Recensione. THE GATEKEEPERS: l’intelligence israeliana si racconta. Un documentario appassionante e imperdibile

The Gatekeepers, un documentario di Dror Moreh. Israele. Distribuito da I Wonder Pictures.

Ami Ayalon, uno degli intervistati, responsabile dello Shin Bet dal 1996 al 2000

Ami Ayalon, uno degli intervistati, responsabile dello Shin Bet dal 1996 al 2000

Sei responsabili dello Shin Bet, il servizio di sicurezza interno dello stato d’Israele, si raccontano davanti alla mdp, svelando retroscena e segreti delle molte missioni effettuate dalla guerra dei sei giorni in poi. Due i nemici da prevenire e combattere: gli attentatori palestinesi e la destra israeliana più fanatica e radicale. Ci si aspetta di vedere degli uomini duri, rocciosi e dogmatici, invece i signori dello Shin Bet mostrano duttilità e un sorprendente pragmatismo. Raccontando sì i propri successi, ma anche gli errori e i fallimenti. E spesso mostrandosi critici verso la deriva militarista dello stato. Voto tra il 7 e l’8
Si ciancia tanto di anno del documentario, però al di là di strombazzare a destra e a manca il Leone d’oro (immeritatissimo) Sacro GRA, non è che i nostri mezzi di informazione più istituzionali si sian poi dati granché da fare in materia. Poche righe, ed è un delitto, a proposito dell’enorme The Act of Killing, qualcosa di straordinario che non s’era mai visto al cinema, un film che è una riflessione sul male (e anche sul male che il cinema può fare). Qualche riga in più, ma senza sforzarsi troppo, per l’israeliano The Gatekeepers, un film che invece è da raccomandare caldamente e da vedere assolutamente, reduce da una nomination all’Oscar e da un successo americano quantificabile in due milioni e mezzo di dollari, un’enormità per un doc. Spero solo che il diffuso livore anti-israeliano non ne impedisca la circolazione e il successo da noi. Il regista Dror Moreh è andato a scovare sei uomini che hanno ricoperto cariche di massima responsabilità – compresa la direzione – nello Shin Bet, l’intelligence che si occupa e preoccupa della sicurezza interna d’Israele (di quella all’estero si incarica il Mossad), in costante contatto con i vertici politici e i servizi segreti. Uomini ombra, che han sempre lavorato senza esibirsi davanti ai media, e che stavolta accettano di raccontare pezzi, fatti, missioni, fallimenti, abbagli, successi clamorosi del mitologico Shin Bet, dalla guerra dei sei giorni del 1967 a tempi recenti. Decenni di storia israeliana ci scorrono davanti agli occhi, però visti dal punto di vista particolare di questi signori la cui missione era, è, una sola, garantire la sicurezza dello stato, costi quel che costi. Difendere il paese dai suoi nemici mortali, e i nemici sono i terroristi (e però uno degli intervistati dirà, non senza disincanto e saggezza maturati sul campo: quelli che sono terroristi per gli uni, sono eroi e uomini di pace per gli altri), vale a dire i palestinesi estremisti e armati che hanno cercato di attentare e distruggere Israele, prima la galassia laico-socialista-nazionalista convergente su Al Fatah o dissenziente da essa, poi quella di marca islamista-jihadista con forti legami con Hamas. Non solo loro però, sotto la lente di osservazione dello Shin Bet ci sono e ci son stati gli estremisti israeliani di destra, spesso inestricabilmente connessi con la più radicale ortodossia religiosa. Il responsabile dell’intelligence ai tempi dell’attentato costato la vita a Rabin, considerato dalla destra un criminale e un traditore per aver siglato ad Oslo un patto con Arafat, ancora oggi non si dà pace per non essere riuscito a impedirlo. E vien ricordata la rete clandestina di fanatici che progettò di far saltare sulla spianata del tempio a Gerusalemme la Cupola della Roccia, uno dei luoghi sacri e simbolo dell’Islam: “Se ci fossero riusciti, tutto il mondo islamico, fino all’Indonesia, si sarebbe armato contro Israele e per noi sarebbe stata la fine”. Dilemmi morali: se identifichi su un’automobile un pericoloso terrorista con accanto gente che non c’entra nulla, come si deve agire? Colpire e uccidere anche gli innocenti? O soprassedere e lasciare in vita il potenziale assassino? Lo stesso quando si deve colpire a distanza, con una bomba, un’abitazione in cui è stato individuato un obiettivo. Si accenna (mi pare che a farlo sia Ami Ayalon, capo dello Shin Bet dal ’96 al 2000) a una sorta di autocritica, lasciando intendere  che ormai nelle missioni di intelligence l’apparato militare si è in qualche misura autonomizzato perseguendo una logica propria, procedendo ciecamente secondo automatismi non più controllabili, ed è una riflessione parecchio interessante (è assurdo, dice più o meno uno degli intrevistati, in certi casi distruggere case intere e tutti quelli che ci stan dentro per far fuori un terrorista). Sfilano le immagini tremende di alcuni attentati kamikaze in Israele, vediamo la scheda da ricercato dell’ingegnere che era la mente, tecnica e organizzativa, dietro a quegli attacchi, veniamo a sapere di come fu possibile identificarlo nei suoi continui spostamenti e poi ucciderlo. Ci sono episodi cupi, nerissimi. Come i due dirottatori palestinesi di un autobus israeliano che, una volta catturati, vengono linciati, letteralmente fatti a pezzi, senza che lo Shin Bet riesca (o voglia?) impedire lo scempio. In questo straordinario documentario il male e il bene tendono a farsi sfuggenti, delle volte a confondersi, senza mai aderire perfettamente al modello astratto che ce ne siamo fatti. La realtà è una lunga e nebbiosa zona grigia, sembrano dirci i signori dello Shin Bet. Si accenna pure alle pratiche di interrogatorio duro attuate in una delle peggiori prigioni del mondo, un vetusto edificio lasciato dall’impero ottomano a Gerusalemme che, dice uno dei sei intervistati, fa paura solo a varcarne la soglia. Ma l’interrogatorio duro vien considerato un mezzo irrinunciabile, insostituibile, per ottenere informazioni preziose sul nemico. Ti aspetti all’inizo di The Gatekeepers di vedere e sentire degli uomini duri, tutti d’un pezzo, monolitici fino al fanatismo. La sorpresa grande è trovarsi di fronte invece a gente straordinariamente duttile, per niente dogmatica e molto pragmatica. Chi fa, chi agisce in condizioni ai limiti dell’impossibile, chi deve prendere decisioni, letteralmente, di vita o di morte, finisce con lo sviluppare un senso assoluto del reale e del possibile. Il nemico lo combatti con ogni mezzo e senza cedimenti, ma devi anche essere pronto a trattarci non appena intravedi un barlume di possibile dialogo: Avraham Shalom, direttore dello Shin Bet dal 1980 al 1986, il più duro di tutti stando a quel che ne raccontano gli altri, dice di fronte alla mdp che, se fosse necessario, e se fosse possibile, lui si siederebbe al tavolo anche con Ahmadinejad, senza pregiudizi. Tutti verso la questione palestinese mostrano una posizione non estrema, tutti riconoscono la necessità di uno stato palestinese, qualcuno è fortemente critico nei confronti dell’espansione dei coloni, dei settlements, nei territori. The Gatekeepers è appassionante e spiazzante, ti aspetti degli automi implacabili e militarizzati ciecamente dediti alla loro missione, ti ritrovi invece a che fare con gente che si è si sporcata le mani, che non ha esitato a uccidere e giustiziare quando lo riteneva sacrosanto, ma che sa anche interrogarsi sulle proprie azioni e sui propri errori. E che, soprattutto, avendo frequentato a lungo il nemico, ha finito con il conoscerlo bene. Senza demonizzarlo, senza disumanizzarlo. Scusate, ma a me pare una straordinaria lezione.

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