Recensione. ANNI FELICI è un decoroso, ma non memorabile, romanzo familiare (e però, ottimi i due interpreti)

5Anni felici, regia di Daniele Luchetti. Con Kim Rossi Stuart, Micaela Ramazzotti, Martina Friederike Gedeck.6Romanzo familiare nella Roma 1974, tra avanguardismi artistici e movimentismi. Con la coppia Guido-Serena e i loro due figli. Lui artista un po’ dannato e soprattutto macho cornificatore, lei innamorata pazza del marito, ma distrutta dai suoi continui tradimenti. Poi arriverà il femminismo a “ridiscutere il rapporto”. Un po’ autobiografia del regista e un bel po’ no, Anni felici trova due interpreti ottimi (Kim Rossi Suart e Micaela Ramazzotti), ma si ingorga in una narrazione senza accensioni e scatti. Non male, ma poteva essere meglio. Voto 611
Si esce insoddisfatti da questo pur decorosissimo film, che soffre di una certa mancanza di energia (cinematografica) e di slanci veri, e che alla fin fine non ce la fa a coinvolgerci davvero. C’è stata qualche polemicuccia quando il regista Daniele Luchetti, e con lui produttori e distributore, han deciso di presentarlo al Toronto Festival saltando Venezia, e non gli si può dar torto, a conti fatti. Chissà come lo avrebbero accolto al Lido, là nella cavernosa Sala Darsena, i fischiatori di mestiere sempre pronti a sbertucciare, in un’orrida caccia festivaliera al capro espiatorio, soprattutto (ma non solo) i prodotti italiani, salvo quelli che vanno invece esaltati per partito preso e per misterioso passaparola innescato da chissà chi. Anni felici non è male, si lascia guardare, però mai che ti accenda, come se un filtro sottile ma resistente fosse calato tra spettatore e schermo. Storia di famiglia, di una famiglia italiana, anzi di una famiglia romana, colta nel 1974 e negli immediati tempi seguenti, vista con gli occhi del maggiore dei due figli, Dario, 12 anni, appassionato di cinema e pronto a filmare tutto il filmabile con la sua super8. Babbo e mamma, lui bello e un filo dannato poiché, oltre che insegnare arte e storia dell’arte, lui l’arte la pratica, la fa, come pittore-performer-scultore, oscillando tra raptus creativi, illusioni e disillusioni. Figura che ricorda certa avanguardia di scuola romana alla Schifano-Ceroli-Angeli (soprattutto, in certo radicalismo, Franco Angeli, mi pare), ma anche lo stesso babbo scultore del regista. “Cosa c’è di vero e di inventato?  I fatti sono in parte frutto di fantasia, i sentimenti invece sono totalmente autentici”, ha detto Luchetti a chi voleva sapere se quella famiglia è la sua famiglia. Insomma, se capisco bene, il film è in parte autobiografico in parte no, il babbo e la mamma sono in parte quelli di Luchetti in parte no, il che non ci aiuta granché, non ci spiega niente e ci lascia al punto di partenza, ma insomma diciamo che va bene così. Un matrimonio instabile, i due si amano, si acchiappano sessualmente, però lui, secondo il cliché dell’artista egoriferito e narciso, si tromba le modelle, le coinvolge in performance nude che pencolano un filo sul partouze. Lei è una bella ragazza incolta, nata in una famiglia di ricchi commercianti “sempre lì a parlare di soldi” e che di arte non capisce niente, però ama l’artista, lui, Guido (lei si chiama Serena). Liti pazzesche per via dei continui tradimenti del macho artista e i due pargoli lì ad assistere e un po’ a soffrire, perché non è mai bello quando papà e mamma non vanno d’accordo. Poi lei ha la sua svolta femminista, con  tanto di pratica di autocoscienza. Coinvolta nel movimento da una gallerista tedesca di stanza a Roma, imparerà a “volere bene a se stessa” e a “non essere dipendente dal maschio” (e dall’uomo suo), anche perché la gallerista se la porta a letto dando inizio a una storia lesbica che lascerà il segno. Ora, non è che succeda granché in Anni felici (è il suo guaio), però quel poco è ben raccontato. C’è parecchio déjà-vu, peraltro. Sarà anche per la presenza di Micaela Ramazzotti, ma questa storia primi anni Settanta di genitori incazzosi (tra loro) e molto amorevoli coi pupi ricorda da vicino La prima cosa bella di Virzì, e il continuo stupore di Serena di fronte all’arte di Guido, la sua incapacità di capire e interpretare opere e performance, di penetrare in quel mondo, ci rimandano invece all’immortale episodio sordiano delle Vacanze intelligenti, con la coppia di popolani in visita alla Biennale di Venezia. Cliché? Già, clichè. Il film sarà anche ispirato a quanto successo nella famiglia Luchetti, ma percorre un po’ troppo binari narrativi e antropologici di gran prevedibilità. C’è da dire però che la prestazione degli attori è notevole. Kim Rossi Stuart – non lo vedevamo se ricordo bene dai tempi di Vallanzasca – con la sua aria da angelo caduto e con quella sua aerea, signorile fisicità è un Guido magnifico e credibile. Però, signori, a rubare il fim è Micaela Ramazzotti. Sarà che io l’adoro, ma trovo che qui scolpisca la sua madre impetuosa e popolana con un’intensità che, ebbene sì, mi ha ricordato Anna Magnani e la migliore Sofia Loren (La ciociara, of course). Una tigre qundo si tratta di proteggere i figli suoi. Teniamocela stretta, un’attrice così, soprattutto che il cinema italiano le dia la chance di svariare su uno spettro ampio di caratteri, se no il rischio è che resti confinata nell’irruenza popolaresca e/o nella svampitaggine, e sarebbe un peccato. Anni felici convince quando se ne sta stretto sugli affari di famiglia, lui, lei e i figli, e quando ingloba la famiglia di Serena, con quella meravigliosa matriarca romana – una formidabile Benedetta Buccellati – che tutto sistema e tutto comprende, e sa perdonare tutto al genero artista. Anche la consuocera, la mamma di Guido, è memorabile, milanese di sinistra che-ha-fatto-la-resistenza, dura come l’acciaio e senza il minimo slancio sentimentale “peché non sta bene lasciarsi andare” sia con il figlio che con i nipoti. Anaffettiva, la bollerebbero le psicologhe da talk show. Meno funziona, il film, quando cerca di legare privato e pubblico, i fatti di famiglia con quelli che succedono là fuori, nella società, nel mondo (e si sente in questo la mano e un po’ la mania storicistica dei cosceneggiatori Stefano Rulli e Sandro Petraglia, mica per niente autori degli script di La meglio gioventù e Romanzo di una strage): un legame troppo meccanico. La performance di Guido alla Triennale di Milano non evita i toni della parodia rozza – l’arte contemporanea nel nostro cinema non ha fortuna, vedi anche La grande bellezza di Sorrentino -; sul lato femminista, poi, Anni felici dà il peggio. Quella vacanza per sole donne (più gli eventuali figli piccoli) cui Serena partecipa in Camargue è eccessiva e di maniera, sul lesbismo poi stendiamo un pietoso velo. In my opinion, non è per niente credibile che una ruspante come Serena cada innamorata della gallerista lesbica. In quegli anni poi. La loro storia è raccontata con rara goffaggine, quella loro scopata a scomparsa nell’installazione in galleria è tremenda. Come dice una mia amica, il confronto con le scene lesbiche di La vie d’Adèle, Palma d’oro a Cannes 2013, è semplicemente impietoso. Domanda: ma perché mai l’attrice tedesca Martina Gedeck (che interpreta la gallerista, e che tra l’altro abbiamo visto in giuria a Venezia quest’anno) stavolta nei credits compare come Martina Friederike Gedeck?

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