Recensione. STILL LIFE di Uberto Pasolini, uno dei film più applauditi a Venezia

StillLifeStille Life, regia di Uberto Pasolini. Con Eddie Marsan, Joanne Froggatt, Karen Drury, Andrew Buchan, Ciaran McIntyre, Neil D’Souza. Presentato a Venezia 70 nella sezione Orizzonti, vincitore del premio della giuria a Orizzonti. Presentato a Milano alla rassegna Le vie del cinema – I film di Venezia. Distribuzione Bim.Still lifeOvazione in Sala Grande, e il premio per la migliore regia nella sezione Orizzonti. Still Life è stato uno dei film più popolari e amati al recente Festival di Venezia. Ha convinto quasi tutti questa storia di un uomo qualunque, un uomo in grigio, che a Londra si occupa di rintracciare i parenti delle persone morte in solitudine. Dare una storia e una dignità a chi se ne va senza lasciare apparenti tracce di sé, ecco la missione di John May. Bellissima idea, e non si può non pensare ad Antigone. Uberto Pasolini – nome italiano e carriera inglese – impagina con rigore  e con quella cosa che si chiama pietas. Purtroppo la seconda parte si perde in tortuosità sentimentali e il finale è francamente balordo. Voto 6 e mezzoStill life 2
Certo, uno che si chiama Pasolini e fa cinema c’ha un bel peso da portarsi addosso. A difendere il regista di questo film dai confronti è che, sebbene di nascita italiana, lui è autore inglesissimo, domiciliato e operante in London da decenni e inserito in un mondo e in una cinematografia altra rispetto a quelli di Pier Paolo. Nessuna parentela, solo omonimia, e invece, a rendere assai interessante il signor Uberto Pasolini, è che sia imparentato, non sono mai riuscito a capire per quali vie, con Luchino Visconti. Ma con genealogie e anagrafi finiamola qui. Famoso Pasolini lo è anche in proprio, soprattutto come produttore, suo il colpaccio di Full Monty. Si è dato più tardi alla regia con il buon Machan e adesso eccolo con l’opera seconda, questo Still Life che a Venezia è strapiaciuto con tanto di ovazione in Sala Grande. Piaciuto soprattutto alle signore della critica più o meno militante, più o meno di costume. Proclamato da voci anche autorevoli uno dei migliori film del festival. Io lì me lo son perso, ricordo che lo davano una sera alle 22.00 in contemporanea con il fim bulgaro Alienation, che molto mi intrigava, e non sapendo buridanamente scegliere ho deciso di perdermeli tutti e due e di tornamene in albergo. Mi sono morso le dita quando ho sentito i commenti estasiati su Still Life, riuscendo poi a recuperarlo a Milano alla rassegna dei film del Lido. Bene, sono rimasto abbastanza deluso. Intendiamoci, film dignitosissimo, ma il grande cinema sta da un’altra parte. Film di ineccepibile confezione, di grande artigianato britannico, perfetto per un circuito art house e un pubblico non propriamente giovane e intellettual-medio/altoborghese che dal cinema vuole storie solide, artisticità, il sigillo visibile dell’autorialità e della non-corrività. E soggetti non popolar-banalizzanti, uno stile alto-austero, che vuole insomma l’Opera di rispetto. Still life ottempera ai requisiti, anche troppo, e difatti qui a Milano è stato applauditissimo dal pubblico maturo delle Vie del cinema, che cerca sì il film d’arte e engagé, ma resta nel fondo convenzionale e rifugge da tutto ciò che sa di vero azzardo (estetico, linguistico, di contenuto ecc.).
John May è il perfetto everyman, l’uomo di cui non ti accorgi incontrandolo per strada. Il signor nessuno perché uguale a tutti e con tutti confondibile. Un grigio travet, si sarebbe detto negli elzeviri anni Cinquanta. Travet lo è, lavorando in un ufficio comunale di South London, e però con un lavoro speciale. John May ha a che fare con i morti, si occupa delle persone che muoiono sole. Tante, nell’era della folla solitaria. No parenti, no amici. Al massimo un cane, un gatto. Gente che se ne va e sembra lasciare dietro di sé il niente, lo zero. Corpi messi in frigorifero alla morgue, e intanto lui, il brav’uomo John, comincia le sue ricerche, come un detective hard boiled, perché in fondo anche qui si tratta di capire cosa ci stia dietro una morte. L’obiettivo è rintracciare qualche familiare che partecipi almeno al funerale. No, non bisogna sganciare soldi, rassicura John quando riesce a contattare qualcuno, al funerale pensa il comune. Qualche volta i suoi sforzi riescono, spesso no. Il film comincia con John unico partecipante alle cerimonie funebri celebrate di volta in volta da un ministro di culto diverso, e ogni volta lui cura i dettagli con infinito rispetto, sceglie la colonna sonora rovistando tra i dischi ei defunti, scrive qualche riga per celebrare come si deve l’uomo o la donna che sta per essere sepolto o cremato. No, non è un burocrate, lui in quel lavoro ci mette l’anima, cercando di restituire una dignità e una storia a quelle vite. In fonso, non era anche la missione di Antigone? È la parte di sicuro migliore del film, dove l’idea narrativa di base può dispiegarsi in dettagli eloquenti, ed è bello scoprire con John, attraverso la sua detection, che anche nell’esistenza più ai margini e spesso asociale c’è o almeno c’è stata una presenza forte, una passione, il sogno di qualcosa, almeno un’illusione. Nessuno è banale. Nessuno è nessuno. Pasolini impagina con grande rigore, memore della lezione dei classici orientali, Ozu in testa, e con qualcosa del suo gran connazionale Terence Davies, e con poco invece del decorativismo britannico e nemmeno del cinema social-realista di Ken Loach e Mike Leigh. L’impressione a momenti è che il compito sia svolta con un eccesso di diligenza, con un certo accademismo ecco. Quell’insistenza sulla sobrietà della casa di John, quelle nature morte (still lives!) che sono i suoi poveri pranzi soitari, una scatoletta, una mela, un bicchiere. Si sente troppo forte, troppo pressante l’ambizione all’autorialità, il che conferisce al film un che di programmatico, artefatto, pretenzioso. Pasolini insiste troppo anche nel mettere didascalicamente in parallelo la solitudine di James e quella dei morti di cui si occupa (quel riflettersi di John, per dire, nei vetri della casa di fronte dove è appena stato rimosso un corpo, a suggerirci un’identificazione tra lui e quei nessuno di cui si occupa, ed è una ridondanza e pure uno psicologismo di cui non si sente il bisogno). Poi il nostro vien convocato dal solito superiore giovane, fighetto, arrogante e tagliacosti, e licenziato, giacché il suo ufficio è stato soppresso e incorporato in un altro. Ma John chiede qualche giorno per occuparsi degnamente di un uomo appena morto di cui vuole a ogni costo ricostruire il passato e ritrovare gli amici e le persone care, se ce ne sono state. La sua ultima indagine, la sua ultima missione, e sarà il suo capolavoro. Man mano John ricostruirà la filiera di quella vita, e otterà il miglior risultato della sua strana carriera. In questa parte il sentimentalismo, che pure c’era ma sembrava trattenuto e come congelato all’inizio, erompe e invade il film. Con un finale così larmoyant da risultare un colpo basso per lo spettatore. Preparate i fazzoletti (il film lo distribuirà la Bim, ancora manca però la data di uscita). Eddie Marsan, attore che abbiamo visto tante volte in parti collaterali (dallo Sherlock Holmes di Guy Ritchie a Tyrannosaur dov’era il marito violento) qui si prende tutta la scena con una interpretazione che gli darà parecchie soddisfazioni. In fatto di trattamento di morti, argomento che devo dire si porta con una certa frequenza nel cinema alto almeno dal giapponese Departures in poi, s’è visto a Locarno in Cineasti del presente un film americano che – nella prima parte almeno – fa urlare al capolavoro, Forty Years from Yesterday, e chissà mai che qualcuno lo importi in Italia.

 

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