Torino Film Festival: C.O.G. (recensione): mele, fondamentalisti religiosi, collezionisti di dildos nell’America profonda

COG_1C.O.G., regia di Kyle Patrick Alvarez. Con Jonathan Groff, Denis O’Hare, Corey Stoll, Dean Stockwell. Da una short story di David Sedaris. Torino 31 (Concorso). Voto 6 e mezzoCOG_2
Un ragazzo assai coltivato, di ottimi modi e di ottima seppure un po’ asfissiante famiglia East Coast, decide di mollare tutto – e nel tutto c’è anche Yale – per avventurarsi lungo le strade dell’America profonda e presunta autentica. Per trovare se stesso, ovvio, come vuole la molta retorica giovanilista imperante negli ultimi decenni, ma anche come esigono certe pulsioni e tradizioni profonde nuovocontinentali, da Thoureau e il suo sogno della selvaggeria naturale a On the road di Kerouac. Con  la voglia, esplicitamente dichiarata, di ripercorrere un po’ di ruralità alla Furore di John Steinbeck (e John Ford). Seguiranno avventure e avventurette che sfioreranno il dramma, ma tenendosi al di qua del bordo, e che ovviamente costituiranno per David, il protagonita, un dilatato rito di passaggio alla età un po’ più adulta e un po’ meno ragazzinesca. Niente di che, però si vede e si sente che dietro c’è la penna acuta e arguta di David Sedaris, e quella che vien fuori dal film è un’America di margine non così raccontata, non così ovvia, tra richiami neofondamentalisti cristiani, duro lavoro su caetne di montaggio rugginose, grandi fatiche in compagnia di manodopera solo messicana. Più rischi di sodomizzazioni per David da parte di un folle collega collezionista di dildos di ogni colore e dimensione. Si mette male fin dall’inizio per il ragazzo in cerca di se stesso, il quale vede la sua ragazza andarsene via con il suo migliore amico. Lui invece si ferma in Oregon, a raccogliere mele e ancora mele, finché, ed è un salto di carriera, vien promosso al lavaggio e cernita del suddetto frutto. Sarà decisivo l’incontro con un predicatore-reclutatore della setta dei C.O.G (avendo visto a Venezia il fim di James Franco Child of God capiamo subito cosa voglia dire l’acronimo che fa pure da titolo al film, invece il protagonisra ci mette due terzi abbondati per arrivarci, non proprio sveglissimo). C.O.G. sembra fluttuare senza mai ancorarsi, senza mai trovare il suo baricentro, seguendo umori e bizze dei personaggi e emersioni balzane della trama. Come se non ci fosse un progetto, solo l’abbandonarsi a un flusso. Un film ondivago che ha una sua gradevolezza, ed è meno di superficie di quanto non voglia farci credere. L’America strana e lontana che ci mostra è parente di quella, però in versione più trucida e malsana, di film come Un gelido inverno o il recente, appena visto al Roma Film Festival, Out of the Furnace.

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