Recensione. IL PASTICCIERE, un noir tra Puglia e Croazia

Il pasticciere, regia di Luigi Sardiello. Con Antonio Catania, Ennio Fantastichini, Rosaria Russo, Sara D’Amario, Ivan Zerbinati, Emilio Solfrizzi.
28855Un piccolo film made in Puglia che non ce la fa essere all’altezza delle sue evidenti ambizioni. Un incredibile miscuglio di cinema in cucina e crime-story.
Con un pasticciere salentino che si ritrova catapultato in Croazia al centro di una losca storia di riciclaggio. Goffo, improbabile, impossibile (però, quella voglia di Mitteleuropa, quelle suggestioni austroungariche ci fan capire cosa il film sarebbe potuto essere e non è stato). Voto 3c_Il-Pasticciere_articolo2Disastro, ed è un peccato, perché l’idea di un noir tra Puglia e Dalmazia non era niente male. Con un uomo qualunque, un everyman alla Cary Grant di Intrigo internazionale, coinvolto in un gioco loschissimo e torbido più grande di lui, ma che lui sorprendentemente dimostrerà di sapere maneggiare. Purtroppo il racconto ansima tra troppe giravolte e inattendibilità, qualche attore resta al di sotto del livello minimo di decoro, le evidenti ambizioni si scontrano con l’altrettanto evidente mancanza di mezzi adeguati sicchè siamo alle solite, alle nozze coi fichi secchi, tanto per restare, come il titolo, in area food. Un film del Sud (con tanto di location fornite dall’attivissima Apulia Film Commission) che però guarda al Nord, alla Mitteleuropa, che si divide tra il di qua e l’al di là dell’Adriatico, andando a finire in una Croazia (ma sarebbe il caso di dire Dalmazia) ancora piena di echi e segni italo-veneziani, e pure autroungarici se è per questo. Il film è radicato in Puglia, ma evidentissimamente sogna Vienna, che è poi la città in cui il protagonista Achille vorrebbe aprire un giorno una pasticceria, e non si può non pensare a Tornatore, uomo di cinema del nostro Sud profondo pure lui ipnotizzato da tutto quanto sa di Centroeuropa e del fu impero di Francesco Giusppe, e penso a La sconosciuta (ambientata a Trieste), alla partita kafkiana di Una pura formalità, alle escursioni praghesi di La migliore offerta. Luca Sardiello imbocca deciso la rotta Sud-Nord, come Tornatore, come pure il Roberto Andò di tanti film che guardano su al continente, compreso l’ultimo Viva la libertà con la sua parte parigina. E tanto per restare sullo stesso tragitto, mi viene in mente Battiato, il catanese che adora Schubert di cui ogni tanto rifà i Lieder. Ecco, questo spiazzamento, questo spaesamento, questo sguardo altrove è quanto mi è piaciuto di Il pasticciere, ma resta purtroppo solo una voglia e una suggestione, un’incompiutezza, perché poi il film per i limiti e i vincoli di cui si diceva non ce la fa ad essere all’altezza delle sue intenzioni e sbanda. Parte come l’ennesimo film, e anche il titolo lo lascia pensare, sulla cucina, ma quando il protagonista, il pasticciere salentino Achille, sbarca in Dalmazia per organizzare la parte dolci-dessert alla festa di un losco tipo, la sua vita svolta, e il film pure. Il committente dei dolci viene difatti ammazzato a pistolettate e trovato a galleggiare in piscina, Achille si prende i suoi documenti, si spaccia per lui finendo col trovarsi invischiato in una rete di soldi sporchi riciclati. Ci sono di mezzo un malloppo colossale, un sedicente avvocato italiano emigrato in Croazia per sfuggire a guai con la giustizia, la donna di lui – una puttana che non vede l’ora di cambiare vita-, una poliziotta locale bella e tosta che non molla. Idea non male, ma goffissimamente messa in pratica. Valga come esempio il tremendo scambio di battute durante l’interrogatorio tra la poliziotta e la donna dell’avvocato. Ancora meno convince Achille quale uomo qualunque che afferra al volo la chance di mettere le mani su uno sporco mucchio di soldi. Tremendi i continui ritorni al mondo dei dolci come astratta utopia di perfezione, e all’infanzia di Achille. Tremendissimo il finale che inopinatamente riecheggia La grande abbuffata. Sono troppi gli ingredienti, i generi, i registri che Luca Sardiello cerca di mescolare, e il fallimento dell’operazione diventa inevitabile. Antonio Catania (Achille) e Ennio Fantastichini (l’avvocato) fanno quel che possono, ma non riescono a mantenere il film sopra alla linea di galleggiamento. Il momento migliore: il ballo patetico degli italiani dalmati, rimasti lì nonostante Tito, e sopravvissuti pure al ritorno post-titino del nazionalismo croato, tutti invecchiati, ultimi testimoni di un mondo – l’italianità o venezianità della Dalmazia – sbriciolato senza pietà dal tornado della storia.

Questa voce è stata pubblicata in cinema, Container, film, recensioni e contrassegnata con , , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.