Torino Film Festival, BILANCIO del giorno dopo. I segni più e i segni meno

Paolo Virzì, direttore dell'appena concluso Torino Film Festival 2013.

Paolo Virzì, direttore dell’appena concluso Torino Film Festival 2013.

L’edizione numero 31 del Torino Film Festival, la prima della gestione Paolo Virzì, si è chiusa ieri 30 novembre con numeri incontestabilmente positivi. Così buoni da giustificare una certa euforia da parte degli organizzatori. Al 29 novembre, penultimo giorno di festival, gli incassi erano a 254.000 euro rispetto ai 189.000,00 del 2012, con un incremento abbastanza strabiliante del 34%. Un successo al di là di ogni ragionevole dubbio e una risposta, anche, al +22% di biglietti emessi quest’anno ripetto all’anno precedente sbandierato dal rivale Roma Film Festival. Un festival, quello di Torino, che, diversamente da Cannes o da Venezia (da sempre orientati soprattutto su stampa e addetti ai lavori), si rivolge primariamente al pubblico, alla città, somigliando in questo al più grande e migliore festival metropolitano esistente, la Berlinale (che nel 2013 ha visto salire i biglietti staccati alla cifra impensabile dalle nostre parti di 350.000). Per dirla nell’orrido linguaggio politichese-burocratico da assessorato, il TFF è un festival consolidato nel territorio. Sempre più festival di Torino e dei torinesi, che affollano quasi tutte le proiezioni, compresi film non proprio facilmente commestibili. Pubblico appassionato, fedele, dotato di notevole tempra e resistenza, che a Milano, nella Milano in cui vivo e che conosco, ho l’impressioni che manchio non sia così nutrito. Fors’anche perché non ci sono rassegne di cinema di pari forza che un pubblico lo sappiano allevare, coltivare, allettare, abiatuare a certo cinema edgy (né le rassegne dei film da Venezia e Cannes, né il Milano Film Festival, o il FilmMakerFest o il festival del cinema afro-asiatico-latinoamericano possono lontanamente competere con Torino). Mi chiedo cos’abbia fatto volare quest’anno l’affluenza al TFF e per capirci qualcosa bisognerebbe avere i dati disaggregati per sezioni, meglio ancora per singolo film. Si possono al momeno solo azzardare delle ipotesi:
A) Forse c’è stato un aumento dell’offerta, son stati programmati più film (questa è la mia impressione, soprattutto per via della retrospettiva-colossal), e la maggiore offerta ha creato una maggiore domanda.
B) La retrospettiva sulla New Hollywood ha portato o riportato nei cinema titoli assai famosi e storici, coinvolgendo sia chi li aveva già visti a suo tempo sia le generazioni nuove che al massimo li hanno conosciuti in dvd o streaming. Woodstock, Easy Rider, Cinque pezzi facili, L’ultima corvée, L’ultimo spettacolo, California Poker hanno di sicuro attirato più gente e più paganti della bellissima e assai più cinefila e interessante retrospettiva dedicata l’anno scorso a Joseph Losey. Io, che di mio non sono un nostalgico, la rassegna New Hollywood l’ho disertata, andando a vedere solo il rarissimo The Swimmer (Un uomo a nudo), film maledetto e quasi leggendario di Frank Perry che da una vita inseguivo. Però il pubblico la restrospettiva l’ha di molto apprezzata, ho sentito io stesso dei ragazzi fremere per Easy Rider (non l’avrei mai creduto) e penso stia qui uno dei motivi del boom di presenze. Sono dell’idea che un festival debba puntare su rertrospettive meno mainstream di questa e più affilate criticamente, più rigorose, come fa Locarno (quest’anno con tutto Cukor, negi anni scorsi CON Otto Preminger, Vincente Minnelli e Lubitsch). Ma il pubblico ha sempre ragione no? E allora bene così.
C) Una certa qual vena pop introdotta da Virzì nella tradizione autoriale del TFF evidentemente ha pagato. Mi riferisco ai film della sezione Festa Mobile/Europop, neo-nata e voluta del neo-direttore arrtistico per mostrare i campioni di incasso dei vari paesi europei, grandi successi in patria che però difficilmente varcano le frontiere, come capita alle nostre commedie (chi volete che vada a vedere Zalone a Vienna, Stoccolma o Barcellona?). Si son visti così l’irlandese The Stag, il grancese Molière in bicicletta, lo svedese Monica Z, che agli spettatori del TFF son molto piaciuti, soprattutto il primo. Nella sezione Europop è stato infilato anche l’esordio registico di un attore che pop lo è davvero come Claudio Amendola, La mossa del pinguino, una presenza che avrà fatto arricciare il naso ai puristi, alle vestali della tradizione del TFF, ma che di sicuro non ha scontentato il pubblico.
D) Altro motivo del successo, l’alta quantità di ottimi e in qualche caso grandi film già presentati in altri festival, ma non ancora visti in Italia. Una lista davvero impressionante. Frances Ha di Baumbach, All is Lost, L’ultimo degli ingiusti di Lanzmann, Inside Llewyn Davis dei Coen, Only Lovers Left Alive di Jarmusch, E agora? Lembra me di Pinto, Historia de la meva mort di Serra, Ida, Prince Avalanche, La danza de la Realidad di Jodorowski, e altro ancora.
E) Ha funzionato l’immissione di titoli furbi e mainstream o comunque facili, come il film d’apertura Last Vegas, il (grossolano) film di chiusura Grand Piano, gli horror e gli spaventevoli della sezione After Hours.

Allora, tutto bene? No, anche se spiace dirlo. Al di là dei numeri in crescita, ho l’impressione che il Torino Flm Festival stia invece visibilmente arretrando nel panorama dei film festival internaionali, panorama sempre più affollato e competitivo, di una competizioine spesso selvaggia, con rassegne extraeuropee ormai issate al vertice (Toronto, Sundance, il coreano festival di Busan) e con vecchi festival europei in forte recupero, rivitalizzati da nuove gestioni e visioni (San Sebastian, tornato a essere un punto di richiamo con la vittoria l’anno scorso di Nella casa di Ozon e quest’anno di Pelo Malo, e Karlovy Vary, finestra sempre più rilevante sul cinema del centro e est Europa). Si fa sentire anche la concorrenza di Roma, dove quest’anno si son viste buonissime cose, in concorso e fuori. Torino è sempre più una grande vetrina a uso della città, un supermercato di alta gamma dove puoi trovare un’offerta abbondante e per molti gusti, e riesce ad esserlo perché ha scelto, o si è trovato a dover scegliere, di essere un festival di riproposte di film già presentato in prima mondiale altrove. Un festival, per dirla tutta, di ricicli, ottimi ricicli intendiamoci, fatto con squisita eco-sensibilità (cinefilia), ma pur sempre di riciclo si tratta. Diminuiscono gli inediti, si abbassa l’offerta di prime visioni mondiali o almeno internazionali, per chi è un frequentatore del circuito festivaliero internazionale il déjà-vu è francamente troppo. Certo, per chi ai festival non va, cioè la stragrande maggioranza degli spettatori, non si pone il problema. Però inutile negarlo. Un fetival si misura, il suo rango si misura ancora e sempre, sulla sua capacità di attrarre film importanti inediti, di essere piattaforma e pista di lancio per i nuovi film. Come Cannes, come Venezia, come Berlino. Quando Barbera parlando di Venezia ribadisce come in concorso al Lido debbano esserci solo film mai visti da altre parti ha ragione (la sua polemica si riferiva, se ricordo bene la famosa intervista da lui rilasciata al sito di Le Monde, al fatto che Under the Skin di Jonathan Glazer, in competizione a Venezia, fosse stato presentato a tradimento pochi giorni al Telluride Festival). No, non è machismo festivaliero, non è un’esibizione muscolare d’altri tempi, sono le regole spietate della conpetizione (festivaliera) globale. O arrivi prima degli altri ad accapparrati i film migliori, o scendi nel ranking. Torino mi pare abbia riunciato ad andare a caccia di film inediti, o almeno non riesce più a presentarne in quantità sufficiente, e questo finisce con l’indebolirlo. Pefino il Concorso ha riciclato parecchio, troppo film da altri festival, come ho già scritto, e se guardiamo al palmarès vediamo che il vincitore Club Sándwich ha già fatto il giro a New York Festival e a quello di San Sebastian, che Pelo Malo (due premi: migliore attrice e migliore sceneggiatura) ha addirittura già vinto a San Sebastian, che Le Démantèlement (premio migliore attore) lo si è visto lo scorso maggio alla Semaine della Critique a Cannes. Scusate, vi sembra una cosa da rassegna di cinema di prima fascia? A me no, e lo dico senza malanimo, anzi nella speranza che Torino si rafforzi. Se l’obiettivoo fare numeri, numeri sempre più grandi (come vogliono le leggi del mercato, che son poi quelle degli sponsor e dgli enti pubblici che ci mettono i soldi e voglio risultati immediati da sbandierare) allora avanti così, con un festival-vetrina sempre più ricco di offerta. Se di vuole restare invece tra le rassegne davvero importanti, di risonanza non solo locale, bisogna riqualificare il concorso, che, piaccia o meno, è sempre il cuore, il nocciolo, l’elemento rivelatore di un festival e della sua reale levaltura. Tant’è che perfino Toronto, vetrina non competitiva per eccellenza, sta adesso introducendo, in modo anche surretizio, premi e sottopremi. Riqualificare il concorso vuol dire setacciare la produzione mondiale, fare un lavoro di scouting e di semina per avere risultato sul medio-lungo periodo. Significa arrivare prima degli altri a metter mano sui film giovani più interessanti. Sì, sento già le obiezioni: ci vogliono i soldi. E quest’anno, da quel che si è sentito nei corridoi e negli anfratti della (nuoiva) sala stampa, il budget è stato drasticamente ridotto, credo a 2 e mezzo-3 milioni di euro (se sbaglio correggetemi), niente a confronto dei 7 dichiarati di Roma, degli 11 di Venezia o, per stare a un festival paragonabile per ordine di grandezza  Toriino, a dei 10,5 milioni di euro di Locarno. Forse si potrebbe tagliare qualcosa per investor di più e meglio sul concorso. Si potrebbe anch semplificare e sfrondare la mappa del festivl, che così si presenta confusa, non così facile dadecifrare, con troppe sezioni, alcune di incerta identità. Sfrondare, ridefinire, ricompattare. Servirebbe anche far venire un po’ di star, che però, si sa, costano. E allora perché non puntare di più sulla nuova moda festivaliera dei masterclass, che poi altro non sono che incontri di autori e attori e nomi variamente celebri con il pubblico. Qualcosa in tal senso si è visto e fatto a questo TFF, ma si può fare di più. Il successo di simili iniziative in altri festival (penso a Locarno con Werner Herzog e a Roma con Wes Anderson), indica come sia una strada percorribile.

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