Recensione. IL QUINTO POTERE: storia del grande antipatico Assange e delle sue fughe (di notizie)

TIl quinto potere (The Fifth Estate), regia di Bill Condon. Con Benedict Cumberbatch, Daniel Brühl, David Thewlis, Alicia Vikander, Stanley Tucci, Laura Linney.TUn film che visibilmente tiene d’occhio il modello The Social Network, ma purtroppo non riesce a somigliargli neanche alla lontana. Anche perché stavolta, a raccontare la storia di Julian Assange e di Wikileaks, non c’è mica Aaron Sorkin. Fastidiosi eccessi di estetica digitale, solo che si vede subito che il regista Bill Condon (Dreamgirls) non l’ha assimilata. Ma il problema vero è: come si fa a provare interesse per un personaggio come Assange? davvero ci importa qualcosa di lui? Voto 4T
Ma quant’è odioso Julian Assange, almeno l’Assange che vien fuori da questo biopic. Un film che è visibilmente modellato (senza esserne al livello) sul prototipo di successo The Social Network, il quale, sotto la regia di David Fincher, ci restituiva un’altra storia esemplare della rete, l’ascesa a genio dei social network e a nuovo magnate di Mark Zuckerberg. Fortissime le analogie tra i due film. Anche in Il quinto potere siamo nel campo fichissimo, anzi renzianamente cool dei new media, anche qui ci troviamo a che fare con un uomo giovane e testardo con visioni che gli altri non hanno, e capace di incarnarle in un’impresa che diventa un successo planetario. Un uomo che, se necessario, non esita a calpestare chiunque gli si pari di fronte per realizzare i propri progetti e dare spazio al proprio smisurato ego. Ma il risultato è molto al di sotto di quello del film di Fincher. La differenza è che là alla sceneggiatura c’era il migliore, il numero uno, ovvero Aaron Sorkin, che di Zuckerberg faceva un personaggio di doppiezze, astuzie, machiavellismi, ambizioni e crudeltà shakespeariane. Mentre qui Sorkin non c’è, purtroppo, e la narrazione langue, e l’interesse dello spettatore pure. Ad Assange non è per niente piaciuto questo Il quinto potere, et pour cause, visto che si ispira a due libri non proprio simpatizzanti nei suoi confronti, compreso quell’Inside Wikileaks scritto dal suo ex collaboratore principe, poi entrato clamorosamente in rotta di collision con lui nel 2010, il tedesco Daniel Domscheit-Berg. La sua personale storia viene comunque ricostruita con scrupolo. L’incontro a Berlino (una Berlino un po’ di maniera, vista come la solita mecca di anarcoidi e geniacci creativo-giovanotteschi di mezza Europa) con Daniel Berg che, da lui impitonato e affascinato, diventerà il suo assistente. Già allora si palesa la doppiezza di Assange, diviso tra la missione eroica di svelare i segreti nefandi dei potenti e il delirio narcistico  di onnipotenza. Spaccia il suo sito come una piovra ormai diramata in ogni dove, con mille collaboratori, poi si scopre, lo confessa lo stesso Assange, che in realtà a lavorarci è solo lui con mille nickname. Le prime rivelazione tramite la rete, il video di un intervento brutale della poliza kenyota contro i dissidenti, poi di più, sempre di più. Un video che sputtana i soldati americani in Iraq. Fino alla fuga di tutte le fughe di notizie, anno 2010, i documenti dei servizi segreti americani mandati in rete con centinaia di migliaia di informazioni, a partire da retroscena sull’intervento in Afghanistan. Il caso che lo porta al  primo posto in tutte le news di tutto il mondo. Ma è anche il momento in cui la sua alleanza con Daniel Berg si spezza. L’amico tedesco non tollera che le rivelazioni vengano fatte senza il minimo controllo sui fatti e le fonti, e soprattutto mettendo a rischio i vari informatori sotto copertura svelandone le identità. Purtroppo il film non riesce mai a farsi appassionante, per colpa del proprio approccio ambivalente e mai netto, mai deciso, verso il suo protagonista, visto di volta in volta come epico eroe di una guerra per la trasparenza assoluta (che stupida illusione, che pericoloso autoinganno e inganno, come se i segreti non fossero necessari) oppure come un disturbato psichico e un perfetto stronzo. Il che riflette forse l’ambiguità del vero Julian Assange, ma impedisce a Il quinto potere di assestarsi su una riconoscibile linea narrativa. Ma il problema dei problemi sta nell’importanza e nella statura, tutt’altro che certe e verificate, del personaggio Assange. Davvero ha messo in crisi il potere americano? Davvero Wikileaks ha cambiato la storia e influenzato gli eventi? Davvero la pubblicazione di quel dossier è un passaggio cruciale del ventunesimo secolo? Davvero Wikileask riscrive il modo di fare informazione? A me non pare proprio. Mi pare anzi che i fatti abbiano poi di molto ridimensionato Assange e le sue fughe (di notizie). Al di là di qualche scandaluccio emerso dalle carte – pettegolezzi americani su potenti centroasiatici e cose così -, rivelazioni davvero sconvolgenti e fondamentali, davvero storiche, non me le ricordo, e dopo quel gran polverone del 2010 tutto si è acquietato. Il sospetto è che l’affaire Assange sia stato sopravvalutato e sovradimensionato, e dunque: valeva la pena farci sopra un film? Non bastasse, il regista Bill Condon – quello di Demoni e dei, Dreamgirls e degli ultimi due Twilights – pasticcia e ci subissa di videate e schermate, tentando la strada dell’estetica digitale che fa tanto giovane-e-moderno, solo che si capisce subito che non c’ha la vocazione: per età, per diversa appartenza generazionale, per gusto. Tremendi i momenti visionari che qua e là inserisce, come i tanti Assange alle scivanie di un enorme ufficio, a sottolineare la rivelazione che a lavorare sul suo sito c’è solo lui, e che le tante identità dei suoi collaboratori nascondono sempre e soltanto la sua. Benedict Cumberbatch, uno degli attori più presenti al cinema degli ultimi tempi, pur se lontano fisicamente da Assange (armadio com’è, sarà alto e pesante il doppio del fondatore di Wikileaks), riesce a impersonarlo con credibilità ed è a conti fatti il lato migliore di un film non riuscito. Che peraltro al suo primo weekend di programmazione in America si è rivelato uno spaventoso flop al box office. Stimo a vedere come andrà in Italia.

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2 risposte a Recensione. IL QUINTO POTERE: storia del grande antipatico Assange e delle sue fughe (di notizie)

  1. mario scrive:

    …tra un commento e un’opinione, non capisco il suo risentimento provato contro un uomo leale è coraggioso senza pari.L’ego non è visibile, mentre il vittimismo è lampante.Il film, per ragione di convenienza, non pone in evidenza la totale realtà dei fatti…(per il piacere dei potenti incriminati).Ella confonde il soggetto con l’oggetto,ispirandosi al contenuto espressivo maturato con l’opinione di pochi,tralasciando in’osservato il nocciolo della questione.Sarei molto lieto se mi descrivesse con meno parole ma concise riflettendo attentamente sulla reale storia del soggetto in questione,e non mischiando con la critica cinematografica…con riverenza…Mario Casale.

  2. Cherry scrive:

    Anche io sono rimasta piuttosto delusa, non che mi aspettassi molto, però ho trovato il film molto confusionario… Senza dubbio l’attore principale è l’unica cosa che salva un po’ la pellicola; mentre le scene con l’ufficio immaginario erano tremende, concordo in pieno. Interessante recensione, bella riflessione sull’eccessiva importanza che viene attribuita ad Assange.

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