Venezia 70, aspettando il Leone. PHILOMENA piace quasi a tutti. Quasi

Philomena

Philomena

Per carità, l’ho pure scritto subito dopo averlo visto in proiezione stampa. Philomena è un film irresistibile, travolgente, che non può non piacere. Amzi, pensato e fabbricato perché piaccia al più ampio pubblico possibile, e così sarà. Una macchina di perfezione implacabile, mica per niente dietro a questo film, più che il navigatissimo regista Stephen Frears, c’è quel genio della produzione e distribuzione che si chiama Harvey Weinstein. Storia vera, quella di Philomena, una donna irlandese cui cinquant’anni prima le suore hanno portato via il figlio illegittimo (allora si diceva così) per darlo in adozione a una coppia di americani. Adesso lei vuole ritrovarlo e ci sarà a darle una mano un disincantato giornalista inglese. Sceneggiatura da manuale, scrittura di scintillante perfezione british, e un’interprete come Judi Dench stratosferica. Difatti quando si è presentata in Sala Grande son stati quindici minuti di applausi. Però, please, non scambiano Philomena, degnissimo prodotto, per un capolavoro. Venezia ha fatto benissimo a metterlo in concorso, in un festival ci vogliono anche film così, mica solo Tsai Ming Liang et similia, sarà anche probabilmente il massimo successo commerciale globale che uscirà quest’anno dal Lido. Quello che non mi aspettavo è che diventasse anche il preferito di moltissima critica. Qualcuno ne parla come di possibile Leone d’oro, e se accadesse, sarebbe il suicidio di Venezia come festival di prima fascia. Diamo la Coppa Volpi a Judi Dench e non se ne parli più. Intanto, in attesa dei premi che saranno dati a partire dalle 19, Philomena si è già portato a casa un bel po’ dei riconoscimenti che vengon detti collaterali. Come il Mouse d’oro, assegnato attraverso i voti della stampa online (quest’anno ho votato anch’io, ma non ho assegnato la mia preferenza a Philomena, tranquilli). Stampa che, essendo webizzata, dovrebbe intercettare il nuovo, indicare le tendenze e quant’altro, fiutare il cambiamento. Invece, pure l’online ha premiato il film di Frears, buonissimo cinema di papà, anzi del nonno, come ibernato mezzo secolo fa e ri-tirato fuori. Un giovane cinefilo, 22 anni, con cui parlavo ieri mentre eravamo in coda alla sala Casinò, mi spiegava il suo entusiasmo e quello di tanti suoi coetanei per Philomena come bisogno di tornare alla narrazione. D’accordo, ma qui siano al fotoromanzo anni Cinquanta, anzi a Carolina Invernizio. Il film dei Frears ha vinto perfino il Queer Lion Award quale migliore a tema gay quando, in fatto di omosessualità, si sono viste cose di gran lunga migliori e più sottili come Eastern Boys e Tom à la ferme di Dolan. Da non crederci. Non bastasse, stamattina è arrivata la classifica finale con i voti dei più conosciuti critici italiani (i quotidianisti soprattutto) e di qualche straniero. E chi va a vincere? Indovinato: Philomena. E gli ultimi due? Under the Skin, uno dei film più innovativi di questa mostra, e il degnissimo L’intrepido di Amelio. Aiuto, quasi quasi l’anno prossimo emigro a Toronto.

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