Torino Film Festival: UGLY (recensione). Da Bollywood un noir lurido e cattivo

Ugly, regia di Anurag Kashyap. Con Ronit Rohi, Rahul Bhat, Tejaswini Kolhapure, Vineet Kumar Singh. Sezione Festa Mobile.UGLY_01Altro che sberluccichii bollywoodiani. Questa crime-story ambientata a Mumbai è un concentrato di avidità, perversioni, bassezze umane. Tutto sulla pelle di una povera bambina rapita. Anurag Kashyap fissa il modello del noir made in India, cercando di ripetere quel che John Woo e Tsui Hark avevano fatto a Hong Kong. Molto interessante, ma non a quel livello. Uno dei film più amati dai cinefili di questo TFF 31. Voto 7UGLY_03
Celebratissimo. Osannato fin dalla sua proiezione lo scorso maggio a Cannes alla Quinzaine. Proclamato opera esemplare del noir lurido e cattivo made in India. Firmato da quell’Anurag Kashyap che proprio l’anno prima aveva portato sempre a Cannes, sempre alla Quinzaine, il suo fluviale, e in più episodi, Gangs of Waseypur, subito salutato dai critici francesi come opera di svolta e fondativo del nero hindi. Il lato oscuro, sporco e selvaggio di Bollywood. Qui a Torino Ugly è considerato dai cinefili più radicali e dai bad boys delle webzines uno dei film migliori visti finora, uno dei vertici del festival, e l’hype si ingorssa di giorno in giorno. Mah. Che sia una gran prova di narrazione, di capacità di racconto, e anche di messinscena fimica, non ci piove. La mia impressione però è che il cinema di malavita, il poliziesco, il crime, il noir, il polar, chiamiamiolo come vogliamo, non riesca a ripetere a Bollywod quanto è stato fatto a suo tempo a Hong Kog dai vari John Woo, Tsui Hark, Johnnie To. Ovvero la ridefinizione del paradigma del genere, del modello di questo cinema. Là, nell’allora colonia britannica, rinacque qualcosa di cui continuiamo a vedere gli effetti. Ecco, non credo che nel cinema pur immenso di Mumbai stia succedendo qualcosa di simile. Anche se Ugly resta un prodotto di rango. Un film che immette il lurido e lo sporco del poliziesco e perfino del nostro poliziottesco all’interno del codificatissimo sistema bollywoodiano, inquinandolo con la brutalità, ma facendosi inquinare dai suoi eccessi melodrammatici, dal suo turgore, da uno stile sgargiante che non è solo visuale ma è una proprietà dell’anima, da un acting che è sempre implacabilmente overacting (qualcosa tra i nostri melodrammi popolari anni Cinquanta e il più sfrenato cinema di passioni nilotico-egiziano). Il risultato è assai interessante, un noir però sberluccicante e come tentato, anche nei suoi momenti più cupi, di farsi musical, e se canzoni e balli – rigorosamente obbligatori in ogni film indiano – qui vengono banditi, rispuntano però, in una sorta di ritorno del rimosso, attraverso gli schermi televisivi accesi che quei film proiettano. Un plot che tien fede al titolo e non ci risparmia nulla in fatto di bassezze umane. Domina l’avidità, o in alternativa la frenesia del potere e l’ansia di controllo sulle persone. Con il sesso a fare da detonatore dei peggio istinti. Una bambina lasciata sola in macchina dal padre irresponsabile viene rapita. Chi è il colpevole? Un venditore di maschere per i bambini con trascorsi pedofili? O va ricercato vicino, molto più vicino alla bambina di quanto non si pensi? Rahul, il padre, aspirante star bollywoodiana ma senza soldi, viene accusato dal nuovo compagno della ex moglie di averla nascosta lui la bambina, temendo che la incazzatissima consorte non gliela volesse più far vedere. Viene arrestato, pestato dal nuovo uomo (di mestiere poliziotto, e pioliziotto di potere) della sua ex donna, in una vicenda in cui la gustizia si mescola alla vendetta privata. Anche chi sembra innocente e leale mostrerà in questa schifosissima storia il suo lato belluino. Non si salva nessuno, nemmeno la madre della rapita, in un noir che, in fatto di disincanto e di cinismo, non ha niente da invidiare ai classici americani. Ho apprezzato. Ma resto dell’idea che ci sia una intrinseca, strutturale incompatibilità tra il genere e i modi bollywoodiani. E il prodotto, per quanto di tutto rispetto, resta al di sotto dai risultati raggiunti dal concorrente cinema hongkonghese.

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