Recensione: DIANA. Goffo e perfino imbarazzante, con una Lady D ridotta a svenevole e patetica innamorata di un cardiochirurgo

5335.CR2Diana – La storia segreta di Lady D. Regia di Oliver Hirschbiegel. Con Naomi Watts, Naven Andrews, Douglas Hodge, Geraldine James.IMG_5184.CR2Mi aspettavo un biopic del livello di The Queen o The Iron Lady. Invece qui siamo alla fotoromanza, con Diana in amore che disegna cuoricini rosa per il suo Hasnat (il cardiochirugo pakistano Hasnat Khan). Gli ultimi due anni di vita delle principessa che fece tremare il regno ridotti agli entusiasmi e alle pene (e anche alle furie) passionali di una teenager. Poco o niente viene restituito di un personaggio che, piaccia o meno, fu un po’ più complicato di così. Non funziona nemmeno, nonostante gli sforzi evidenti, Naomi Watts, che di Diana non ha la naturale innocenza. Voto 3DSC_7322.JPGVista la mala accoglienza alla proiezione stampa qui a Milano decretata (con parecchi sghignazzi in sala) a questo disgraziato Diana, verrebbe voglia per bastiancontrarismo di parlarne bene. Ma proprio non si può, brutto, irrimediabilmente brutto com’è. Peggio, goffo, imbarazzante. Con una sgangherataggine da cattiva novela messicana da torpido pomeriggio della casalinga (no, le novelas brasiliane no, sono meglio). Non si salva niente, nemmeno Naomi Watts, nome di serie A coinvolto in quello che neanche è un B movie, ma se ne colloca al di sotto. Delusione di chi, come me, si aspettava qualcosa di simile a quel gran biopic che era The Queen, il quale era speculare a questo e la fine di Diana la vedeva dall’altra parte, da quella di Buckingham Palace, della regina che si trovò a fronteggiare dopo la morte della principessa un’onda popolare ostile come mai era capitato. Solo che lì c’erano al lavoro uno sceneggiatore come Peter Morgan (lo abbiamo appena ritrovato in Rush) e un regista come Stephen Frears. Qui lo script è di Stephen Jeffries, che pure mi dicono essere uno stimato commediografo (pardon, playwright), e non è la stessa cosa. Nemmeno siamo dalle parti di The Iron Lady, che praticava una strada insolita per un biopic di famosi e contemporanei inglesi, e che poteva essere un altro modello di riferimento per raccontara Diana e la sua storia. Macché. Tutto si dispiega invece piattamente, con dialoghi melensi e sguardi e dita e mani amanti che si intrecciano da paradiso delle sciampiste. Tutto un ciu-ciu e uno sbaciucchiarsi (no, di sesso non si vede niente). Con un regista, il tedesco Oliver Hirschbiegel, che aveva raccontato molto meglio un altro famoso, anche se di tutt’altra pasta, Herr Adolf Hitler, in La caduta, e che qui si adegua senza invenzione alcuna alla mediocre sceneggiatura. Di Diana si considerano gli ultimi due anni di vita, da quando lei, ormi separata e relegata fuori da Buckingham Palace (e con la crudele ingiunzione di vedere i figli solo una volta ogni cinque settimane), rilascia la famosa intervista televisiva che segnerà la rottura definitiva con Carlo, fino alla notte dell’Alma a Parigi. Ma, e qui sta la peculiarità del film, ci si focalizza sulla storia clandestina – di cui allora apparvero sui media solo accenni subito rimangiati e smentiti – con il cardiochirurgo pakistano, ma operante a Londra, Hasnat Khan. Storia ricostruita e rivelata davvero nei suoi passaggi negli anni Duemila in un libro di Kate Snell, che di Diana è base e riferimento. Quel che emerge grossomodo è: che Hasnat fu l’unico, vero amore di Diana dopo Carlo; che lei credette davvero di potere cambiare vita con lui e “essere amata” e avere una famiglia normale; che lei, anche dopo la lite che segnò la loro rottura, non smise mai di amarlo e di sperare che lui tornasse; che di Dodi Al Fayed a Diana non gliene fregava niente, né tantomeno era incinta di lui, e che accettò i suoi inviti solo per ingelosire Hasnat. Tutto o quasi tutto degli ultimi due anni della principessa che quasi mandò a picco un regno subisce una drastica riduzione al nucleo sentimentale, alle faccende amorose Diana-Hasnat. Quella che vediamo è una Diana svenevole e dalla psiche eternamente adoloscenziale che disegna cuoricini rosa come l’ultima delle sciampiste. Una sciocchina, ecco, che dopo averne combinate di ogni a palazzo si butta in una storia sconsiderata con un pakistano che, vista la differenza religiosa soprattutto, mai la potrà sposare. Ed è tutto uno sbattere gli occhioni e chiedere estaticamente: “Ma come ci si sente a salvare vite umane?”. Forse in lei c’era anche questa incoscienza, questa dabbenaggine, chissà, ma il film a ciò la riduce, senza restituirci il suo fascino complesso, il perché del suo ascendente sulle masse, il suo essere – volendolo o non volendolo – una popstar globale. Che fosse abilissima nell’usare e manipolare i media a proprio favore questo sì, Diana ce lo mostra bene: l’intervista televisiva viene da lei accuratamente preparata e mandata a memoria, se la cava benissimo quando la scoprono uscire di notte dall’ospedale in cui lavora Hasnat inventandosi lì per lì la fola delle visite ai malati terminali, è lei a chiamare i paparazzi a Portofino e in Sardegna durante il tour in yacht con Dodi. Qui, e solo qui, balza fuori anche il lato luciferino e per niente ingenuo di Diana. Il resto è cattivo, tossico romanticismo, o è agiografia, quando la si segue nelle sue missioni umanitarie e nella sua guerra alle mine antiuomo. In tanta mediocrità soccombe anche una brava come Naomi Watts, che probabilmente si è buttata nell’impresa sperando di rinverdire i fasti da biopic british della Helen Mirren di The Queen e della Meryl Streep di The Iron Lady. Intendiamoci, ce la mette tutta, in certi momenti la somiglianza fisica con Diana è impressionante, e l’incedere, quel modo di reclinare la testa, di sorridere mentre gli occhi timidi vagano da un’altra parte, sono gli stessi. Purtroppo, sarà inelegante dirlo?, di Diana, di quella Diana, non ha più gli anni, e non ne ha la naturale innocenza. Neanche per un momento riusciamo a crederle davvero. Apprezziamo il suo visibile sforzo di identificarsi nel personaggio, ma si indovinano troppo lo studio, il feroce esercizio, la cerebralità del suo approccio. Con quell’aria da star intellettuale Naomi Watts non ce la fa ad essere Diana, a mimarne consistenza-inconsistenza da regina di cuori, come amava definirsi lei. Ancora una volta, come nei precedenti film e serie tv che parlavano di lei, Diana Spencer sfugge ai suoi narratori. (Forse questo Diana lo si può recuperare quale guilty pleasure per via di scene ghiottissime come la visita di lei, sola, alla famiglia di Hasnat in Pakistan, con la madre che sembra Imelda Marcos e la guata malamente. O il parente che ammonisce Hasnat di non buttarsi in progetti matriminiali. Sì, il côté pakistano di questa storia è decisamente il più succulento).

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