Roma Film Festival: I FILM che ho visto oggi mercoledì 13 nov.

Hard to be a God

Hard to be a God

1) Seventh Code di Kiyoshi Kurosawa (Giappone). Concorso.
Sembra all’nizio un amour fou alla Adele H., è invece un noir con parecchi risvolti che non ti aspetti. Una ragazza giapponese insegue un uomo a Vladivostok, città estrema, luogo di ogni traffico e inganno, come un tempo Tangeri, o Shanghai. Magnifico, semplicemente. Un’ora esatta, ed è il film più bello del concorso. Voto 8 e mezzo
2) Hard to Be a God di Aleksej Jurevic German (Russia). Premio alla carriera a Jurevic German.
Opera postuma del regista russo di Il mio amico Ivan Lapshin. Un capolavoro annunciato, l’evento del festival, l’opera-che-resterà di questa settimana romana. Tre ore al limite del sostenibile, in bianco e nero, un oggetto cinematografico di incerta identità che sta tra la fantascienza e il viaggio nel tempo, e nei tempi oscuri e ferrigni di un medioevo immaginario e terribile. Alla base ci sarebbe un romanzo di fantascienza sovietico, ma è inutile rintracciare qui una qualsivoglia storia: di quel che vediamo sullo schermo non si capisce niente, e non c’è niente da capire. Un universo di mostruosità, disfacimenti, putrefazioni, fango, merda, piscio, budella e squartamenti. Un film che ti fa sentire la puzza della nostra bestialità umana. Vagamante apparentabile a certe parti del Faust di Sokurov, ma più radicale, folle, di un estremismo febbricitante e come sotto delirio alcolico. Non sono riuscito ad amarlo, pur restando ammirato di fronte al titanismo dell’impresa, all’immane danse macabre che il talento di Jurevic ci rovescia addosso. Per il momento, niente voti.
3) Castello Cavalcanti, corto di Wes Anderson. Fuori concorso.
8 minuti in cui il signor regista dei Tenenbaum e di Moonrise Kingdom omaggia il cinema italiano, quello vero, quello di una volta, per la precisione Fellini e Germi. Si parte dal ricalco della scena delle Mille Miglia di Amarcord, si arriva alla spaghettata in piazza alla maniera di Roma. Wes Anderson riesce a inglobare nel proprio mondo e nella propria maniera anche Fellini, e questo è il bello. Il meno bello è l’eccesso di cliché. Diciamolo: una cosuccia di cui si sarebbe potuto fare a meno. Voto 6 meno

Questa voce è stata pubblicata in cinema, Container, festival, film e contrassegnata con , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.