Recensione: ‘Les rencontres d’après minuit’. Il film-scandalo del Milano Film Festival è un bellissimo film (e vince)

21001472_2013042510431388820533896Les rencontres d’après minuit, regia di Yann Gonzalez. Con Eric Cantona, Niels Schneider, Kate Moran, Alain Fabien Delon, Béatrice Dalle. Francia. Visto al Milano Film Festival, dove ha poi vinto il premio come migliore lungometraggio.21001475_20130425104314435
A Cannes, dopo la prima alla Semaine de la critique, è diventato un caso mediatico. Adesso per questo eccentrico film del trentenne Yann Gonzalez arriva la vittoria al Milano Film Festival. Alcune persone si ritrovano per un’orgia. Ma il sesso è l’occasione, o il pre-testo, per una narrazione che sconfina nel surreale e nel fantastico. I personaggi man mano si svelano oltre la maschera e il ruolo a loro destinato nel partouze (lo Stallone, la Cagna, la Star ecc.). Un film che è una sfida, nel suo mescolare cerebralismi e corporalità. Con molti debiti e riferimenti a Sade, Buñuel, Pasolini, Cocteau. Una rivelazione. Con un Eric Cantona che non ti aspetti. Voto tra il 7 e l’8.

Eric Cantona con Fabienne Babe

Eric Cantona con Fabienne Babe

Fabiene-Alain Delon, figlio di Alain

Fabiene-Alain Delon, figlio di Alain

Questo 2013 continua a darci, almeno nei festival (e si spera prossimamente in sala), film eccentrici, fuori di testa eppure bellissimi. Stray Dogs di Tsai Ming Liang e Under the Skin di Glazer a Venezia. Upstream Color di Shane Carruth alla Berlinale e poi al Milano Film Festival. Includo nella categoria anche questo indefinibile, di ardua classificazione, Gli incontri del dopo mezzanotte, diventato rapidamente un caso in Francia dopo la sua presentazione a Cannes come special screening alla Semaine de la Critique. Lì me l’ero perso, anzi non mi era proprio arrivata l’eco degli entusiasmi francesi, e grazie a Dio il Milano Film Festival (che s’è concluso ieri, domenica 15 settembre) mi ha dato la chance di recuperarlo. Ci sono andato assai curioso, ma anche diffidente, come sempre quando ho a che fare con i film promozionati dalla grancassa mediatica di Parigi. Si sa come sono da quelle parti, è almeno dai tempi della Nouvelle Vague che si sentono investiti del diritto divino di proclamare e stabilire grandezze e stature di film e relativi autori. Motivo aggiuntivo di perplessità, l’odore forte di scandalo che Les rencontres si portava dietro dalla sua apparizione alla Semaine, con le sue scene cochon di sesso a due, a tre, di gruppo e altre varie sporcaccionerie, benché sublimate da forte impronta autoriale. Invece il film mi ha davvero sedotto e, signori, abbiamo, se non un capolavoro, certo un’opera di rispetto e un autore – un trentenne e qualcosa con l’aria assai décontractée e per niente pososa e smorfiosa – nuovo su cui credere e puntare. Rivelazione, altroché, da mettere tra i piccoli e i grandi eventi cinematografici dell’anno. Ieri sera ho visto con piacere che la giuria del Milano Film Festival lo ha premiato come miglior lungometraggio e, stando almeno a quello che ho potuto vedere dei lavori in concorso, trattasi di scelta sacrosanta. Da che parte cominciare? Qualcuno lo ha ingabbiato nella categoria commedia erotica. Mah. Siamo semmai in un cinema spurio, visionario e segnato da forti derive nel surreale, con molto sesso che sfiora a momenti il sesso esplicito, e però alla fin fine più parlato, evocato, sognato, discusso, bramato che realmente messo in atto e rappresentato-mostrato. In fondo, per una storia che intende raccontarci un’orgia e i suoi partecipanti, di sesso non se ne vede tantissimo. A colpire è la capacità del regista di svariare su più toni e registri, di mescolare il lurido e il sozzo alla vertigine della parola alta, anche alata e di assoluta purezza e leggerezza, è l’uso del sesso e del polimorfo-perverso come grimaldello per penetrare nei cunicoli esistenziali, fino a cavar fuori passioni incontrollabili, sentimenti e  sentimentalismi, traumi e infelicità, tentativi parossistici di raggiungere la felicità. Ma a colpire, ancora, è il ferreo controllo formale che Yann Gonzalez attua sulla sua ribollente materia, l’eleganza a tratti glaciale di questo rito di vita e di morte. Con rimandi multipli e fantasmagorici a molto cinema del passato, e a molto maledettismo letterario, a molte arditezze e sperimentalismi e avanguardismi. Cinema per nulla naïf e invece parecchio consapevole, anche se Yann Gonzalez cerca di depistarci nascondendosi dietro una finta rozzezza e volgarità. Siamo in una qualche parte di Francia, in un appartamento tra i futuribile e il modernariato, décor assai design e lineare dove ogni orpello, ogni superfluo estetico è bandito. Un contenitore rigoroso in cui man mano arrivano gli ospiti dell’orgia designata, gli incontri del dopo mezzanotte che la cameriera – un travestito in grembiule nero e diadema in testa – e i suoi amici-padroni, una coppia formata da una donna bella e dolente e dal suo amante di romantica bellezza orbato di un occhio, organizzano da tempo. Ecco presentarsi alla porta (da un esterno che è una fosca e misteriosa foresta) lo Stallone, la Cagna, l’Adolescente, la Star. Tutti ridotti alla loro funzione, alla parte che loro toccherà all’interno del partouze che seguirà. Come gli ospiti perversi del castello in cui il marchese de Sade ha ambientato le sue 120 giornate di Sodoma, anche i nostri aspiranti all’orgia si ritrovano in un luogo chiuso per abbandonarsi alle loro pulsioni e per raccontare ciascuno un pezzo della propria storia e delle proprie fantasie di sesso. Come, del resto, pure in quel Manoscritto trovato a Saragozza di Potocki tanto amato dai surrealisti. Storie incastrate nella storia, finestre che si aprono man mano sul sopra e il sotto dell’esistenza, sull’oltre e l’altrove. Passaggi dalla veglia al sogno, e viceversa. E, tanto per non farsi mancare niente, pure il cinema nel cinema. All’inizio fioccano battute e battutacce, i doppisensi di sprecano come e peggio che in una commediaccia per adolescenti allupati, il camp e i riferimento all’universo queer imperversano e par di stare nell’Almodovar più sporcaccionesco e sboccato, quello di Labirinto di passioni o dell’ultimo Gli amanti passeggeri. Mani sulla patta e sulla fica, masturbazioni, orgasmi femminili zampillanti, baci e carezze e lascivie etero e omo, a due, tre e più. Solo che Gonzalez ci sorprende presto preferendo di gran lunga le parole alle cose, i dialoghi agli atti. Sì, Eric Cantona  – a lui tocca la parte dello Stallone, e lo fa con autorevolezza e possanza fisica – esibisce un pene sovradimensionato e se lo fa palpeggiare dai presenti, ma il regista non si inoltra nei territori del porno vero per trasformarsi invece in affabulatore. Ogni personaggio ha la sua tranche de vie o un folle passato, e ce li dice. Con parole meravigliosamente scritte, incantatorie (che mi hanno ricordato un altro bellissimo film francese recente, L’âge atomique di Héléna Klotz), che sembrano prodursi dalla materia sessuale e però la avvolgono, la trascendono. I personaggi dell’orgia si mettono progressivamente a nudo, in ogni senso, ognuno mostrando il volto dietro la maschera e la persona oltre il ruolo assegnato in quell’incontro, e son spesso devastazioni psichiche, sofferenze, amori folli. Amanti morti in guerra e poi richiamati in vita per una nuova vita d’amore, e però con prezzi da pagare. E madri scomparse e figlie piangenti. Vite alla deriva, incarcerazioni, assalti in cella da parte di donne imperiose e vogliose, schiave e dominatrici insieme. Gli ospiti dell’orgia impareranno a conoscersi, da estranei diventeranno sempre più vicini, si formerà a modo suo una comunità, un gruppo, fors’anche una famiglia, e se orgia ci sarà (orgia che noi non vediamo e di cui semmai scorgiamo solo l’inizio) sarà solo il suggello di questa fusione. Un film che osa moltissimo e rischia anche di sfracellarsi qualche volta, allorquando i dialoghi dal Sublime si decompongono in sentenziosità kitsch, o in scene non felicissime come quella della commissaria sovietizzante Béatrice Dalle (attrice di culto queer ormai). La struttura non è sempre compatta come ambirebbe e dovrebbe essere. Perché, ad esempio, alcune storie ci vengono anche mostrate e altre (quella dell’Adolescente) solo raccontate? Smagliature che film fortemente concettuali come questo non possono permettersi. Vertiginose citazioni. Yann Gonzalez nel suo dialogo con il pubblico del MFF ha detto aver avuto come ispirazione il cinema horror e due film, Il fascino discreto della borghesia di Luis Buñuel e, incredibilmente per i critici bacchettoni, un teen movie anni Ottanta come Breakfast Club di John Hughes. Ma vedendo Gli incontri del dopo mezzanotte viene in mente molto altro. Il testamento di Orfeo di Jean Cocteau, Metti una sera a cena di Patroni Griffi, perfino Il Vangelo secondo Matteo di Pasolini e, ancora di Buñuel, L’angelo sterminatore e Belle de jour. Fabienne Babe, cui tocca il ruolo della Star, sembra a tratti la riapparizione della Jeanne Moreau di Quérelle de Brest. Quale Adolescente c’è un ragazzino che si chiama Alain-Fabien Delon e che è, ebbene sì, il rampollo più giovane di papà Alain (e di Anne Goscinny). Papà cui somiglia molto, e Gonzalez fa di tutto per sottolinearlo e usare Alain-Fabien come citazione re-incarnata del delonismo. Se la cava bene, il ragazzino. Quanto però a carica ammaliatrice, siamo ancora parecchio lontani dal leggendario genitore. Ma il meglio del cast è Eric Cantona, leggenda del calcio bordeggiante da tempo il cinema. Lo aveva utilizzato e scoperto Ken Loach, l’anno scorso a Locarno era apparso in un altro film di avanguardismi e sesso, I movimenti del bacino del regista porno, e non solo porno, HPG. Qui non sbaglia una scena nel suo personaggio di poeta dalla vita deragliata e travolta dall’enormità del suo cazzo. Niels Schneider, infine. Emergentissimo, con quella faccia da perfetto eroe romantico e molto  somigliante a Louis Garrel, visto ultimamente anche in Opium di Arielle Dombasle e (ancora!) in L’âge atomique.

 

 

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