Roma Festival ’13. I CORPI ESTRANEI (recensione): un non-film italiano in concorso

I corpi estranei, regia di Mirko Locatelli. Con Filippo Timi, Jaouer Brahim. In concorso.I CORPI ESTRANEI 1
Un uomo venuto a Milano a far curare il suo bambino molto malato. Un ragazzo arabo che assiste un ricoverato. Ci si aspetterebbe che i due mondi si incrociassero, si scontrassero, si incontrassero, dando vita a una qualche traccia narrativa. Invece non succede quasi niente. Tra Antonio e Jaber ci sono vaghi contatti, interferenze minime che non bastano a supportare un film. Mirko Locatelli sceglie la strada del minimalismo radicale, astenendosi da ogni elemento romanzesco. Ma così finisce con l’azzerare il suo film (che però è da rivedere con calma, fuori dal festival, e che ha una sua rarefatta e austera bellezza. Intanto voto 5).I CORPI ESTRANEI 5
Premessa: non conosco Mirko Locatelli, non siamo parenti (Locatelli è uno dei cognomi più diffusi del Nord Itaia). Questo, appena proiettato in Sala Petrassi per la stampa, è il suo primo film che vedo, e che dire? È peggio di una delusione. Peggio, perché I corpi estranei è (quanto volutamente?) un non film, è cinema negato, punito, polverizzato. Se per cinema intendiamo, basicamente, una storia messa in immagini qui, semplicemente, non c’è storia e dunque non c’è cinema. Antinarrazione pura. Credo che Locatelli venga dal documentario, e qui continua a muoversi all’interno di quei codici, di quell’universo linguistico e stilistico. Riprendere il reale per ciò che è, senza aggiunte, orpelli e bellurie. Documentare, ossessivamente documentare. Come se non sapessimo da un pezzo che questo è pura illusione, e che anche il cinema documentaristico più estremo e oggettivo-fattuale è sempre intervento sul reale, distorsione necessaria del vero. I corpi estranei mi pare invece coltivi ancora il sogno di poter seguire e registrare il suo protagonista e le sue azioni per quello che sono e ci appaiono, senza forzarle. Con il risultato che per un’ora sappiamo poco o niente di lui, Antonio, e il film non ha il minimo fremito, il minimo intreccio, la minima pulsazione drammaturgica. Zero. Il massimo che Mirko Locatelli ci concede è Filippo Timi (Antonio) davanti a una macchinetta del caffè d’ospedale che si presenta tramite display con un “questa macchina ha un’anima”, dichiarandosi dispensatrice di bontà e di caffè equo solidale. Il che ti fa pensare a cosa sia giunto ormai il cretinismo politicamente corretto. Dunque, Filippo Timi è Antonio, toscano di Pistoia venuto a Milano in un ospedale specializzato in cura dei tumori infantili. Il suo bambino, Pietro, è malato, ha un tumore al cervello, lo devono sottoporre a un intervento chirurgico. Poco o nulla ci viene spiegato, dobbiamo arrangiarci a raffazzonare qualche frammento di storia dai dialoghi smozzicati, da qualche scena o personaggio collaterale. L’austerità della messinscena è assoluta, che Bresson al confronto sembra un cineasta barocco. Corridoi, stanze d’ospedale, telefonate a casa, un’occhiata alla stanza vicina dov’è ricoverato un ragazzo arabo circondata dai familiari e amici. Ci sono delle interferenze tra il protagonista e Jaber, uno dei ragazzi arabi al capezzale del vicino. Jaber chiede spesso del figlio di Pietro. A questo punto ti dici: ecco, siamo alla svolta. Il regista vorrà dirci che una solidarietà e una comunicazione sono possibili tra persone e mondi estranei allorché si trovano a sfiorarsi e a condividere una comune esperienza di dolore. Banale, certo, però almeno una traccia narrativa. Macché, il rigore, il riserbo di Locatelli impediscono anche a questa possibile storia di prendere forma e corpo. Poi, dopo quasi un’ora e mezza, succederà qualcosa, e succederà quando Jaber si introdurrà di nascosto nella camera del piccolo Pietro. Non dico oltre, perché questo è l’unico punto in cui I corpi estranei potrebbe acquistare un senso e illuminare retrospettivamente quanto ha mostrato fino a quel momento. Purtroppo anche stavolta Locatelli si trincera dietro il suo pudore, nella sua anoressia, nel suo rigetto di ogni romanzesco e perde l’ultima occasione. Certo, se il suo film voleva essere una finestra aperta sul mondo dei migranti e un esempio di empatia nei loro confronti, lo scopo non è per niente raggiunto. Qui i migranti sono visti come profondamente lontani, altri, imbozzolati in strani e incomprensibili rituali e modi di vivere. Per non parlare di quell’unguento (capirete vedendo il film) tra il magico e lo stregonesco. Spiace dirlo, ma qui siamo al sempiterno, immarcescibile sguardo orientalista sul mondo arabo, benché apparentemente redento e trasfigurato da ogni possibile correttezza ideologica e solidaristica. (Però il film lascia addosso un senso di disagio, come di fluttuazione continua in un universo notturno e inconoscibile, un che di sunnambolico: mi sa che lo dovrò rivedere, e forse dovrò in parte rivdere il mio giudizio).

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