Recensione. THE ACT OF KILLING: uno dei film dell’anno. I massacri dell’Indonesia ’65 raccontati e recitati dagli assassini. Questo sì che un grande, grandissimo documentario

5_TAOK_WATERFALL_framegrabThe Act of Killing, un documentaro di Joshua Oppenheimer. Presentato all Berlinale e al Milano Film Festival. Il film sarà nei cinema italiani dal 17 ottobre prossimo distribuito da I Wonder Pictures.3_TAOK_CAR_anonymous7_TAOK_NOIR_02_framegrab1965, Suharto abbatte il presidente Sukarno e prende il potere in Indonesia con un colpo di stato militare, e parte il massacro di massa di comunisti, cinesi, oppositori. Il numero delle vittime è stimato tra 500mila e due milioni. Il primo film a parlarne fu Un anno vissuto pericolosamente di Peter Weir. Adesso sta per arrivare questo documentario in cui alcuni assassini di allora non solo parlano (e con fierezza, senza il minimo pentimento) dei loro omicidi, ma recitano e ricostruiscono alcuni momenti dello sterminio, mostrandoci come torturavano e ammazzavano in serie. Mai il cinema si era spinto così in là nella rappresentazione del male. Un documentario epocale. Uno dei film assoluti di questo 2013. Voto 94_TAOK_FIRE_anonymous1_TAOK_FISH_framegrabEcco, questo sì che è un documentario importante, da premiare con tutti i premi possibili, altro che lo smorto e confuso Sacro GRA chissà perché insignito del Leone a Venezia 70. Basta questo sconvolgente – e non si esagera con l’aggettivazione – lavoro del texano Joshua Oppenheimer per rendere inconsistente e superflua ogni discussione fatta sull’onda del palmarès veneziano a proposito di documentario e finzione, della presunta inferiorità o superiorità dell’uno o dell’altra, della legittimità o meno di premiare un doc. Ci sono i buoni e i cattivi film. Ci sono film che meritano premi e altri no, e che siano documentari o non lo siano è del tutto ininfluente. Questo è un grandissimo film (e merita tutto), mentre Sacro GRA non lo è (e non merita niente). Period. The Act of Killing l’ho inseguito per mesi. Alla Berlinale, dove lo davano a Panorama Documenti, e dove avrebbe poi vinto il premio del pubblico, me lo son perso un paio di volte causa sovrapposizioni con altri screenings ed esaurimento biglietti. Speravo di recuperarlo a Locarno, ma niente, non l’hanno incluso nel programma. Intanto, presentato al Biografia Film Festival di Bologna, The Act of Killing si portava via il premio maggiore, ma io non ero là (non si può frequentare tutti i festival, purtroppo). Finalmente l’ho intercettato la settimana scorsa al Milano Film Festival, proiettato devo dire in una copia disgraziatissima, causa di parecchie interruzioni tecniche e blackout. Ma alla fine ce l’ho fatta, ce l’abbiamo fatta, noi che eravamo lì, in una domenica pomeriggio di fine estate, al Teatro dell’Arte. Presente il regista Joshua Oppenheimer, giovanottone texano (però il suo TAOK batte bandiera danese, essendo stato finanziato per la maggior parte con capitali di Copenaghen) assai loquace che nella sua mezz’ora abbondante di introduzione ci ha detto molto di interessante. Ad esempio di essere partito a metà degli anni Duemila con l’idea di girare un doc sui lavoratori di una piantagione indonesiana decisi a dar vita a un sindacato. Solo che si è subito reso conto di come avessero paura anche solo a parlare di sindacato, terrorizzati dalle possibili rappresaglie e ritorsioni da parte di potenti e prepotenti locali. Gli stessi che quarant’anni prima, nel 1965 e ’66, avevano partecipato da carnefici alla mattanza dei comunisti e degli oppositori del regime di Suharto. Un massacro colossale che gli storici contabilizzano in un range tra un minimo di 500mila morti e un massimo di due milioni. Uno di quei genocidi del secondo Novecento di cui alle opinioni pubbliche d’Occidente è sempre arrivata scarsa e smorzata eco. Molti dei lavoratori interpellati da Oppenheimer avevano assistito ai rastrellamenti, molti avevano avuto genitori e parenti ammazzati, adesso temevano di fare la stessa fine, visto che i colpevoli di allora erano sempre lì, vivi e più che mai potenti, e vicini a loro. Difatti non c’è mai stato nel corso dei decenni un vero cambio di regime nel paese, e nonostante l’introduzione recente di qualche elemento di democrazia, in Indonesia non c’è mai stato niente di simile al processo di Norimberga che mettesse sotto accusa i responsabili della atrocità della metà anni Sessanta. I quali anzi hanno goduto e continuano a godere non solo dell’immunità, ma dell’appoggio e della copertura di qualche alto esponente della nomenklatura, anzi in molti casi loro stessi sono entrati a far parte dell’élite come imprenditori o politici. Qualcuno allora suggerisce a Oppenheimner di intervistare non i figli delle vittime, ma gli assassini. A lui pare un’impresa disperata, ai limiti dell’impossibile, però decide di provarci lo stesso, e con sua somma sorpresa scopre che non solo gli assassini di allora non si nascondono e non nascondono quanto hanno fatto, ma ne sono orgogliosi, e, oltre che non provare il minimo pentimento, non vedono l’ora di raccontare davanti alla macchina da presa i fatti e i misfatti di cui son stati protagonisti, compreso il modo in cui sterminavano in serie decine e decine di persone. Mediante strangolamento soprattutto, ma anche buttando nei fiumi, smembrando col machete. A questo punto, un necessario flashback: nell’Indonesia del 1965 è al potere, pur se traballante, il generale Sukarno, l’uomo che aveva portato all’indipendenza il paese emancipandolo dal colonialismo olandese. Ma il padre della patria è sempre più un’anatra zoppa, il suo regime è insidiato dall’esterno e soprattutto all’interno del paese da faide tra etnie e partiti e dalle lotte intestine dell’esercito. Dall’ala più estrema dei militari, e da quella più conservatrice della società, si accusa Sukarno di dare troppo spazio all’arrembante partito comunista, o comunque di non fare abbastanza per arginarne le mire egemoniche. Sarà golpe, capitanato dal generale Suharto, che da quel momento e fino alla fine degli anni Novanta sarà il padre-padrone dell’Indonesia. Non appena conquistata la poltrona, dà il via al repulisti degli oppositori, dei dissidenti, di chiunque lo possa intralciare o sia sospetto di collusione con Sukarno. Il primo bersaglio, ovvio, sono i comunisti, veicolo del vero o presunto pericolo rosso, seguono i cinesi, comunità straniera tradizionalmente odiata dagli indonesiani (ci son stati progrom contro di loro anche qualche anno fa, se è per questo) e sospetta quinta colonna maoista. L’esercito si dà da fare, ma il grosso del lavoro sporco viene affidato a milizie paramilitari come quella, tuttora viva e operante e florida, della Gioventù di Pancasila, e a squadracce della morte formate per lo più da feccia varia dei bassifondi, piccoli criminali, sottoproletari in cerca di ebbrezza e qualche soldo. Ogni gruppo assassino si arrangia, ognuno ammazza, massacra, tortura, stupra, incendia, fa scempio dei cadaveri seguendo un proprio piano, anche se la lista dei nomi da colpire viene dall’alto e si raccomanda di non lasciare troppe tracce per non allarmare la popolazione. Centinaia di migliaia, forse milioni, finiranno nelle fosse comuni, bruciati, fatti sparire nei fiumi. Un trauma con cui l’Indonesia non ha mai fatto i conti. Trauma rimosso o, al contrario, selvaggiamente, impudicamente esibito dagli assassini. Mai un processo, una revisione, un’autocritica, una richiesta di perdono ai familiari delle vittime o agli scarsi superstiti. Questo è il passato e il presente in cui si inscrive The Act of Killing, la cornice che il film man mano va a riempire con rivelazioni e sequenze da pelle d’oca. Il protagonista è l’assassino numero 41 incontrato da Joshua Oppenheimer nella sua lunga ricerca preparatoria. È anche più ciarliero degli altri, più esibizionista, più spudorato nel raccontare e nel vantarsi, più narciso. Anche più fotogenico. Un protagonista cinematograficamente perfetto. Nome: Anwar Congo. Età: vicino ai 70. Ancora un bell’uomo. No, non aspettatevi un tipaccio trucido e repellente, il nostro assassino (di centinaia e centinaia di persone fatte fuori a sangue freddo, come lui stesso ci spiegherà) ha una sua eleganza, una sua distinzione, somiglia moltissimo a Nelson Mandela di cui potrebbe interpretare la parte in un biopic con maggiore aderenza fisica di Morgan Freeman. Veste camicie sgargianti, si muove con piacere e disinvoltura davanti alla macchina da presa. Un istrione. Lui ai tempi era un piccolo gangster di quartiere (“In Indonesia la parola gangster sta a significare uomo libero, perché noi siamo gente senza padroni”) che viveva di bagarinaggio e (immaginiamo noi) di estorsioni. “Ecco”, indica al regista,” è su questo terrazzo che abbiamo cominciato ad ammazzare, questo posto è pieno di fantasmi. Centinaia ne abbiamo fatto fuori. Ma c’era un problema: troppo sangue. Una puzza tremenda. Io lavavo, lavavo, ma non bastava mai. Così ho pensato a un modo più veloce di ammazzare, e che non insozzasse troppo”, e mostra la sua invenzione, un fil di ferro con all’estremità un pezzo di legno, una specie di manico. Anwar ci fa vedere subito come funzionava. Avvolge intorno al collo di un uomo della troupe il filo e poi comincia a tirare con il manico di legno. Oplà, pochi secondi ed era fatta, la catena di montaggio dello sterminio poteva mettersi in marcia. Sorride soddisfatto, Anwar. La sua invenzione verrà applicata su larga scala e diventerà l’arma simbolo del massacro indonesianao, come il machete lo sarebbe diventato in Rwanda. Non è che l’inizio, signori, di questo film che dura quasi tre ore ed è raccomandato a tutti, anche alle anime sensibili che non ce la fanno a guardare in faccia il Male. The Act of Killing (che potremmo tradurre come Recitare il massacro) non è solo il racconto, la rievocazione da parte degli assassini di quello che è successo. No, è qualcosa di più e di diverso, qualcosa che nella storia del cinema, nella rappresentazione del Male attraverso lo schermo, non si è mai fatto, non si è mai osato fare. Resosi conto della passione per il cinema e dell’egolatria di Anwar il massacratore di comunisti, Joshua Oppenheimer mette a punto con lui un progetto inaudito, girare un film di cui lo stesso Anwar e altri suoi amici-complici saranno le star. In cui loro stessi ricostruiranno e reciteranno a uso del pubblico molti degli omicidi perpetrati quarant’anni prima. Per intenderci, è come se Claude Lanzmann sul set di Shoah, ritrovandosi a tu per tu con un SS responsabile della morte di migliaia di ebrei, avesse deciso di rigirare con lui quei momenti. Da questo punto The Act of Killing si muove su almeno (almeno) due livelli, quello di Anwar e altri massacratori e altri testimoni che rievocano e raccontano, ed è la parte documentaria più classica, e quello delle scene di fiction, o meglio di ricostruzione, girate sempre da Oppenheimer e recitate da Anwar e il suo fedele amico-scudiero, l’obeso, enorme, Herman Koto, pure lui killer negli anni Sessanta (e però, facendo i conti e vedendolo ora, doveva essere a quei tempi molto, molto giovane, un ragazzino). Del primo livello fan parte le interviste agghiaccianti con i molti che allora parteciparono, o che approvarono, e adesso sono in posizioni di comando: il direttore di un giornale (“io però non ammazzavo, non mi sporcavo le mani”, lui si limitava a indicare agli squadroni i nomi da eliminare), il capo della gigantesca milizia Gioventù di Pancasila, il quale esalta la missione stabilizzatrice del suo paraesercito (tre milioni di persone: da brivido) nell’Indonesia di oggi, e di fronte a chi lo accusa di attività gangsteristiche, contrabbando, estorsione e quant’altro, nega, e ricorda il ruolo di difesa dell’ordine patrio avuto dalla Gioventù nel glorioso 1965 allorché si trattò di ripulire il paese dai comunisti. Quando a un raduno – file di ragazzotti in divisa arancione-mimetica con cipiglio di gente decisa a tutto – si presenta l’attuale vicepresidente indonesiano, o quello che era tale nel momento in cui il film venne girata, e lo vediamo arringare i presenti difendendoli dalle infamanti accuse che piovono su di loro, ecco, vengono i brividi. Ma come, nell’Indonesia di oggi – paese (quasi integralmente islamico) che si avvia a diventare una potenza economica non solo regionale – ci sono ancora gruppi paramilitari come quelli? e ci sono rapresentanti delle istituzioni che vanno a caccia del loro sostegno blandendoli in quel modo? Di brividi ne vengono tanti altri, durante la visione di The Act of Killing. Per esempio quando un tizio racconta di come un giorno fece fuori da solo centinaia di cinesi, anche loro capro espiatorio designato, insieme ai comunisti. “Stavo con una ragazza cinese, allora. Mi arrivò l’ordine di ammazzarli, i cinesi. Andai nella loro strada e quando ne incontravo uno tiravo fuori il pugnale e lo ammazzavo. Finché sono arrivato a casa della mia fidanzata e ho fatto fuori anche suo padre. Non avevo niente contro di lui, ma era cinese, mi avevano detto di ammazzarli tutti, e io l’ho fatto”. No, non parliamo di banalità del male, sennò Hannah Arendt si rivolta nella tomba, visto che quando ne scrisse intendeva qualcosa di più complesso di come invece si è poi banalizzato e volgarizzato, e basta leggere il suo libro (ed. Feltrinelli) per rendersene conto. Abbiamo assistito alla banalizzazione della banalità del male, ecco, e all’uso massiccio e improprio di una formula ormai diventata così logora da essere inservibile. Parliamo semmai di belva umana, come Guccini in Auschwitz. Meditando semmai su come ci voglia poco – la pressione di circostanze esterne per esempio – per trasformare esseri pacifici in carnefici. O come basti trovare una giustificazione, una giustificazione qualsiasi, per ammazzare senza alcun senso di colpa, ed è forse la lezione di questo film. È capitato, potrebbe ricapitare domani. Ma la vera novità di The Act of Killing sta in quel livello di fiction, di ricostruzione, di messinscena dei delitti da parte degli stessi assassini. Se dietro la macchina da presa ci sta sempre Oppenheimer, il vero autore, oltre che protagonista, è però  Anwar Congo, insieme al suo amico, al suo Sancho Panza, l’obeso, enorme Herman Koto. Loro hanno scritto-immaginato la sceneggiatura, la storia, o qualcosa che gi assomiglia. E quel che vediamo man mano prendere corpo sul set è qualcosa di insostenibile, inimmaginabile e insieme di ipnotico. Scene in cui recitano-giocano-ricostruiscono da attori gli interrogatori, le torture, gli strangolamenti, gli sgozzamenti. Anwar e Herman – ormai una vera coppia cinematografica – ci mostrano anche come ficcassero sopra la gola di uno dei torturati, sdraiato a terra, la gamba di un tavolo e poi in quattro o cinque si sedessero sopra ridendo, chacchierando, mangiando, giocando a carta, finché il loro peso uccideva il malcapitato. Non manca neppure la scena kolossal in simil Apocalypse Now con incendio di un villaggio e uccisione di massa di uomini e donne. Tutto però è maledettamente complicato in questo film, che ogni volta ti sorprende con nuovi twist, con giravoltee, aprendo altre finestre sull’abisso dell’inconscio assassino, e di noi spettatori. Come quando i carnefici capovolgono tutto e sono loro a recitare nel ruolo delle vittime. E poi, escursioni nell’horror-pulp, con Anwar cibato da Herman del suo stesso fegato, del suo pene strappato. E il noir, l’action, la crime story. E il musical. Sissignori, il musical. Il film immaginato e voluto da Anwar prevede anche una sorta di apoteosi, una lunga sequenza da musical indonesiano con belle ragazze seminude che danzano languide intorno al protagonista, lui in una tonaca sacrale nera assai mistica e l’amico Herman, l’obeso Herman, in version drag queen molto Divine in azzurro cielo. A questo punto la nostra mente vacilla, e ogni tentativo di restare lucidi di fronte a questa complessissima, e forse anche perversa messinscena, si frantuma definitivamente. Ricapitoliamo: due assassini confessi e conclamati, assassini di centinaia di persone, girano il film che nei loro sogni li consacrerà star, e non si fanno mancare niente, la ricostruzione dei loro delitti ma pure il mélo, il grandguignol, il torture porn, le scene en travesti. Arriviamo a quello che è il vero cuore, il cuore nerissimo e non detto di questo film, il cinema come passione e come realtà allucinatoria e surrogatoria capace non solo di condizionare, ma perfino di performare le menti e di pervertirle. So di addentrarmi in un terreno scivoloso, ma come si fa a non farsi qualche domanda scomoda sul potere manipolatorio e di colonizzazione psichica del cinema quando vediamo il nostro sciagurato, e però anche piacione e charmante Anwar Congo, faccontarci di come proprio il cinema sia stato il suo grande amore e abbia segnato la sua vita? Quando gli chiedono come mai ce l’avesse tanto con i comunisti la sua risposta è: “Prima potevamo vedere tutti i film americani che ci piacevano, e io facevo i soldi col bagarinaggio piazzandomi fuori dai cinema a vendere i biglietti. Ma quando hanno incominciato a comandare loro, i comunisti, hanno tolto tutti i film americani, una noia, nessuno andava più al cinema, e io non potevo più guadgnare”. Ecco, uno odia i comunisti e li stermina perché non gli facevano vedere i suoi idoli, Gary Cooper, John Wayne, soprattutto Elvis Presley. “Quanto mi piacevano i film di Elvis, così allegri, musica, balli, belle ragazze. Mi sentivo come lui” (e accenna passi di danza). “I film di Elvis erano meravigliosi, divertenti. Me li guardavo, uscivo contento, poi andavo ad ammazzare. Ammazzavo in allegria”. Ho riportato a senso, ma l’ammazzare in allegria è testuale, garantito. Adesso Anwar sta realizzando il sogno di essere una star. Per questo, immagino, ha accettato di raccontare a Oppenheimer dei suoi misfatti e non ha avuto la minima esitazione a rivivere da attore quanto ha commesso. Possibile, ti chiedi, che in lui, come negli altri , non ci sia il minimo soprassalto di coscienza, il minimo pentimento? Non tutto in Anwar funziona come lui vorrebbe. Non dorme, ha gli incubi. “Una notte in un bosco con il machete ho tagliato la testa a un comunista, ed ho fatto l’errore di non chiudergli gli occhi. Da allora quegli occhi mi perseguitano”. Un suo collega di massacri, meno narciso e anche meno emotivo di lui, più lucido, ammette che i cattivi non erano i comunisti, che non avevano poi fatti tutti questi guai, i cattivi erano loro che li trucidavano. “Ma la storia la fanno i vincitori”, dice, “e siccome noi abbiamo vinto, abbiamo ragione. Io non mi pento. Io la notte dormo tranquillo, non ho gli incubi di Anwar. Se mi volessero processare all’Aia? No che non ci andrei. Mai.” Poi lo vediamo con la famiglia fare shopping in un mall. Il film, sempre muovendosi sul filo del paradosso e della surrealtà, perché non c’è niente di più surreale e spiazzante e straniante che vedere un assassino dall’aria amabile re-interpretare se stesso nell’atto di uccidere, si avvia verso la sua conclusione, e noi restiamo, smarriti e senza appigli, a chiedersi come sia potuto succedere. Frase memorabile di Anwar: “Non mi vestivo mai di bianco, solo di scuro, per non sporcarmi”. Questo film non perdetevelo (esce il 17 ottobre), davvero non somiglia a nessun altro. Si è già cercato di rievocare e rappresentare il Male al cinema, colui che più ci è andato vicino è stato il Claude Lanzmann di Shoah e altri film (fino al più recente L’ultimo degli ingiusti: imprescindibile), ma qui si fa un passo in là. Qualche domanda di tipo etico ce la si pone di fronte a The Act of Killing: è giusto non solo dare la parola agli assassini, ma assecondare in quel modo il loro narcisismo, la loro vanagloria? Sì, si trattava di estorcere da loro il massimo possibile della testimonianza e ogni mezzo era lecito, ma non si è pagato un prezzo troppo alto? Anwar, bisogna ammetterlo, a momenti è di una simpatia irresistibile e rischia, contro ogni ragionevolezza e intenzione e riserva morale, di essere lui il vincitore di questo film. Ha detto Oppenheimer che quando Anwar si è rivisto in video è rimasto soddisfattissimo. O è uno psicotico che vive in una realtà alterata (e questo è possibile) oppure ha ragione lui, e il film, partito con l’intento di denunciare al mondo un genocidio dimenticato, è diventato alla fine qualcosa di assai più ambiguo. Non lo so. Non ho risposte. Resto della scuola che sia meglio mostrare, anziché occultare e tacere, e dunque questo è un film grandissimo perché ha le palle di inoltrarsi nelle zone più oscure e lo fa a proprio rischio, a rischio di sporcarsi con la melma e la merda. Comunque lo si guardi, un film epocale, e uno dei grandi film di questo 2013. Per il suo regista, il film della vita. Considerazioni finali sparse. 1) Se c’era bisogno di un’ulteriore lezione per le anime belle sulla incoercibile ferinità e ferocia degli umani, eccola servita; 2) Siamo stati fortunati a nascere e vivere nella Fortezza Europa, nella parte prospera e senza guerra del pianeta. Ci è andata di culo, a noi baby boomers e a quelli che son nati dopo, e dunque smettiamola di frignare e lamentarci, che saremmo potuti venire al mondo nell’Indonesia del massacro o in un altro dei tanti posti in cui i carnefici si son dati da fare su scala gigante; 3) Come sono fragili i buoni valori dell’Occidente quando vengono impiantati in mondi diversi. La democrazia, per esempio. In The Act of Killing vediamo sfacciate compravendite di voti, gangster che si presentano alle elezioni, criminali che una volta eletti ottengono incarichi lucrosi e di prestigio; 4) C’è ancora una buona fetta del mondo in cui i diritti umani sono pura espressione verbale, e spesso neanche quella; 5) Questo film è la definitiva pietra tombale su ogni ideologia terzomondista. Non è che l’appartenenza al sud del mondo nobiliti e conferisca una patente di superiorità morale rispetto al corrotto e neocolonialista Occidente. Il sud del mondo può essere l’inferno, e spesso lo è. E non si dia sempre la colpa all’Occidente, al neocolonialismo, alla lobby petrolifere, spesso da quelle parti ci mettono del loro; 6) Il golpe Suharto e i milioni di morti che ne seguirono furono e sono innanzitutto un fatto indonesiano, che attiene alla storia e alla coscienza di quel paese. Sono una responsabilità indonesiana. Vero, Stati Uniti e Gran Bretagna videro di buon occhio il coup anticomunista, lo appoggiarono pure, ma sarebbe troppo facile ricondurre a loro le responsabilità. Spetta all’Indonesia ripensare a quel periodo, fare autocritica, chiedere perdono alle vittime e ai loro figli, perché quel periodo è cosa sua; 7) La barbarie purtroppo non ha ideologia, colore né bandiera. In questo caso i comunisti furono le vittime, pochi anni dopo in Cambogia il comunismo delirante e deviato in psicopatologia di Pol Pot avrebbe causato due milioni di morti. Due milioni; 8) Vi sembrerà una scemenza quanto sto per scrivere, ma la scrivo. Dopo aver visto The Act of Killing, e aver visto come parte dell’attuale nomenklatura dell’Indonesia sia collusa con gli assassini del ’65-66, in quanto tifoso dell’Inter mi inquieta molto che la squadra stia per essere comprata proprio da un indonesiano. Fino a pochi giorni fa non avevo problemi, ero anzi entusiasta che arrivasse qualcuno con capitali freschi da investire sul rilancio dell’Inter. Non avevo ancora visto il film di Joshua Oppenheimer, e adesso che l’ho visto un brivido corre lungo la mia schiena interista. Ecco, l’ho detto.
P.S. Joshua Oppenheimer ci ha comunicato di essere rimasto in ottimi rapporti con alcuni degli assassini del film, intrattenendo con loro regolare carteggio (immagino via email).

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22 risposte a Recensione. THE ACT OF KILLING: uno dei film dell’anno. I massacri dell’Indonesia ’65 raccontati e recitati dagli assassini. Questo sì che un grande, grandissimo documentario

  1. E io posso dire un’altra cosa?
    Lei è il recensore più straordinario del web, leggerla, anche in commenti lunghissimi come questo, è un piacere infinito. E malgrado non sia un ragazzino ha una freschezza mentale, etica e di linguaggio incredibile.
    Ancora complimenti.
    Spero che il film esca qui da me, un saluto.

    • luigilocatelli scrive:

      Grazie anche per aver retto alla lunghezza del pezzo, ma ci sono film cui bisogna concedere spazio. Questo è davvero imperdibile, lo insegua dove può.

      • Non solo l’ho inseguito ma ho fatto prima, ho costretto il cinemino d’essai della mia città, Perugia, a prenderlo.
        E l’hanno preso.
        Visto ieri, straordinario.
        Ci sono rimasto solo male quando dopo 2 ore e 5 minuti è finito, dalle informazioni che avevo doveva mancare ancora mezz’ora. Credo che ormai sia questa la copia ufficiale, anche se tale copia difficilmente vedrà altre sale.
        Ad esempio la terribile scena che cita del tavolo in bocca non c’era.
        Molte cose che ho scritto (una rece ridicola rispetto a questa sua, davvero mostruosa) le ho ritrovate qua, non mi accusi di plagio perchè oltre ad esser passati 4 mesi nemmeno ricordavo nulla della sua recensione.
        Si scherza ovviamente.
        Starà in programmazione altri 2 giorni, spero di mandare qualcuno.
        Ah, a proposito, credo che a questo punto quel cinema meriti almeno un link.
        http://www.cinemazenith.it/

        a presto

        • A volte ci sono coincidenze assurde…

          Nel momento che in mail sto per confermare di seguire questo articolo me ne arriva una da mymovies, nello stesso preciso istante, che presenta i film in streaming legale della settimana (è un servizio ottimo, non so se lo conosce, una specie di sala virtuale con orario preciso e posti da prenotare).
          Beh, avrà capito, c’è The Act of killing…

        • luigilocatelli scrive:

          plagio? ci mancherebbe che l’accusassi di plagio. son contento invece che the act of killing bene o male circoli e stia avendo una sua vita in Italia, trattandosi di uno dei film più importanti degli ultimi anni. Quando l’ho visto al Milano Film Festival durava tre ore, e non capisco che senso abbia tagliarlo

  2. Enrico scrive:

    Film incredibile. Grazie d’avermelo fatto scovare. Ho visto il “Director’s cut” 159 minuti!
    E come dice lei, QUESTO sì che è un grande documentario.

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  5. roberto scrive:

    visto ieri sera a modena, cercato e trovato dopo aver letto la sua recensione, semplicemente grazie

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