Recensione. UNA PICCOLA IMPRESA MERIDIONALE di Rocco Papaleo: bello, e peccato per gli smottamenti nella parte finale

1269284_580086882028433_610667050_oUna piccola impresa meridionale, regia di Rocco Papaleo. Con Rocco Papaleo, Riccardo Scamarcio, Barbora Bobulova, Sarah Felberbaum, Giuliana Lojodice, Claudia Potenza, Giovanni Esposito, Giampiero Schiano, Giorgio Colangeli.1274225_579161882120933_485185591_oPeccato. Peccato che questo film di Rocco Papaleo scivoli nella parte finale dell’ideologicamente corretto e nella predica sul bello delle nuove famiglie. Grazie, non ce n’era bisogno. Perché fino a quel momento Una piccola impresa meridionale aveva funzionato benissimo. In un faro dismesso finisce col ritrovarsi un gruppo di persone più o meno interrotte. Uno spretato, il cognato cornuto, la sorella lesbica, la badante venuta dall’est e la di lei sorella ex prostituta. Pià la madre matriarca. Più una stramba impresa edile. Alle zusammen! Nonostante l’ultima parte deludente, siamo di parecchie spanne sopra la media italica. C’è qualcosa della Messa è finita di Moretti, qualcosa del miglior Verdone. Grandissima Lojodice. Voto tra il 6 e il 71097728_559077824129339_1408851754_o
Dopo il successo non così scontato di Basilicata Coast to Coast si aspettava con curiosità il nuovo film di Rocco Papaleo. Bene: l’attesa, almeno per quanto mi riguarda, non è andata delusa. Una piccola impresa meridionale (bel titolo fattuale, da Sole 24 ore, da paper di un qualche centro studi economico) si stacca dalle media produzione italica per idee, cura nella confezione, sceneggiatura e dialoghi molto ben scritti, una regia non pedissequa e dotata di un suo stile, un suo progetto, una sua visione (per capire la differenza, si confronti con la sciatteria di un prodotto quale Aspirante vedovo), interpreti impeccabili e ottimamente diretti, tra i quali una Giuliana Lojodice strepitosa da premio immediato. Vedendola, nella parte della matriarca che ne deve vedere e subire di ogni eppure indomita, e dopo avere visto Elena Cotta in Via Castellana Bandiera, vien da pensare che questo è un gran momento per le signore e signorine dei lontani sceneggiati in bianco e nero della Rai bernabeiana (Cotta imperversava con il marito Carlo Alighiero, Lojodice divenne una star con Una storia americana accanto a Warner Bentivegna e Il conte di Montecristo con Andrea Giordana). Questo sarebbe potuto essere un film notevole, importante, se Papaleo non si fosse precipitato, diciamo a due terzi dello svolgimento, ad abbracciare le più stridule e fastidiose sirene del politicamente corretto e non ci avese tediato con un matrimonio lesbico e il messaggio neanche tanto subliminale sulla bellezza e superiorità etico-antropologica delle cosiddette nuove famiglie. Matrimonio gay brandito una volta in più come arma contundente ideologica e strumento improprio di classificazione per definire gli abitanti del regno del Bene (quelli che sono d’accordo) dai reprobi del regno del Male (i contrari). La vogliamo smettere di usare il matrimonio gay come indice e cartina al tornasole di civiltà o inciviltà? Perché non riportiamo il tutto alla sfera individuale delle predilezioni sessuali sottraendolo a quella della legge? Ma torniamo al film. Il quale si rovina da sé per eccesso di politicamente corretto, trappola in cui i cinici Dino Risi, Mario Monicelli e Marco Ferreri (e se vogliamo esondare dai patrii confini, diciamo anche Billy Wilder) non sarebbero mai caduti. Peccato. Per un po’ Una piccola impresa meridionale è proprio un bel film, con i suoi personaggi tutti lievemente fallati, imperfetti, non allineati, in qualche modo feriti e interrotti. Costantino (Papaleo), il personaggio che fa da perno all’intera narrazione, è un prete che si è spretato per amore, e dopo l’abbandono della Chiesa subito abbandonato dall’amata. Torna al paesello – si direbbe in Puglia viste le inflessioni della parlata e certe atmosfere, e però la location mi pare essere invece nella Sardegna sud-occidentale – dove ritrova la madre, mentre la sorella se n’è scappata via – si dice a Pechino – con l’amante mollando il marito Arturo (Scamarcio, misurato e bravo). A far funzionare la baracca c’è la colf-badante-governante Valbona, statuaria bionda dell’Est. A questo insieme umano precario e parecchio provato si aggiungeranno la sorella ex prostituta di Valbona (Barbora Bobulova) e la sorella sparita di Costantino che invece non era sparita per niente, solo rifugiata in un baracchino sul mare a vivere la sua storia di innamoramento e amore con, ebbene sì, la statuaria badante. Irrompe così sulla scena la coppia gay. Figuriamoci la povera madre, tra figlio spretato e figlia lesbica e genero cornuto sempre tra i piedi e un po’ frignante. Deciderà anche lei, come già Costantino ex sacerdote di santa madre chiesa, di mollare il paesello per non dove affrontare in ogni momenti gli sguardi di riprovazione e le malelingue, e di andare a vivere in un vecchio faro abbandonato di proprietà della famiglia. Che naturamente è un posticino sì dismesso, ma assai shabby-chic e da urlo per la location da favola, un posto che man mano assumerà un ruolo decisivo nei destini dei personaggi. Convergeranno tutti al faro, dunque, a formare un gruppo di gente un po’ mattocca e non del tutto risolta che, a poco a poco, riuscirà a dare vita a un miscuglio di esistenze – e va bene chiamiamolo grande famiglia – che pur nella sua strutturale fragilità si rivelerà paradossalmente in grado di affrontare e risolvere le grane, i dissidi, i dissapori. Arriva pure una stramba piccola impresa edile, la Meridionale Ristrutturazioni, con due signori, il titolare Raffaele e il lavorante Gennaro, e una bambina che di Raffaele, padre separato, è la figlia: “Mi chiamo Mela”. “Come Carmela?”. “No, proprio Mela”. Quanto a Gennaro ha deciso di farsi chiamare Jennifer: “Lo so che è un nome fmminile, però è internazionale”. Gennaro/Jennifer ha abilità circensi, ma ha dovuto smettere di fare il mangiatore di fuoco et similia per crisi del settore, e ora si è riciclato nell’edilizia. Porterà nel film un che di lunatico, certi scivolamenti visionari e un po’ felliniani, una certa grazia eccentrica. Son lì, i due muratori, chiamati da Costantino a sistemare un po’ il faro, e sarà loro l’idea di trasformarlo un un albergo, la piccola impresa meridionale del titolo. Diventeranno anche loro della famiglia e del nascente business. Questa parte del racconto è davvero molo buona. Papaleo non eccede nella parodia, nel becerume e grevità di tanto cinema italiano di impronta televisiva, tenta e trova una sua strada verso una commedia popolare di mezzi toni e mezze tinte, lieve, crepuscolare, di piccole malinconie, di rispetto per i suoi personaggi, eppure sorridente, mai musona e lamentosa. Viene in mente in certi momenti il miglior Verdone. C’è attenzione non solo ai caratteri, ma a come interagiscono. In fondo, Una piccola impresa meridionale è la messinscena e quasi l’analisi antropologica di come alcuni umani diversi e lontani per storie individuali e appartenenze culturali possano trovare un punto di coesistenza e di equilibrio. Se Papaleo si fosse fermato qui, alla registrazione sorridente e affettuosa (e non  senza disincanto) di questo processo di confronto-scontro e infine incontro, avrebbe realizzato una bella riuscita. Invece esagera, fa la predica, spiega ed esplicita ciò che fino a quel momento aveva giustamente solo mostrato nel suo farsi, nel suo attuarsi. Errore capitale. E però, nonostante tutto, restiamo parecchie spanne al di sopra della media italica, e dunque non lamentiamoci troppo. Se il film funzionerà in sala, c’è da scommettere che il faro, che mi pare si trovi nel comune di Cabras in provincia di Oristano (se mi sbaglio mi corriggerete, grazie), verrà preso d’assalto dai turisti, come è successo alla location di Benvenuti al Sud.

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4 risposte a Recensione. UNA PICCOLA IMPRESA MERIDIONALE di Rocco Papaleo: bello, e peccato per gli smottamenti nella parte finale

  1. alexander scrive:

    Film dichiaratamente patetico e privo di spunti divertenti, la littizzetto avrebbe trovato una giusta collocazione in un cast mediocre come questo, il voto mi pare troppo generoso

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