Recensione. ZORAN, IL MIO NIPOTE SCEMO, vincitore a Venezia alla Settimana della critica. Una commedia alcolica, e un po’ balcanica con un incontenibile Battiston

Al cinema da giovedì 31 ottobre. Ripubblico la recensione scritta dopo la proiezione del film a Milano nella rassegna ‘Venezia e dintorni’.28SIC-ZORAN-IL-MIO-NIPOTE-SCEMO-S01-700x517Zoran, il mio nipote scemo, di Matteo Oleotto. Con Giuseppe Battiston, Francesco Celio, Rok Prašnikar, Marjuta Slamič, Roberto Citran, Riccardo Maranzana. Una coproduzione Italia-Slovenia. Presentato a Venezia nella Settimana della critica, vincitore del premio del pubblico. Presentato poi a Milano a Le vie del cinema – I film di Venezia. In uscita al cinema il 31 ottobre distribuito da Tucker.28SIC-ZORAN, IL MIO NIPOTE SCEMO-S03La commedia che, abbastanza sorprendentemente, ha vinto a Venezia il premio del pubblico alla Settimana della critica. Commedia friulana e po’ balcanica, molto lontana da Roma, con osterie, parecchio alcol, con un che di Kusturica e soprattutto con un Giuseppe Battiston al suo massimo storico. Il quale interpreta uno zio più maligno che burbero, scazzato e incazzato, che cambierà quando erediterà di colpo un nipote sloveno. Voto tra il 6 e il 7Zoran il mioGran successo popolare alla recente veneziana Settimana della critica, la più austera, selettiva e rigorosa tra le rassegne parallele fuori dall’ufficialità della mostra. Votato e premiato dal pubblico come il migliore del menu, su altri film in lizza magari più importanti, magari più belli (Nemico di Classe, White Shadow), ma non così capaci di arrivare dritti a testa e viscere dello spettatore. Si ride parecchio, in questa anomala – per il canone italiano del genere – commedia. Commedia girata in Friuli con sconfinamenti nella vicina Slovenia già iugoslava e per il popolo del film ancora e sempre Juogoslavia (“faccio un salto in Jugo”, dice il protagonista) e dunque geograficamente lontana dalla commedia romana-romanesca. Una distanza che è anche di climi, modi, costruzione di racconto, ricerca e mezzi per raggiungere l’effetto comico. Si resta un attimo interdetti nel vedere come non ci sia Mastandrea (peraltro bravissimo e adorabile), e nemmeno Germano, e nemmeno Scicchitano. Qui si parla furlan con forse qualche slittamento nel bisacco, cioè il goriziano-triestino di netta ascendenza veneziana. Ci si muove tra operosi opifici – ah, l’indefesso Nordest – villette di medio-alto benessere e case un tempo povere ora ristrutturate per il ceto medio unico e generalizzato. Però il luogo di riferimento resta l’osteria, dove si gioca a carte e beve vino come in una Dalla-canzone. Un’istituzione immarcescibile da secoli e che tuttora continua a resistere lassù, in quell’Italia di confine, mentre altrove è stata spazzata via dagli wine-bar e dai localacci-design dell’happy hour. Il regista Matteo Oleotto è bravissimo nel rievocare e riproporre questo mondo etnico chiuso, fermo al passato, rivendicando, in tempi di correttezza politica e di ferrei diktat dietetici e salutisti, il diritto, la bellezza e la tradizione della cultura del vino e pure della ciucca. Tra gli avventori perdigiorno c’è Paolo, sui 40, dotato delle generose misure corporee di Giuseppe Battiston. Perdigiorno, perché tale è per vocazione e di testa, anche se un lavoro in un mensa ce l’ha, e l’ha avuto grazie al nuovo uomo della sua ex donna, una che l’ha mollato esasperata dalle infedeltà, dal fancazzismo, dall’eterno fanciullismo irresponsabile. In questa prima parte, di gran lunga la migliore, Giuseppe Battiston si impossessa del film e lo governa dittatorialmente con pugno di ferro concedendosi di tutto. Dilaga, deborda, straborda, esonda con il suo Paolo sboccatissimo e malignazzo e gran bevitore, uno che se ne frega del bon ton e del politically correct e degli altri e ha una cattiva parola per tutti, compresi gli sfigati e i perdenti. Un po’ fallato, un po’ ferito dalla vita, segnato da quella bella ragazza che l’ha lasciato e alla cui mancanza non si rassegna (e quando entra in casa sua ne trafuga le mutandine per i suoi riti masturbatori). In questa vita totalmente chiusa e autoriferita e apparentemente soddisfatta di sé e del proprio sbraco, arriva l’ospite inatteso (il canovaccio non è nuovo). Una zia slovena di nome Anja, di cui lui si era dimenticato e che comunque si ostina a chiamare, italicamente, Anna, andandosene non gli lascia niente in eredità, visto che la casa l’aveva ipotecata per pagarsi le chemio. O meglio, qualcosa gli lascia, anzi qualcuno, oltre al grande cane bianco in ceramica: un ragazzetto di anni 17 di nome Zoran, occhialoni da sfigato, l’aria irrimediabilmente nerd del condannato a vita, a una vita insignificante. Paolo non vorrebbe saperne, ma il tribunale dei minori (sloveno) glielo affibbia per un periodo di prova. Sarà una coabitazione difficile, fino a che Paolo scoprirà in Zoran, e nella sua catatonia e estraneità, una dote da campione. Alle freccette non sbaglia un colpo, ogni lancio è un centro, e la fama cresce: Paolo lo fa giocare in piccole gare locali guadagnandoci qualche euro. Quando viene a sapere di un campionato mondiale in Scozia, decide di tenerselo quel nipote stranamente dotato e di sfruttarlo per vincere il grosso assegno in palio da quelle parti. Non sto a dire cosa seguirà. Dico che da questo punto in avanti la commedia comincia a viaggiare su binari più prevedibili e più sentimentali, la malignità di Paolo, che aveva marcato fino a quel momento la narrazione tenendola lontana da ogni pericolo e vizio di piacionismo e paraculaggine, comincia a smussarsi. Finirà come deve finire, cioè bene, ciè buonisticamente. Un film che credo funzionerà anche in sala, mica solo nei festival, divertente com’è, e solidissimamente costruito, caratteri torniti, scrittura ottima, sceneggiatura finalmente all’altezza, più un Battiston al suo massimo. Forse esagerato, ma è così bravo che sarebbe stato un peccato tirargli il freno a mano. Un film da vedere, anche per le sue inusitate affinità con certi viaggi picareschi balcanici alla Kusturica (grazie a Dio però senza la pornografia della violenza di K.) che alla commedia italo e romanocentrica. Si respira anche qui, come nello sloveno Nemico di classe, sempre dato alla Settimana della critica, una cert’aria di Mitteleuropa e di vecchio impero asburgico, e non saprei dire se questa nostalgia sia cosa buona o no. Dopo Piccola patria, pure visto a Venezia (però a Orizzonti), questo è il secondo film in cui si recuperano i cori e i canti di montagna. Non me li ricordavo se non in certe parodie becerissime, e invece eccoli adesso sdoganati e ri-nobilitati.

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