Recensione: NEMICO DI CLASSE (Class Enemy). Dalla Slovenia uno dei film-rivelazione di Venezia 2013

28SIC-RAZREDNI SOVRAZ݌NIK (Class Enemy)-S03-(Copyright_Triglav_film_2013)RRazredni sovražnik (Class Enemy – Nemico di classe), regia di Rok Biček. Con Igor Samobor, Nataša Barbara Gračner, Tjaša Železnik, Maša Derganc, Robert Prebil, Voranc Boh, Jan Zupančič, Daša Cupevski. Presentato a Venezia alla Settimana della critica e poi a Milano alla rassegna Le vie del cinema – I film di Venezia.28SIC-RAZREDNI SOVRAZ݌NIK (Class Enemy)-S01-(Copyright_Triglav_film_2013)
In un liceo sloveno arriva un nuovo professore di tedesco. Inflessibile, esigente, impermeabile a ogni emozione. Quando una ragazza si suicida lo si si accusa di esserne lui, con la sua crudeltà mentale, il responsabile, e la classe gli si rivolta contro. Non è che l’inizio di una complicata partita dove sarà difficile capire chi ha ragione e torto, e chi siano i vincitori e i vinti. Un film che osa interrogarsi e interrogarci su cose vetuste eppure ineludibili come rigore, disciplina, primato della ragione e della volontà. Monsieur Lazhar incontra Haneke e il suo cinema della minaccia e della crudeltà. Una sorpresa, anche perché il regista ha solo 28 anni. Voto 7+28SIC-RAZREDNI SOVRAZ݌NIK (Class Enemy)-S05-(Copyright_Triglav_film_2013)28SIC-RAZREDNI SOVRAZ݌NIK (Class Enemy)-S06-(Copyright_Triglav_film_2013)
Una piccola eppure assai significativa rivelazione dell’ultimo Venezia. Uno dei buoni film usciti dalla Settimana della critica, nobile rassegna indipendente che di titoli non ne ha selezionati molti, e però di un livello medio piuttosto elevato. Il premio del pubblico è andato all’italiano, e un po’ sloveno anche, Zoran, il mio nipote scemo, quello invece di Fedeora, associazione che riunisce critici europei e mediterranei di ogni sponda, a questo integralmente sloveno e sorprendente Class Enemy. Che si presenta all’inizio come uno degli infiniti classroom movie già visti, con la sua classe variamente s-combinata di studenti di vario tipo e l’inevitabile turbolenta relazione con il professore. Ma il paradigma narrativo applicato in tanti film qui in Nemico di classe per fortuna salta presto per lasciare il posto a un confronto, una sfida tra le due parti e al loro interno, qualcosa che ha a che vedere con il controllo, il potere, i rapporti di forza, la disciplina, la libertà, la necessità o l’illusorietà e inutilità della ribellione. Una strategia di guerra, con mosse e contromosse, applicata dagli attori in gioco a quel particolare campo di battaglia che è una classe, una scuola. Il nuovo professore di tedesco eredita una classe di liceo né meglio né peggio di altre dall’insegnante di ruolo ormai prossima al parto. Ma lui è diverso, lui fa strani discorsi sulla necessità dei rituali, compreso l’alzarsi in piedi all’ingresso dell’insegnante, è duro, impermeabile a ogni sentimento e ricatto sentimentalista, esige moltissimo nella sua materia, sottolinea impietosamente le inadeguatezze e le insufficienze degli allievi. Siamo in Slovenia, in una scuola piccola, ma ariosa e linda e bene organizzata, come tutto in questo paese che è il più nordico e il più vicino e affine all’Austria e all’area germanofona tra quelli dell’ex Jugoslavia, e alle sue austerità e rigori. Si respira, nei valori che Robert, l’intransigente professore, propugna, molto ancora del vecchio impero asburgico, e tutto sembra ancora lontano dagli anarchismi e dalle selvaggerie e ingovernabilità delle scuole dell’Europa occidentale. Poi, qualcosa succede. Sabina, una degli studenti di Robert, si suicida dopo che lui l’ha umiliata e offesa con discorsi al confine della crudeltà mentale (“Sei una perdente, e non sai ancora cosa vuoi dalla vita perché sei una perdente”). Si innesca contro il glaciale insegnante prima il mugugno, poi la protesta, poi la rivolta da parte dei ragazzi. Lo si accusa di essere il responsabile della morte di Sabina, la ribellione lambirà l’intera struttura di controllo su cui reggono l’istituto e le famiglie. Ci saranno sviluppi prevedibii e altri che lo sono molto meno. La compattezza iniziale della classe comincerà a sgretolarsi, sorgeranno conflitti e contraddizioni interne. Ma la partita di fondo resta quella con il professore tanto odiato, e il vero perno della narrazione resta lui, personaggio ambiguamente sospeso tra il luciferino e il sapienziale, tra il provocatore-distruttore e il maieuta-maestro di vita. Nemico di classe somiglia superficialmente al canadese Monsieur Lazhar, cui lo accomuna il tema del suicidio e del suo effetto traumatico su una classe, ma nella sostanza e nel tono se ne allontana sideralmente. Com se Monsieur Lazhar a un certo punto incontrasse Haneke e il suo cinema della minaccia e della crudeltà. L’appena ventottenne regista, e già molto bravo, Rok Biček guarda parecchio alla lezione del maestro di Vienna, come guarda più a sud, al nuovo cinema greco del disagio di Lanthimos e della Tsangari (cui adesso possiamo aggiungere l’Alexandros Argaras di Miss Violence, vincitore di due premi a Venezia 70). Rinuncia a ogni facile messinscena di classi urlanti e ululanti e sceglie un’austerità non solo hanekiana, ma profondamente, intimamente nordica, con un che di Dreyer e di Bergman. Macchina quasi fissa, attenzione estrema alla parola e agli scontri verbali tra i personaggi, ritmo lento anche se non solenne, e il risultato ha un che di ieratico, di rituale. Ogni violenza viene come congelata, raffreddata da un approccio a-emozionale e distanziante. Una sceneggiatura benissimo scritta, che non si tira indietro di fronte a temi grandi e complicati, che non semplifica ma complessifica. Attraverso le lezioni di Robert ritroviamo un gigante come Thomas Mann, autore che sembra sparito dai nostri orizzonti, e che in questo film diventa una sorta di totem della germanicità, del suo spirito, della sua anima più nobile, anche della sua inflessibilità. “Thomas Mann si rifiutò di andare al funerale del figlio scrittore morto suicida, secondo voi perché?”, chiede gelido Robert alla classe ancora traumatizzata dal suicidio della loro compagna. Cos’è la sua, crudeltà, sadismo appena velato e nobilitato da una presunta missione pedagogica, o è l’amaro disincanto dello stoico che guarda al Male e al dolore senza abbassare lo sguardo, e questa forza vuole trasmetterla ai suoi allievi? Robert osa dire a Luka, cui è appena morta la madre, che tutto ciò che non riguarda lo studio deve rimanere fuori dalle mura della classe. È odioso. Un uomo volutamente inattuale che osa ancora parlare di necessità della disciplina, di severità con se stessi e verso gli altri, del primato della volontà e della ragione sulle pulsioni basse. La partita che si svolge in questa classe slovena ci riguarda tutti, ed è abbastanza incredibile che a firmare un film così complesso e ambizioso sia un 28enne. Il livello di Class Enemy lo si vede anche nei dettagli, nel come sono scolpiti e curati i personaggi collaterali, dalla professoressa incinta alla preside, al compagni di classe cinese cui tocca una battuta folgorante e rivelatrice: “Voi sloveni se non vi suicidate, vi ammazzate tra di voi” (detta di fronte a furibondo scontro fisico tra due suoi compagni di classe). Attraverso di lui si intravede un mondo altro non ancora giunto al benessere, che però lo vuole a ogni costo e che ancora non può permettersi mollezze e cali di tensione. I genitori suoi, intervenuti alla interminabile riunione tra professori e famiglie dopo il casino successo a scuola, per un po’ se ne stanno zitti, poi chiedono alla preside: “Ma nostro figlio c’entra qualcosa”, e lei: “No, non c’entra niente”. Al che si alzano e vanno a casa. Period. Ai cinesi non gliene frega niente della chiacchiere su chi abbia ragione e torto tra professori e allievi, su quale sia il miglior metodo didattico, se ci voglia il pugno di ferro o la condiscendenza. Loro non hanno tempo da perdere per simili quisquilie, e temo che abbiano ragione.

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