TRAVIATA (apertura Scala) – dopo la prima parte. Trionfa il mattarello, ed è più Luhrmann che Bergman

Diana Damrau alle prove con il regista Tchernakov

Diana Damrau alle prove con il regista Tchernakov

Non sono un esperto di opera, solo un ascoltatore e spettatore intermittente. La prima parte di questa Traviata che apre la stagione alla Scala 2013-14 l’ho vista qui a Milano al cinema Palestrina: 15 euro (quindici!), per poi scoprire dalla mia rumorosa vicina – applausi anche a sproposito e bravo continui quanto inutili – che solo tre file della sala sono di paganti, le altre son tutte occupate da omaggiati dei biglietti rilasciati dal comune ai Cam. Chiedo all’informatissima signora: ma cosa sono ‘sti Cam? Lei: mah, i centri dove vanno gli anziani (scopro adesso su internet che l’acronimo sta per l’orrendo Centri Aggregazione Multifunzionale. Aggregazione Multifunzionale? ma si può?). Ah ecco. Difatti l’età media della platea è sui 70 (alla Scala-Scala, quella vera, anche più alta, quelle volte che mi capita di andarci).
Comincia lo spettacolo, tramesso in digitale da Microcinema. Su direzione orchestrale e voci dico poco, capendone pochissimo. Lei, la tedesca Diana Damrau, mi pare che il vocione ce l’abbia, anche se la butta un po’ troppo sul virtuosismo belcantistico. Lui, il tenore polacco cui tocca di fare Alfredo, all’inizio mi pare sbandato, poi si riprende abbastanza. Il meglio della compagnia mi pare papà Germont, anche visivamente perfetto. L’Annina di Mara Zampieri curiosamente somigliantissima a Giusi Ferré. Regia appariscente, anzi sgargiante. Il russo Dmitri Tcherniakov calca la mano e i toni, Violetta è carnale e con tendenza bagasciona, gestualità che la buttano sul grassoccio. Lui che lavora la sfoglia al mattarello è già scena di culto, e questa Traviata passerà alla storia come quella del mattarello, non ce n’è. Sottintesi da vecchio avanspettacolo allorché lei impugna l’attrezzo allusiva. Non mi pare spettacolo di grande finezza, però una sua rozza efficacia ce l’ha. Che poi Verdi stravince sempre, su tutto e nonostante tutto, cosa volete che gli faccia un mattarello? De’ culto anche l’abito da collegiale da Violetta indossato nella casa di campagna, a sottolineare il suo passaggio dal vizio alla virtù. La prima parte dei brindisi, del ricevimento e del ballo sembra venuta fuori da Baz Luhrmann, soprattutto dalle più sfrenate e rutilanti scene del Grande Gatsby. Pensare che il Tcherniakov ha detto di essersi ispirato a Bergman. Ma dove, ma quando? (ma adesso comincia l’ultima parte, vado).

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