Venezia Festival 2013: CHILD OF GOD (recensione). Il miglior film di James Franco regista (e adesso si dovrà pure prenderlo sul serio)

ChildChild of God, regia di James Franco. Tratto dal romanzo di Cormac McCarthy. Con Scot Haze, Tim Black Nelson, Jim Parrack, James Franco. Presentato in Concorso.Child 1
Tratto da un romanzo di Cormac McCarthy, un film tostissimo e implacabile su una vita estrema, al limite del sub-umano. Lester, rigettato dalla piccola città in cui vive, si rifugia nei boschi, diventa una specie di uomo-lupo. Ucciderà donne per poterle amare a modo suo e possedere. James Franco regista è l’opposto della sua immagine di star glamourizzata, in una scissione della personalità parecchio interessante. Voto 7

James Franco sul set

James Franco sul set


Uno dei film più detestati, sottostimati e malcompresi di questo Venezia 70, e francamente non se ne capisce il perché. O lo si capisce molto bene. Forse James Franco è troppo figo e troppo star perché venga seriamente preso in considerazione come autore-regista, a uno con una faccia così e così baciato dalla buona sorte non si perdona l’ostinazione a voler essere apprezzato anche per il suo cervello. Che poi è la sindrome Marilyn in versione maschile. Mette poi in sospetto la sua frenesia, il suo stakanovismo che hanno un che di allucinato, di malsana esagerazione. Mon Dieu, lo si vede a tutti i festival, come attore o autore, o come tutt’e due le cose. A Berlino era con tre film, di cui uno come regista (insieme a Matthew Travis), Interior: Leather Bar. A Cannes a Un certain regard ha portato l’ambizioso As I Lay Dying, da lui diretto e interpretato. A questo Venezia è presente, presentissimo con Child of God nel concorso massimo e a Orizzonti con Palo Alto, diretto sì da Gia Coppola, ma da Franco interpretato, prodotto, e oltretutto tratto da un suo racconto. Più un video per Gucci con Marina Abramovich. Devo dire che a me sta simpatico, trovo bella e interessante la sua scissione tra l’essere una star capace di film iper popolari come Il grande e potente Oz e il fare una cosa come questo tostissimo Child of God, messa in cinema di un romanzo del più implacabile e rigoroso narratore americano, Cormac MacCarthy. Mettendo in fila i suoi film da regista – io ne ho visti finora quattro: oltre ai tre di cui sopra, anche Sal, presentato qui a Venezia due anni fa – emerge un profilo d’autore con un suo carattere, un suo peso, anche una sua visione di cinema. Visione debitrice all’inizio a cineasti come Gus Van Sant, ma che negli ultimi due film, As I Lay Dying e questo Child of God, si è fatta assai più personale e autonoma. James Franco si colloca con decisione in quel territorio di cinema indie americano di tendenza realista e perfino naturalistica, via ogni belluria, figuriamoci il glamour: piallato, cancellato, evitato come se fosse un virus letale. Macchina a mano come i modi e la maniera (e i manierismi) indie impongono, però usata con una certa sapienza, e qua e là anche movimenti di macchina a costruire un linguaggio e uno stile  assai consapevoli. Il resto è un mondo sporco, melmoso, cupo, grigio-antracite. Franco autore è attratto da vicende e faccende estreme, da personaggi ai margini e anche ben oltre i margini, da storie in cui a dominare è la corporalità, e un’umanità al limite del ferino, del bestiale. Mondi e storie in cui la ragione sembra dissolversi o addirittura non essere mai esistita, e le pulsioni son scatenate e non domate. In Interior: Leather Bar ricostruisce i 40 minuti, i più sessualmente espliciti, andati perduti del mitologico gay-fetish movie di William Friedkin Cruising, ed è tutto un agitarsi spesso indistinto di corpi maschili, un leccarsi, un penetrarsi in un oscuro antro metropolitano. Qui in Child of God si va parecchio più in là. Il protagonista è un uomo rigettati dal consesso degli umani per la sua follia, o forse solo per la sua impossibilità di essere normale, e che finisce con il rifugiarsi nei boschi fino a diventare una sorta di uomo-lupo, di animale tra gli animali. Lester Ballard, questo il suo nome, finirà con l’innamorarsi e far l’amore con una ragazza trovata cadavere insieme al suo compagno in una macchina. Quando poi la perderà in un incendio, ucciderà un’altra donna, e forse altre ancora, per poterle amare a modo suo, abbigliarle come a lui piace, dormire con loro. Il film registra con distacco e però con una sotterranea partecipazione e pietas il gorgo di questa follia. Quello che in altri tempi si sarebbe chiamato caso clinico, da manuale di psicopatologia. Per fortuna non ci sono approcci sociologicistici o psicologistici. La macchina da presa di Franco riprende fattualmente e non giudica. Neanche si pretende di darci una qualsiasi spiegazione di ciò che accade. James Franco abbandona certi sperimentalismi smaccati visti in As I Lay Dying (lo split screen) per un racconto più fluido e meno irrigidito da cerebralismi. Sì, si concede una divisione in capitoli con tanto di visualizzazione della pagina scritta di McCarthy. Ma non esagera. Il risultato è altamente rispettabile, e credo che a questo punto si dovà incominciare a prendere sul serio. Scena già cultistica: Lester in abiti femminili e con in testa non una parrucca ma lo scalpo biondo di una delle sue vittime. Uno Psycho in versione desolata e lontanissima da Hollywood.

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