Torino Film Festival. RED FAMILY (recensione). Kim Ki-duk scrive e produce un altro film fuori di testa, il più estremo del concorso

Red Family (Famiglia rossa, in coreano Bulg-eun Hajog). Regia di Lee Ju Hyoung. Sceneggiatura di Kim Ki-duk, anche produttore e editor. Con Kim Yumi, Jung Woo, Son Byeongho. Torino 31 (Concorso).BULG-EUN-GAJOG_2
Scritto e prodotto da Kim Ki-duk, anche se la regia è affidata al meno conosciuto Lee Ju Hyoung. Film che comunque conferma come ormai il sud coreano sia arrivato a un cinema sregolato, folle, di pura anarchia. Fors’anche a un punto di non ritorno. Red Family parte come spy story, diventa commedia romantica, action, pirandellismo ‘così è se vi pare’. Con uno dei finali più spiazzanti del cinema recente. Impossibile dare un voto. Diciamo 6, ma ci sono vertici da 9 e abissi da zero (certo che senza i coreani ai festival ci annoieremmo).BULG-EUN-GAJOG_1
Nel suo ultimo Moebius m’è sembrato che Kim Ki-duk avesse varcato una soglia, o addirittura un punto sdi non ritorno, lasciandosi divorare e ingoiare dai suoi stessi fantasmi. Dai suoi demonipggiori. Tant’è che ne ho scritto a suo tempo come del Salò-Sade del sud coreano, chiedendomi anche: e dopo? cosa arriverà dopo? dove arriverà dopo Kim Ki-duk? Non so se questo film apparso in concorso qui a Torino possa essere una risposta, visto che non porta la firma come regista del nostro, però è di sicuro da tenere in conciderazione quale indicatore sensibile e attendibile, visto che KKD di Red Family ha scritto la sceneggiatura, e non è poco davvero, in più l’ha prodotto e l’ha pure co-editato. Se non tutto suo, certo è molto suo. Confermandoci in pieno il piano inclinato imboccato dal nostro, in uno sregolamento e in un sovvertimento di ogni possibile disciplina filmica. Oltre forse c’è solo il delirio. Un film, questo, che è un oggetto inafferrabile e inclassificabile, che parte come spy story e poi scopre man mano altri strati, altri abissi, in una deriva che ingloba cammin facendo la commedia familiare, il pirandellismo ‘così è se vi pare’ e ‘siamo tutti personaggi in cerca d’autore’, la rom-com adolescenziale, il film politico (ma da che parte?) e perfino l’action, per finire in una sorta di vuoto di senso, con una scena ultima così incongrua da sembrare partorita da una mente malata. Eppure forte, bellissima, straziante. Scervellato e scriteriato, La famiglia rossa è finora l’unico vero azzardo in un concorso che poco ha osato e si è accontentato di opere perlopiù medie-mediocri, senza colpi d’ala. Impossibile quasi raccontarlo, ma proviamoci. Dunque: siamo a Seul, in quella che scopriamo essere una falsa famiglia composta da apparente nonno, apparenti padre e madre, apparente figlia tenager. In realtà son tutti nord coreani per niente apparentati mandati al sud in missione e sotto copertura per far fuori qualche dissidente fuggito, qualche nemico di regime e così via. Tutti costretti a quell’ignobile compito perché sotto ricatto. Che se appena osano sgarrare ci andranno di mezzo le loro (vere) famiglie lassù a Pyongyang. La capocellula è la signora, una specie di Ninotchka dura, rocciosa e intransigente, solo che qua non c’è mica l’ironia lubitschiana (e neanche Garbo, se è per questo). Le scene con la capessa che minaccia e ordina son puro guilty pleasure, di un kitsch & camp come non le si vedeva almeno dai tempi del cinema della guerra fredda, che poi il coreano, non proprio la lingua più gentile e chic del mondo, già di suo non aiuta. Ogni efferatezza viene eseguita come da ordini superori, compreso il massacro di un nonato da parte della ragazzina. La quale intanto s’è presa ‘na scuffia per il ragazzetto dei vicini di casa, vicini con cui prima è guerricciola, poi sempre più apertamente amicizia. Sicché il film si sposta sul confronto-commedia tra famiglie del Nord e del Sud, tra austerità comunista e opulenza consumista (o aspirazione all’opulenza, visto che i vicini son pieni di debiti). Tutto precipita però quando il cattivissimo compagno che è in stretto collegamento con Pyongyang ordina alla cellula di ucciderla, quella famigliola simbolo del marcio capitalismo. Ci saranno reazioni e ribellione all’atroce diktat, con un finale che lascia sbalorditi. Ora, un film che sbanda tra tutti i possibili registri (il comico, il drammatico, l’ironico, il sentimentale) e ogni possibile genere. Forse, e sottolineo il forse, il vero nucleo drammaturgico è la simulazione, è il fingersi una famiglia che ti fa sentire poi una famiglia più vera del vero. Stranamente, è il terzo film in poco tempo che di questo tratta. Prima Una famiglia perfetta con Sergio Castellitto diretto da Luca Miniero, poi We’re The Millers, adesso questo. Qualcosa vorrà pur dire.

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