
Basta, l’anno prossimo tutti a Toronto. Come d’altra parte fanno gli americani che già da parecchi anni passano la prima settimana di mostra a Venezia e poi in massa sciamano verso il festival made in Canada (tant’è che non hanno visto Sacro GRA, il Leone d’oro, proiettato gli ultimi giorni quando loro erano ormai lontani). Finora, fino a quest’anno, fino a questa edizione numero 70, i giornalisti italiani al Lido non avevano mai preso sul serio quel lontano concorrente dall’altra parte dell’oceano e del mondo. Figuriamoci, cosa potrà mai contare una vetrina di 300 film chiaramente votata al mercato e al consumo al confronte del blasone della mostra e del suo profilo alto-culturale? Errore clamoroso. A furia di ragionare così – non solo la stampa italica, ma, temo, anche qualcuno tra i responsabili alti del festival – a furia di sottovalutare il concorrente, Venezia ha finito col perdere sempre più terreno e Toronto a guadagnarne sempre di più. Fino allo sgarbo del nuovo film di Daniele Luchetti Anni felici che ha saltato il Lido per andare là in prima mondiale. Fino allo sfregio di 12 Years a Slave di Steve McQueen negato a Venezia e pure quello presentato, con esito che non è esagerato dire trionfale, alla rassegna canadese. Sul caso del film di McQueen ho già scritto, un caso che ha coinvolto direttamente il direttore del festival di Venezia Alberto Barbera, Le Monde e il regista. Fatto sta che, di fronte a tanti film non dico mediocri, ma di sicuro non di primissima fascia visti quest’anno in concorso a Venezia, in molti abbiamo cominciato a pensare al Canada. Sfiancati da estremismi autoriali e da film che definire ostici e ardui è garbato eufemismo; distrutti da file interminabili senza poter vedere l’oggetto del desiderio (chiedere lumi a chi, come me, si è fatto la doppia coda alla Sala Perla e alla famigerata Sala Casinò per Moebius di Kim Ki-duk ed è rimasto fuori, o a chi ha provato a entrare alla Pasinetti per Tsai Ming Liang); disgustati dal gioco non pulitissimo di lobby e lobbiette italiane che fischiavano o applaudivano a seconda delle convenienze di famiglia; delusi da un verdetto che ha premiato un film appena appena decoroso, tra fiumi di insopportabile retorica perché “finalmente un documentario ha vinto un premio a un festival”. Ecco che i giornalisti, ma anche gli spettatori, alla fine di un festival che poco è piaciuto e che per molti è stato il meno riuscito da parecchio tempo a questa parte, si sono uniti in un (virtuale, ma neanche troppo) grido: l’anno prossimo tutti a Toronto! Grido di dolore e di incazzatura. Fanno fede le parole di una mia amica che così ha sintetizzato la situazione: “Pago trecento euro di albergo al giorno e poi non mi fanno neanche vedere Kim Ki-duk. Basta, Venezia addio”, ed è tornata tre giorni prima a Milano. Già pronta a prenotare per Toronto 2014 dove, pare, gli hotel costano meno della metà dei prezzi da strozzinaggio del Lido.
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2 risposte a E da Venezia si levò un grido: l’anno prossimo tutti a Toronto!