Torino Film Festival. UNA DONNA E LA GUERRA (recensione): sesso, bombe e serial killer nel Giappone al tramonto

Una donna e la guerra (Senso To Hitori No Honna) di Junichi Inoue. Con Noriko Eguchi, Masatoshi Nagase, Jon Murakami. Torino 31 (Concorso).SENSO-TO-HITORI_1
Mentre si avvicinano la fine dell’impero giapponese e l’atomica su Hiroshima, una prostituta e uno scrittore fanno furiosamente l’amore. Lei peraltro le bomba le adora, e troverà il massimo appagamento sessuale con un assassino seriale di donne. Eros e Thanatos in un film trucibaldo e sgangherato, ma con una sua rozza vitalità. Non un capolavoro di buon gusto, però meglio di tanti filmetti esangui. Uno dei guilty pleasure di questo festival (insieme al coreano). Voto 6SENSO-TO-HITORI_2
Guerra e sesso, e la guerra, il pericolo in genere, come eccitante sessuale, come viagra che dischiuda le porte dell’estasi erotica. Una connessione che non abbiamo mica visto così spesso al cinema, o in letteratura. Ma è il binomio – variazione della solita accoppiata eros & thanatos – su cui si fonda questo eccentrico, un po’ perverso, parecchio trucido e sporcaccione film giapponese. E per fortuna però che ai festival ci sono gli estremo-orientali, i nipponici ma soprattutto i coreani, che magari ci indignano con la loro spudoratezza e sgangherataggine, con i loro film sguaiati e maleducati, ma che pure ci fan godere di piaceri cinematografici inconfessabili e peccaminosi. Nessuno oggi in Occidente oserebbe più mostrare, come in questo Una donna a e la guerra, una prostituta neanche troppo redenta che trova belli come fuochi artificiali i bombardamenti sul Giappone prossimo al collasso (siamo sul finire della seconda guerra mondiale, con l’impero del sole alla disfatta) e finisce – lei che era diventata frigida nei bordelli – col ritrovare l’eccitazione in situazioni di pericolo estremo. Cose così da noi le si faceva negli anni Settanta, non più adesso in tempi così bon ton, di trasgressioncine sessuali tutt’al più fashionizzate e glamourizzate in molte sfumature di vari colori eleganti e signorili.  Qui la ragazza uscita dai bordelli si mette con uno scrittore che la ama e la adora come un bambola di carne, provando piacere ma non riuscendo a farlo provare a lei. Intanto lui si strugge per il Grande Giappone ormai vicino alla fine, rimpiange la grandezza perduta, prefigurando già i tormenti e le nostalgie di uno Yukio Mishima. Intanto, un reduce dall’invasione giapponese della Cina rimasto monco del braccio destro non riesce a dimenticare l’odore del sangue e l’ebbrezza provata nell’uccidere e nello stuprare. Finirà col rapire giovani donne, violentarle e ucciderle. Arrivano gli Americani, e arriva il momento fatale in cui la prostituta – nel frattempo allegramente vendutasi ai vincitori-invasori (con confronti di dimensioni tra peni giapponesi e americani, e indovinate chi vince e chi perde) incontra il serial killer, e sarà incredibilmente esplosione dei sensi. Scopate e gemiti mentre cadono le bombe e si annunciano Hiroshima e Nagasaki, imperialismi guerreschi che si trasformano in feste del sangue e del sesso, strangolamenti che spalancano il paradiso dei sensi. Urtante. Impudico. Sballato. A tratti imbarazzante. Però scrivendone a un giorno di distanza mi rendo conto di come questo film non riesca ad andare via dalla mia mente, come invece è accaduto a tanti altri, subito cancellati. Vorrà pur dire qualcosa. Non so se sia nato un autore, però questo sregolato Junichi Inoue teniamolo d’occhio, non si sa mai. (La scheda di presentazione sul sito del TFF a proposito di questo film tira in ballo Oshima e Wakamtsu; del primo non c’è la coerenza stilistica e il senso della forma, del secondo in effetti c’è un che di trucibaldo e vitalmente rozzo).

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