Torino Film Festival 2013. Il greco LUTON è la vera rivelazione del festival (recensione)

Luton, regia di Michalis Konstantatos. Con Nicholas Vlachakis, Eleftheria Komi, Christos Sapountzis. Grecia 2013. Presentato nella sezione ‘Onde’.LUTON_1Il nuovo cinema greco ci manda un’altra opera che lascia un segno forte. Disturbante, salutarmente malsana, in linea con il cinema di Yorgos Lanthimos (Dogtooth, Alpis) e con l’Alexandros Avranas di Miss Violence. Tre personaggi – un uomo, una donna, un ragazzo – in un città di atroce anonimato. Tre vite di ordinaria piattezza che sembrano non incontrarsi mai. Eppure qualcosa che li unisce c’è, ed è qualcosa di mostruoso. Un film che lascia senza fiato. Una scoperta. Voto 8 e mezzoLUTON_2In un festival che ha abbondato in opere di importazione da altre rassegne, opere peraltro spesso formidabili (da l’Ultimo degli ingiusti di Lanzmann a Only Lovers Left Alive di Jarmusch passando per Frances Ha di Baumbach), invece di film poco conosciuti davvero importanti, e folgoranti, se ne son visti pochi. La vera rivelazione del TFF31, insieme al canadese Blood Pressure, è questo film greco di un regista trentaseienne, Michalis Konstantatos, al suo primo lungometraggio. Dalla Grecia continuano ad arrivare cose che spiazzano, e allarmano salutarmente, grattando via false certezze, autrorassicurazioni, autoinganni. Come se il signor Michael Haneke si fosse trasferito da Vienna molto più giù, tra Egeo e Ionio, trapiantando lì il suo cinema della minaccia e della nuova amoralità. O della bestialità appena appena nascosta sotto l’umano. Yorgos Lanthimos con Doogtooth e Alpis, e Athina Rachel Tsangari con Attenberg, hanno fondato questa nouvelle vague ellenica, tracciando le coordinate e i codici di una fare cinema volutamente malsano. Poi è arrivato l’Alexandros Avranas di Miss Violence, una scudisciata (cui naturalmente a Venezia il salotto buono della nostra critica ha preferito Philomena e Sacro GRA). Adesso, perfettamente in linea, ecco questo Luton. Personaggi catatonici, torpidi e stolidi, chiusi in una quotidianità senza riscatto, compressi e repressi, incubatori di germi socialmente patogeni e potenzialmente devastanti. Ambienti medio-piccoloborghesi di atroce medietà e banalità, ma sotterraneamente marci, ammuffiti, corrosi, imputriditi. Climi soffocati di cui ti sembra di sentire i miasmi e l’odore insopportabile di chiuso. Sono costanti del nuovo cinema greco, elementi eternamente ritornanti da un film all’altro, da un autore all’altro, propagatasi come in un contagio. Luton ce li ha tutti, questi elementi, e nello stesso tempo è un film fortemente personale, non derivativo. Tre personaggi, in apparenza senza alcuna connessione tra loro. Gente di cui sappiamo e sapremo poco, che conosceremo solo attraverso i loro atti, i loro movimenti nello spazio dell’inquadratura, il loro interagire quasi per automatismi con il mondo. Una donna tra i trenta e i quaranta, dall’aria dura, con un che di sfingeo. Lavora come avvocato, una sera in un parcheggio fa un pompino a uno che forse è il suo uomo o forse un incontro occasionale, va in ospedale dalla madre malata e neanche le fa un gesto di affetto, neanche la guarda in faccia. Un uomo sui cinquant’anni, sgraziato, proprietario di un minimarket di ordinario squallore e sordidume, con una moglie che come regalo di compleanno si fa scopare (da dietro) sulla tavola ancora apparecchiata con i bicchieri di spumante. Un ragazzo, studente di un qualche liceo, concupito da una ragazza che lui non desidera, mentre la ragazza che lui desidera se ne sta con un altro. Atono, infiacchito, demotivato. Due di loro ricevono lo stesso sms: “L’utima volta è stato bellissimo, rivediamoci stasera”. Un indizio di quello che scopriremo a due terzi e passa di film. (ATTENZIONE, DA QUI SPOILER). Sì, tra i tre c’è una connessione. Sono una squadra, una banda criminale. Prendono di mira i deboli, gli ultimi, gli esclusi, i diseredati, i reietti, e si divertono a umiliarli, torturarli, ammazzarli. Bloccano per strada una ragazza ed è stupro. Fanno fuori una vecchia uscita a buttare la spazzatura. Danno fuoco ai cartoni sotto cui dorme un immigrato. I tre che abbiamo visto per gran parte del film muoversi da persone qualunque tra gente qualunque, sono mostri. Mostri qualunque. Domani colpiranno ancora, e domani l’altro ancora e ancora. Luton (e il suo regista) non fa la predica, non spiega, non sociologizza, non lancia proclami, non si indigna, si limita a mostrare freddamente come in un referto d’obitorio i suoi carnefici della porta accanto. Gran film e, diciamolo, non se lo aspettava nessuno. Io sono andato a vederlo abbastanza per caso, spinto solo dal mio interesse per il nuovo cinema greco, ed è stata una scoperta. Alla fine sulla platea è calato un silenzio assordante, e la sensazione di aver assistito a un film raro. Un autore è nato, e stiamo a vedere di cosa sarà capace in futuro. (Luton è il sobborgo londinese dove viene poi spedito a studiare il ragazzo co-protagonista dai genitori, esasperati dalla sua inefficienza scolastica e dalla sua abulia, e ovviamente ignari del suo agire criminale).

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