HUNGER GAMES – LA RAGAZZA DI FUOCO (recensione dal Roma Film Festival)

Da sinistra: LIam Hemsworth, Jennifer Lawrence e Josh Hucherson sul red carpet a Roma

Da sinistra: LIam Hemsworth, Jennifer Lawrence e Josh Hucherson sul red carpet a Roma

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Hunger Games: La ragazza di fuoco, regia di Francis Lawrence. Con Jennifer Lawrence, Josh Hutcherson, Liam Hemsworth, Woody Harrelson, Donald Sutherland, Stanley Tucci, Elizabeth Banks, Lenny Kravitz, Tobey Jones, Philip Seymour Hoffman. Al cinema dal 27 novembre.I
Presentato al Roma FF fuori concorso. Più debole del primo episodio. Buona la ricostruzione di un universo totalitario che ricorda i peggio regimi del ‘900, ottimi scenografie, costumi, make-up. Debole e stanca la parte centrale della caccia. Jennifer Lawrence totemizzata come una dea egizia. Resta lei la forza del film. Voto 6 I
Qualche fan (anzi, fanatico proprio) è arrivato alle due di stanotte per beccarsi la migliore postazione al red carpet e non perdersi oggi il passaggio della diva Jennifer Lawrence e degli altri di Hunger Games – La ragazza di fuoco, seconda puntata della saga teen-gladiatoria. Sveglia anticipata anche per la stampa, convocata alle 8,30 al non proprio centrale Auditorium per il press screening del film e le sue due ore e mezzo (154 minuti, per essere esatti). Ne valeva la pena? Ma sì, trattasi di un’anteprima di peso, di un film che, piaccia o meno, è uno dei pilastri della stagione cinematografica, uno di quei titoli in grado di convogliare folle in sala e dollari e euro nelle casse. Certo per apprezzare pienamente bisogna essere intorno ai vent’anni. Hunger Games 1 e 2 resta un perfino troppo esemplare racconto di formazione, un coming-of-age declinato sia al maschile che al femminile, e se non sei in età per fartelo piacere devi ricorrere a un qualche filtro, a una qualche mediazione, a una lettura altra. Capita spesso che le parti seconde siano all’altezza o magari meglio delle prime, il caso classico è Il Padrino 2, ma vale anche per il nuovissimo Thor -The Dark World. Qui non succede. Episodio fiacco, questo HG2, al di sotto del fondativo, narrativamente irrisolto e sbilanciato tra le sue parti. Il suo limite più grande sta nel preannunciare una rivoluzione a Panem senza mostrarcela, rimandandola alla prossima puntata, come la scena di chiusura chiarissimamente indica. Sicché Hunger Games – La ragazza di fuoco ti dà l’impressione di essere un passaggio, una puntata-ponte, interlocutoria, priva di un proprio centro. Katniss (Jennifer Lawrence) e Peeta (Josh Hutcherson), i due vincitori-survivor del precedente gioco al massacro, dovrebbero godersi in pace quanto si son guadagnati rischiando la pelle, invece no, li costringono a un tour propagandistico simil rockstar attraverso i vari distretti del paese (dodici, e loro appartengono al dodicesimo, il più miserabile). Ma nelle masse serpeggia il malcontento, qualcosa sta covando là nelle viscere del popolo di sotto. Il luciferino Snow (Donald Sutherland), signore di Panem, avverte il pericolo e per convogliare e disinnescare l’aggressività dilagante vara un’edizione speciale degli Hunger Games, un’edizione della memoria in occasione del 75esimo anniversario della loro fondazione. Concorreranno i vincitori dei giochi precedenti, e dunque anche i nostri Katniss e Peeta dovranno tornar in pista, poverelli, mentre aleggia il solito tormentoso dilemma: chi di loro due morirà, visto che dagli HG solo e soltanto un combattente può sopravvivere alla carneficina? Il gruppo dei Tributi – così si chiamano i combattenti arrivati da ogni distretto – vengono spediti nella foresta dove dovranno affrontare ogni possibile insidia e scannarsi a vicenda. Che poi è una specie di vecchia Isola dei famosi Ventura-edition, con prove di sopravvivenza tostissime, solo che qui si ammazza e si muore per davvero (tanto che possiamo definire gli Hunger Games come la realizzazione e manifestazione di ciò che sta sepolto nell’inconscio di ogni reality televisivo a eliminazione progressiva). Questa parte di HG2, che dovrebbe esserne il nucleo forte, è invece debole e ininteressante, tediosa e prevedibile. I teenager sicuramente apprezzeranno, uno come me fatica. Di Hunger Games – qui, ma ancora di più nel primo episodio – trovo affascinante e allarmante la cupezza, l’intima darkitudine, quel rimandare a universi concentrazionari e sistemi totalitari del passato Novecento, a incubi di illibertà e di controllo e manipolazione delle coscienze, tra la nera Berlino e la rossa Mosca passando per Roma. Scenografie che ricordano molto da vicino le architetture di Speer, e quelle imperial-mussoliniane, e il titanismo delle torri futuristico-sovietiche, e parate molto Trionfo della volontà, e giochi nell’arena a Capitol City che la Leni Riefenstahl di Olympia avrebbe volentieri ripreso feticizzando corpi e prestazioni. Con un bel po’ di Ben-Hur, anche, allorché i Tributi si presentano sui loro carri. Scenari debitamente torvi, grandiosi e claustrofobici, ad alta densità simbolica ed evocativa, e chissà se le masse di teenager afferreranno qualcosa di simili rimandi (ma è così labile la memoria storica). Non è la prima volta che l’estetica dei vari totalitarismi – le parate, i rituali collettivi, le adunate, le tenzoni sportive, le braccia alzate, le torce e le luci che tagliano la notte come rasoi – approda al cinema, mi vengono in mente tra i più lontani modelli il purtroppo dimenticato Privilege di Peter Watkins della seconda metà degli anni Sessanta e The Wall, la cineversione del concept album dei Pink Floyd girata da Alan Parker. Nel primo Hunger Games non mancava nemmeno il richiamo all’universo dei lager, in quella agghiacciante sequenza – la più potente del film – della folla ammassata per le selezioni dei concorrenti. Naturalmente, il film registra e ci mostra anche la pervasività della televisione, cogliendola nella forma che più l’ha distinta negli ultimi due decenni, quella dei reality. Mi pare però che in HG2 questa sia la parte più ovvia e caduca, e più polverosa. Mentre il richiamo alla manipolazione delle coscienze e al costante pericolo totalitario non ha perso la sua forza rispetto al primo capitolo. Quando il film abbandona questo terreno e va sull’avventuroso-horror con gli scannamenti gladiatori tra i concorrenti, con il mors tua-via mea nella foresta tra effetti speciali non così sublimi, si affloscia di colpo, e la parte finale è alquanto tirata via e deludente. Funzionano ancora alla grande tutto il décor, i costumi, il make up. L’immagine dell’entertainer-guida Effi di Elizabeth Banks si fa ancora più estrema, una bambola robotica punk-settecentesca con i suoi pazzi cappelli a fiori e frutti, e quel vestito a farfalle che è già icona. Ma l’intervento più complesso e riuscito viene fatto sul corpo e il viso di Jennifer Lawrence, così infinitamente mutevole e plasmabile. Questa ragazza ha l’essenza delle star: Lawrence è ancora goffa e perfino rozza, ma ha anche un immenso potere di seduzione sugli spettatori, da diva antica della Golden Hollywood. Quando compare alla festa con quel make up e quella pettinatura da dea egizia, da neo Cleopatra, si rimane sbalorditi, qualcosa tra Gloria Swanson, Theda Bara, Barbara Stanwyck, Liz Taylor, e ti chiedi come la ragazza di Un gelido inverno sia potuta diventare questa che adesso vediamo. Nel cast tornano Woody Harrelson, Stanley Tucci, Tobey Jones e Larry Kravitz. La new entry è Philip Seymour Hoffman. Di sicuro avrà un ruolo capitale nella puntata numero tre.

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