Venezia Festival 2013. ANA ARABIA (recensione). Amos Gitai agguanta una storia formidabile, peccato che poi rinunci a raccontarla

5450-Ana_Arabia_1ana-ar.-3-700x466Ana Arabia, regia di Amos Gitai. Con Yuval Scharf, Sarah Adler, Uri Gavriel, Norman Issa, Yussuf Abuwarda, Shady Srur, Assi Levy. Israele. Presentato in Concorso.Ana ar. 1
Una giornalista israeliana va a Giaffa a cercare notizie su una storia straordinaria, quella di Siam, un’ebrea sopravvissuta ad
Auschwitz e poi convertita all’Islam. A questo punto ci aspettiamo un racconto avvincente. Invece no. Il maestro del cinema isareliano Amos Gitai, più austero che mai, abbandona subito la promettente traccia narrativa, ci punisce e ci delude, non ci dice quasi niente di Siam e preferisce indagare quel microcosmo arabo. Certo il film è di un virtuosismo sublime: un solo piano sequenza di un’ora e mezza, luce naturale. Magnifico. Ma la storia dov’è? Voto 6+Ana ar 2
L’inizio di questo film del più acclamato e classico dei registi israeliani promette molto, moltissimo. Una giornalista assai caruccia va a Giaffa, la città araba a ridosso di Tel Aviv, posto in cui gli ebrei non vengono accolti volentieri, per indagare su un caso a modo suo straordinario. Quello di un’ebrea polacca sopravvissuta ad Auschwitz che, arrivata poi in Isarele (anzi, in quello che nel 1948 sarebbe diventato Israele), si è convertita all’Islam e ha sposato un arabo. Ecco, uno si dice: storiona, e già si prepara ad apprendere tutti i dettagli. Figuriamoci: una donna divisa tra due appartenenze etniche, identitarie, religiose. Come si è svolta la sua vita? Com’è stato il matrimonio? E i figli come hanno vissuto questa loro doppia origine? E i parenti? I vicini? Invece arriva ben presto per lo spettatore ansioso di rivelazioni la frustrazione. Ad Amos Gitai interessa ben poco raccontare classicamente una storia così, raccontarla nelle sue trame e nei suoi intrecci, essendo lui tra quegli Autori che disdegnano la narrazione e lo storytelling in quanto troppo popolari e un filo volgari, e allora sceglie un’altra strada e affronta la vicenda di Hanna poi diventata Siam Abbas tangenzialmente, per tocchi laterali e per ellissi. In un pezzo di Giaffa rimasto fermo nel tempo, tra basse case arabe, tetti di lamiera, cortili con ferraglie e galline e cavalli, orti e giardini pieni di ombra, fiori e frutta, la giornalista fichissima mandata da chissà quale fichissima redazione si aggira col suo moleskine annotando, ma soprattutto parlando e conversando. Solo che, piuttosto che fare domande come ogni giornalista dovrebbe, lei ascolta. Sicché per un’ora e mezza la vediamo incontrare e dialogare con il marito di Siam, uno dei figli, la figlia, la nuora, più vicini vari. Chi si aspetta un film-inchiesta alla maniera, che ne so, dell’Uomo di marmo di Wajda resterà delusissimo. Qui in pochi parlano di Siam, e dicono poco, anche il marito ne accena appena, la figlia ricorda solo che nonostante le differenze tra di loro e nonostante l’ostilità di cui erano circondati l’amore li teneva legati. Ma per la gran parte del tempo tutti parlano d’altro, di sé soprattutto, del passato, dell’oggi, dei figli lontani. Momenti interessanti e altri molto meno. Interessante quando si rievoca quella vicina ebrea che allevò un bambino abbandonato da una famiglia palestinese scappata via, e lo allevò da ebreo, tant’è che lui finì nell’esercito israeliano a combattere contro la sua gente. Ma la gran parte delle conversazioni è divagazione, sogno, nostalgia del passato, amare considerazioni sull’oggi e come sia dura vivere da arabi, da palestinesi in Israele (sarà bene precisare che i palestinesi che vivono in Israele hanno la cittadinanza israeliana, sono cittadini del paese a tutti gli effetti). La storia della donna sopravvissuta ad Auschwitz e poi convertita all’islam è per Gitai solo un pretesto per entrare in quel microcosmo, in quel reperto della Palestina di un tempo conservatosi miracolosamente fino a noi. Uno dei vicini dice che sotto il mandato britannico ebrei e arabi andavano d’accordo, e che i casini sono cominciati dopo, dopo la proclamazione dello stato di Israele, la guerra del ’48, il grande esodo palestinese. Ora, mica voglio dare lezioni a nessuno in materia, tantomeno a Amos Gitai. Ma se ricordo bene, in Vittime (Rizzoli Libri) lo storico israeliano Benny Morris scrive di conflitti e scontri sanguinosi tra arabi e insediamenti ebraici e gruppi ebraici anche sotto il mandato britannico, in particolare a Gerusalemme. Ecco, ho l’impressione che l’effetto nostalgia abbia il suo peso nelle storie oralmente trasmesse in Ana Arabia. Entusiasta di quello che sta sentendo, la giornalista al telefono con qualcuno che immagino sia il suo direttore o caporedattore dice che di storie straordinarie da scrivere ne ha a questo punto almeno quattro, non solo quella di Siam. Be’, evidentemente Gitai non conosce abbastanza le redazioni e le loro logiche. Sorry, con quel pochissimo che la ragazza ha raccolto in quei cortili di Giaffa non c’è materia per imbastire una storia pubblicabile, un qualsiasi caporedattore la rimanderebbe indietro a rifare il terzo grado a tutti gli intervistati, a cominciare dal marito. Il che rende inattendibile e pochissimo credibile il pre-testo narrativodi questo film, l’inchiesta giornalistica. A Gitai importa solo mostrarci quel mondo a parte, spezzare una lancia a favore degli arabi d’Israele e de-demonizzarli agli occhi dello spettatore. Interessa soprattutto il come del suo film, e il come è magnifico, di un virtuosismo da lasciare annichiliti. Non c’è uno stacco che è uno, Ana Arabia è completamente girato in un solo piano sequenza braccando e pedinando la giornalista, che fa da personaggio-guida in quel dedalo di Giaffa. Movimenti dei personaggi e dialoghi perfettamente orchestrati e inseriti nello spazio schermico, luce naturale che a poco a poco si scurisce nel crepuscolo. Con un’ultima inquadratura che dai tetti sale verso il cielo da applauso. Certo, se Gitai ci avesse anche raccontato la storia di Siam Abbas saremmo stati tutti più contenti.

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