Roma Film Festival: incontro con Wes Anderson e la prima del suo corto CASTELLO CAVALCANTI

Castello Cavalcanti, corto di 8 min. di Wes Anderson. Un progetto Prada Classics. Con Jason Schwartzman e Giada Colagrande.
Proiettato oggi fuori concorso alla presenza di Wes Anderson, Jason Schwartzman e Roman Coppola. IL VIDEO

Castello Cavalcanti

Castello Cavalcanti

Sì, otto minuti di pura delizia wesandersoniana, che cita e omaggia Fellini e Germi, partendo addirittura dalla scena della MilleMiglia di Amarcord. Delizia, ma anche pigrizia. Perché siam sempre lì, ai soliti cliché sull’italiano vero come lo vede l’americano, e non mancano nemmeno gli spaghetti. Mah.

Wes Anderson

Wes Anderson

Il popolo giovane del festival alle due era già in coda alla Sala Petrassi per potere vedere – alle 17.30! – questo corto, anzi corticino, solo otto minuti, filmato e firmato Wes Anderson. Anche perché poi sarebbe seguito quello che oggi vien chiamato pomposamente msterclass, e che altro non è se non un incontro con l’autore con intervento possibile, anzi auspicato e invocato, del pubblico. Dunque, visione del piccolo film e poi Wes Anderson live con Jason Schwartzman, uno dei suoi attori feticcio e protagonista di Castello Cavalcanti, e l’amico e sceneggiatore Roman Coppola. Mario Sesti, conduttore del chiamiamolo dibattito, ci informa subito che il corto è un omaggio e un calco del cinema italiano, quello grande, quello vero, quello di una volta, quello di Fellini e di Germi, i due numi che sovrintendono a questa operazione. Wes Anderson conferma, e racconta di quanto l’abbia sempre affascinato Cinecittà nelle sue numerose visite romane (otto negli ultimi dieci anni), e di come siano stati quegli studi a ispirargli l’operina. “Son partito da una scena di Amarcord“, che poi è quella delle MilleMiglia, con le macchine che sfrecciano nella piazza di Rimini. Difatti, Castello Cavalcanti ci porta in una piazza italiana non dechirichiana, di quelle della nostra grande provincia, con un Cristo in statua al centro. Sbucano e passano bolidi (sotto la scritta MolteMiglia), ne arriva uno rosso, più veloce e spericolato, e si schianta sul piedestallo del Cristo. Ne vien fuori un pilota con nero capello, sopracciglioni e tutti i tratti dell’italiano vero come lo vedono gli americani, il quale si infila nel bar, parla con la cassiera malmostosa, si siede fuori a bere un bicchiere con un gruppo di paesani. E come si chiama il pilota? Cavalcanti, americano di radici italiane naturalmente. E come si chiama il paesello? Castello Cavalcanti. Un incidente felice, perché ha riportato il pilota alle sue origini. Si chiude, non senza che un paio di volte si sia visto sulla tuta del nostro la scritta Prada Team. Applausi e ancora applausi da parte di un pubblico assai ben disposto, anche troppo. Che dire? Che il filmino è grazioso, con una squisitezza, una grazia, una cura assolutamente wesandersoniane. Che il driver e gli altri attovagliati sembra uscito da una schiamazzante scena di Sedotta e abbandonata, che il resto è proprio Fellini-Fellini, rifatto quasi filologicamente. Un po’ ci si inorgoglisce per questo tributo ai nostri due cinegiganti, solo che poi ti dici: ma insomma, sempre lì siamo? Sempre agli eterni cliché sull’Italia e gli italiani? (ragazzi, c’è perfino la spaghettata, e basti questo). Dio mio, Wes Anderson è un quarantenne, non è mica così vetusto e bacucco, fa un cinema fresco come una rosa che piace ai ggiovvani, mai possibile che pure lui continui a vederci coi sopracciglioni scuri scuri, sempre seduti a una qualche tavolata, sempre in qualcosa che somiglia alla canottiera (lui) o all’abituccio scivolato a fiorellini (lei)? Insomma, caro Wes, uno sguardo un po’ meno pigro, magari anche meno affettuoso e più acre, sarebbe stato massimamente gradito. Nel dibattito a seguire difatti la domanda migliore è stata: caro Anderson, va bene omaggiare i Fellini-Germi-De Sica e chissà chi altri ancora, ma del cinema italiano di oggi cosa conosci? E lui, prontissimo: “Mi è piaciuto La grande bellezza di Paolo Sorrentino (e giù un applausone) e Toni Servillo is amazing!Poi, dopo un attimo di smarrimento, tira fuori Gomorra, quindi rapido scambio di occhiate con Roman Coppola e “Moretti, certo mi piace Moretti, e Io sono l’amore di Guadagnino”. Le cose più interessanti le dice però sul suo nuovo film già programmato come apertura della prossima Berlinale, in febbraio. “The Grand Budapest Hotel è ambientato negli anni Venti in un paese imprecisato che ha qualcosa dell’Ungheria, della Polonia e della Repubblica Ceca, si ispira alla narrativa di Stefan Zweig e ha per protagonista il concierge di un grande albergo. Ho voluto ricreare qualcosa alla Lubitsch”, e sentendo queste parole il qui scrivente, fervente adepto del culto lubitschiano, quasi stramazzava a terra per l’emozione e la voglia di vederlo, questo film. “Ci sarà molta musica, una musica che richiama quella del centro ed est Europa. Se n’è occupato Alexandre Desplat, che è anche ricorso a un ensembre di balalaike, però con una sensibilità francese”. Se ho bene inteso, sarà quasi un musical, il che accresce ulterioremente il tasso di aspettativa.

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