticana da Sicilia profondissima, in cui contano l’orgoglio e l’egemonia sul territorio. Solo che stavolta i due maschi alfa che si fronteggiano sono due donne, ed è uno degli elementi nuovi che Emma Dante introduce a scompaginare i cliché, o almeno a rileggerli. Non succede granché. Intorno a quel muso-contro-muso si mobilita tutta la Via Castellana Bandiera, ma non se ne esce. A uno dei Calafiore viene in mente di mettere su anche un banco di scommesse per il vicinato su chi delle due signore cederà. Pretesto ovviamente per quadri, ritratti e ritrattini di vita sicula e di personaggi collaterali di vario tipo. Con perfino le due signore a fare la pipì sullo sterrato a marcare il confine. La milanese Clara, la compagna di Rosa (un’Alba Rohrwacher ampiamente sottoutilizzata), da buona nordica non capisce quel braccio di ferro, e si invola per un po’ per la città in compagnia del diletto nipote di Samira. I pochi fatti sono comunque abilmente orchestrati da Emma Dante, che rivela la sua capacità, affinata in decenni di teatro, a costruire plot. Finale che un po’ ci si aspetta, e un bel piano sequenza a chiudere degnissimamente il film. Dove la migliore invenzione sta nel personaggio di Samira, la vecchia ostinata e quasi muta (una grande Elena Cotta, negli anni Sessanta fu una delle attrici degli sceneggiati tv in b/n), donna di quell’etnia albanese dimorata in Sicilia da secoli e secoli, eppure ancora considerata altra e differente (“Pensare che le ho prese, lei e la figlia, da quei turchi, che non avevano niente!”, dice il protervo genero). Il pittoresco, pericolo massimo in film del genere, non c’è quasi, ed è qualcosa da sottolineare. Domina un senso di dissoluzione, di perdita, di sconfitta, di desolazione. Non sarà grandissima cosa, questo Via Castellana Bandiera, ma sta sopra di un bel po’ alla media del nostro cinema.

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