Prima della Scala 2013: LA TRAVIATA salvata da Violetta. Regia kitsch & camp già straculto

fotoAlla fine di questa Traviata che ha verdianamente aperto l’anno di Scala 2013-14  così si son distribuiti fischi e applausi (almeno stando a quanto se ne percepiva attraverso la diretta Rai in HD, canale 501). Allora: distinti buuh dal loggione per il tenore polacco Piotr Beczala, un Alfredo non proprio giovane ma di incontestabile presenza fisica, e però dalla voce (per quanto ne posso capire io, che melomane non sono, e solo un ascoltatore d’opera occasionale) dal timbro non gradevole, un po’ acido, un po’ metallico. Partito secondo me piuttosto male, ha poi recuperato, ma non abbastanza da soddisfare i loggionisti, che l’hanno puntualmente beccato. Buuh anche per il direttore Daniele Gatti, e qui non vi saprei dire perché, aspetto il parere di chi ne sa. Applauso caldo assai per l’Annina di Mara Zampieri, così somigliante a Giusi Ferré, a partire dai capelli rossi e corti, che vien da chiedersi se il regista russo Dmitri Tcherniakov non conosca l’arbitra elegantiarum di Buccia di banana. Ovazione per Diana Damrau/Violetta, la quale col suo vocione sicuro, anche se privo di sfumature (ripeto: lo dico da semplice orecchiante), ha salvato la serata dalla rivolta dei loggionisti. Che sono, si sa, furiosi ed eccessivi e iper conservatori, vestali di non si capisce bene quale ortodossia scaligera e refrattari anche alla più timida innovazione. Però, diciamolo, tutti i torti non li hanno avuti a distruggere a fischi il regista russo Dmitri Tcherniakov quando, trascinato da Daniele Gatti, tardivamente è apparso in scena. Non mi allineo con la loro retro-visione, non mi scandalizzo alle contemporaneizzazioni di allestimenti operistici, ci mancherebbe. Son cinquant’anni che se ne vedono di ogni, cosa volete che sia un signor Tcherniakov che immerge La Traviata in scenografie vagamente contemporanee, e altrettanto fa con i costumi. Una contemporaneità, se così si può dire, peraltro alquanto retrò, con parecchio di anni Venti, e con un qualcosa di polveroso non così distante dall’Ottocento. Direi anzi che questa strana contemporaneizzazione vintage non dà per niente fastidio e risulta tra i segni positivi della serata. Piuttosto, a lasciare perplessi è la grevità, la pesantezza impressa dal regista a ogni gesto, ogni movimento, ogni scena. Scordatevi Visconti, e se è per questo pure Zeffirelli e la Cavani (che alla Scala mise in scena una Traviata rimasta in repertorio per vent’anni e più), qui ogni finezza, ogni sottigliezza è perduta. Ogni sottotesto viene esplicitato, ogni allusione sgangheratamente portata in primo piano. L’introduzione di elementi incongrui e/o anacronistici è programmata e attuata con la leggerezza di un pachiderma e con voluttà provocatorio-nichilista un po’ (un po’) teppistica. Mi riferisco all’ormai mitologico mattarello con cui Alfredo, nella fase d’amore-passione là nella casa di campagna, stende vigorosamente la sfoglia, aiutato da una Violetta in abito molto camp da collegiale che a sua volta impugna con grossolana allusività il suddetto attrezzo fallico. Mi riferisco alla parrucca da lei sfoggiata all’inizio dell’ultimo atto, di cui poi si libererà, et pour cause! Ancora: Alfredo che si presenta con fiori e pasticcini all’appuntamento ultimo e fatale; il culturista a torso e bicipiti nudi nel gran party dopo il ritorno a Parigi; il bric à brac nella cucina di campagna; le bottiglione di vodka e whisky scolate da Violetta disperata; le pastiglie ingollate come una qualsiasi povera tossica di benzodiazepine; il piumone-giaciglio della tubercolotica ormai terminale. Gestualità primaria e primitiva da teatro dei pupi, Violetta e Alfredo che non perdono occasione per toccarsi, strusciarsi, palparsi. Scene d’insieme (in ogni caso le migliori), quelle delle feste, che a me han ricordato il neobarocco e il dopo-kitsch di Baz Luhrmann, massimamente quello ultimo del Grande Gatsby. Ma più che al neobarocco, qui siamo al neobaraccone. Pensare che il signor Tcherniakov nelle varie interviste rilasciate ha detto di essersi ispirato ai più crudeli kammerspiel di Ingmar Bergman, al suo intimismo. Deve aver visto un altro film e altri film. Dominano, nel décor e nei costumi, i colori chiassosi e sgargianti: quel rosa salmonato che ricorre in tutti gli ambienti e si impone come la cifra cromatica dell’allestimento, e poi i rossi, gli arancioni e gli aranciati, i gialli. Come a esorcizzare i toni plumbei e nerissimi della progressiva discesa di Violetta nella malattia e nella sconfitta. Però. Però dalla sua Tcherniakov ci mette anche parecchio vigore. Questo allestimento è pieno di energia, ha una sua baldanza giovanile indubbia, e la rozzezza – credo voluta – mantiene alto il tasso di spettacolarità e tien desta l’attenzione. Ci si potrà irritare e pure arrabbiare per lesa tradizione, però di sicuro non ci si annoia. Che poi il kitsch, intenzionale o meno, è sempre di massimo divertimento se lo si sa prendere dal verso giusto. Scusate, ma perché il culturista, che non mi pare abbia sostenuto una gran parte, è comparso più volte alla fine a ricevere gli applausi?

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