Torino Film Festival. IDA (recensione): due donne e il dopo Shoah. Dalla Polonia un film già vincitore del festival di Londra e qui (purtroppo) fuori concorso

Ida, regia di Pawel Pawilowski. Con Agata Kulesza, Agata Trebuchowska, Dawid Ogrodnik. Sezione Festa Mobile.IDA_1
Arriva fuori concorso il film che ha trionfato e convinto tutti al London Festival, il polacco Ida. Austero bianco e nero per raccontare di due donne nella Polonia primi ’60, una ragazza che sta per farsi suora e che scopre le sue origini ebraiche, e
la zia che la condurrà nei gironi infernali del passato di famiglia. Film che è una perfetta macchina da festival, e che solo nell’ultima parte perde compattezza. Voto tra il 7 e l’8IDA_2
Una implacabile macchina da festival. Difatti il polacco Ida ha vinto il mese scorso il London Film Festival, e qui tutti (molti) a dire, peccato non sia in concorso, chè se li papperebbe tutti. Per capirci, Ida è in bianco e nero e in formato 4:3, come tanta roba che si vedeva nei gloriosi anni Sessanta ai Cineforum. E nei primissimi Sessanta è difatti ambientato, in una Polonia plumbea e innevata come si conviene a un film polacco autoriale, e naturalmente c’entra la Shoah. Però. Però liquidarlo solo come un film da festival – cosa che, intendiamoci, è pienamente – sarebbe un attimo riduttivo e pure ingiusto. Questo film è di più. Prende quel genere, quella convenzione, per immettervi nuove inquietudini, nuove crepe, per forzarne la forma (e i contenuti), portare quei caratteri al limite e al punto di rottura. Si racconta di Olocausto, ma del lascito psicologico sui sopravvissuti, e anche sui carnefici, e su coloro che né collaborarono né si attivarono per salvare. La lunga zona grigia. È una ricerca sul passato, è una resa dei conti. Dove Male e Bene si possono confondere, dove il giusto può rovesciarsi di colpo nel suo contrario. Due donne si ritrovano nel 1960, e insieme scaveranno nel loro comune passato. Come le due donne – l’aguzzina di un lager e la sua vittima – che si ritrovano per caso su una nave in un film polacco anni Sessanta sicuro riferimento di questo, La passeggera di Andrzej Munk. Come si intravedono, in Ida, l’influenza e l’ombra di altri Shoah-movies centro-europei di quel decennio, magnifici, potenti, squassanti, anche se oggi dimenticati, come il cecoslovacco Il negozio al corso. Ida sta per prendere i voti in convento, poche settimane prima di quel passaggio fondamentale la superiora le consiglia di fare visita all’unica parente che le sia rimasta, una zia. Ida è perplessa, quella zia non è mai venuta a trovarla, né lei l’ha mai voluta conoscerla. Sembra l’inizio di Viridiana di Buñuel, anche lei novizia alle soglie dei voti, anche lei consigliata dalla madre superiora di far visita a un parente, in questo caso uno zio. Esattamente come in Viridiana, anche in Ida (sarà una volontaria citazione da parte del regista Pawilowski?) a causa di quell’incontro e dopo quell’incontro niente sarà più come prima, e la vita prenderà un’altra direzione. La zia, di nome Wanda, bella donna anche se rovinata da molto alcol e segnata da promiscuità sessuali, a quella nipote vestita da suorina che le si presenta alla porta rivela subito brusca ‘ecco qua, una suora ebrea’, rivelando alla basita Ida che loro sono di famiglia israelita, che solo lei si è salvata perché affidata bambina a un prete, che madre e padre sono stati ammazzati. Ecco, già questo è un gran coup de théatre. Quel che segue è la ricerca da parte della strana coppia femminil-parentale – la zia che di mestiere fa la giudice (anche se l’hanno degradata per via del troppo bere) e fa parte della nomenklatura comunista, e la timida nipote sempre con il crocefisso in mano – di quel che è stato. I genitore di Ida erano stati protetti e nascosti da una famiglia cristiana, ma poi cosa è successo? Chi li ha traditi? Chi li ha ammazzati? In questo viaggio incontrano un giovane sassofonista in giro per concerti in sale da ballo e piccoli club, il che ci permette di assistere a spettacolini in puro stile real-socialista anni Sessanta con però venature e voglie d’Occidente, e quando sentiamo in rapida successione I love in Portofino, Ventiquattromila baci e Guarda che luna ci torna in mente Ti ricordi di Dolly Bell? di Kusturica e riflettiamo su come in quel tempo noi, con i nostri Sanremo e il nostro pop, eravamo una potenza ed esportavamo everywhere, mica come adesso. Comunque il sassofonista, che è un figo, suona anche Coltrane, con il quale conquista la suorina (con Ventiquattromila baci sarebbe stato troppo cheap). La verità, orripilante e peggio di quanto si potesse pensare, verrà a galla, e sarà una ferita psichica difficile da sopportare per le due donne. Ida ha anche una notte col musicista, giusto per farci capire quanto si senta dilaniata tra andarsene dal convento o prendere i voti. Dilaniata, anche, tra la sua ritrovata identità ebraica e la fede cristiana in cui, fin dal tempo in cui venne salvata da un sacerdote, è stata allevata. Un film che, più che sulla Shoah, è sul dopo, e sull’identità fluttuante e incerta. Con uno stile austero da oratorio laico che ricorda i maestri Bresson e Dreyer, ma che ingloba anche l’esperienza più recente di Bela Tarr. Ida è perfetto, non mi vengono altre parole, fino alla sequnza della rivelazione della verità. Poi perde compattezza, si spampana. Ma resta qualcosa di eccellente. Di fronte a un film così c’è da chiedersi come mai Barbera non l’abbia portato a Venezia, visto che poche settimane dopo l’han proiettato al London Film Festival. Peccato, è uno di quei titolo che faranno il giro del mondo e verranno candidati a molti premi, e avrebbe portato il marchio Biennale Cinema ovunque.

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