Torino Film Festival. 2 AUTOMNES, 3 HIVERS (recensione). Una rom-com con idee, ma poco coraggio

2 Automnes, 3 Hivers (Due autunni, tre inverni), regia di Sébastien Betbeder. Con Vincent Macaigne, Maud Wyler, Bastien Bouillon. Torino 31 (Concorso).2-AUTOMNES_2
Storia di Arman e Amélie, raccontata a più voci (e a più facce). Un film che parte bene, con toni neorohmeriano, poi si perde per troppa carinera, per eccesso di artificiosità, per incapacità di andare nel profondo. Voto 5 e mezzo2-AUTOMNES_1
Parte molto bene, tra neo-rohmerismi e neo-truffautismi, e anche con un bel po’ di (500) giorni insieme, una delle migliori e innovative rom-com degli ultimi anni. Lui, Arman, che racconta e si racconta. Di come abbia incontrato correndo al parco Amélie che pure lei stava correndo (era domenica), di come l’abbia persa di vista, di come l’abbia ritrovata una notte salvandola da uno stupro e beccandosi una coltellata in pancia. Lei, Amélie, che racconta di come fosse stanca dello stolido dj con cui stava da tempo, di come sia stata salvata da Arman mentre il dj vergognosamente scappava, di come sia stata in apprensione per la vita di lui, di come l’abbia vegliato in ospedale, di come se ne sia innamorata. Racconto a più voci e a più facce, organizzato in capitoli brevi a numerazine decrescente (ma perché, poi?) e con titoli a volte folgoranti altre meno, molto, molto parlato, con quella ironia e qualla vaga sprezzatura e il distacco con cui i trentenni d’aujourd’hui (dimenticavo: siamo a Parigi) dicono di se steessi e del mondo. Con una camera che si direbbe qualsiasi, cioè di quelle digitali che ognuno volendo si può comprare: a mimare il cinema per caso,il cinema che insegue solo il vero e il fattuale senza preoccuparsi di formalismi. Storia che è a più storie. Raccontate da diversi personaggi e punti di vista, in una strutturazione di racconto a tessere e frammenti non più così sperimentale come pretenderebbe di essere, e ormai un filo sdata. Parlano di fronte alla macchina da presa non solo Arman e Amélie, ma il migliore amico di lui Benjamin. E la ragazza di Benjamin, Katia. E la sorella di Arman. Il che non ha molto senso, a ben pensarci, è più un vezzo avantgarde-parigino di derivazione più letteraria che cinematografica, visto che – nonostante frantumazioni e moltiplicazioni dei punti di vista – l’asse narrativo, la storia vera, resta solo e soltanto quella tra Arman e Amélie, e solo di quella ci interessa, il resto è puro accessorio. Si diceva: il film parte bene. Poi subito imbocca stade sconnesse e deviazioni, tipo le orride scene della vita-oltre-la vita, di quando Arman in ospedale si immagina nell’al di là. O cose assolutamente collaterali e solo bizzarre, come la storia del cugino di Katia. Sébastien Betbeder flirta con troppi vezzi e manierismi e trascura la polpa del racconto, e paraculeggia senza ritegno, andando sulla carineria-snob in dosi massicce e non smaltibili. Ma tutti i suoi limiti li mostra quando fa irruzione nella storia una faccenda seria come l’aborto di Amélie, che, rimasta incinta di Arman, si libera del bambino senza neanche dirglielo. Ecco, qui Sébastien Betbeder dvrebbe tira fuori le palle, scaravoltare tutto, concentrarsi sui due protagonisti e la loro reazione. Intendiamoci, non è che il regista eluda questo nodo, ma non ce la fa ad abbandonare quel tono garbato di pura superficie con cui ha condotto il film fino a quel momento. Ma da quel momento il film diventa un’altra cosa, e il regista non riesce, o non vuole, prenderne atto. Il suo stare in superficie, e una certa vacuità, richiamano il vuoto di motivazioni che porta Amélie ad abortire. Vuoto allarmante perché rivelatore di un mondo, di una generazione, di una cultura ormai pervasiva che non ha le palle per confrontarsi con il vero della vita, i suoi ostacoli, le sue sofferenze. Onore comunque al protagonista Vincent Macaigne, già visto a Locarno in un bel film in concorso che avrebbe meritato di più, Tonnerre.

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