Dopo i 4 Oscar europei a LA GRANDE BELLEZZA: perché Sorrentino piace più all’estero che in Italia

Toni Servillo con l'Efa Awards come migliore attore. Con lui Diane Kruger

Toni Servillo con l’Efa Awards come migliore attore. Con lui Diane Kruger

110112_galDiciamolo, se l’aspettavano in pochi un risultato così buono per il nostro cinema, su cui siamo i primi a sparare a zero, spesso con ragione, qualche volta invece per puro autolesionismo e masochismo. Ieri 7 dicembre a Berlino La grande bellezza di Paolo Sorrentino si è portato a casa quattro EFA (European Film Awards), altrimenti – e impropriamente – chiamati Oscar europei, nati una ventina d’anni fa come premi Felix, e man mano cresciuti in credibilità e importanza. Ricapitolando quanto già ampiamente detto e scritto (in ogni caso, ecco la pagina EFA per chi volesse controllare alla fonte): 1) premio come migliore film; 2) premio a Paolo Sorrentino per la migliore regia; 3) premio a Toni Servillo come migliore attore; 4) premio a Cristiano Travaglioli per il montaggio. Ricordo che l’Italia ha vinto anche un quinto EFA, assegnato al glorioso Ennio Morricone come miglior autore di musiche (per La migliore offerta di Tornatore).
Risultato clamoroso per Sorrentino. Eppure La grande bellezza non è mai stato molto amato in Italia, o meglio, è stato amatissimo dal pubblico che l’ha subito adottato facendo salire gli incassi alla rispettabile cifra di otto milioni di euro, ma poco o niente dai critici. Chissà perché, si è innescato subito tra gli addetti ai lavori e tra il popolo dei social network – che qualcosa conta e che pilota spesso (o presume di pilotare e influenzare) il sentire della pubblica opinione – una sorta di rigetto. Per carità, il film di Sorrentino allinea meraviglie e sequenze alla soglie del capolavoro, per poi inabissarsi in altre insopportabili, ma la qualità visiva è sempre assoluta, ammaliante. Indiscutibile. Con segmenti di rara potenza, come peraltro ho scritto nella mia recensione postata su questo blog subito dopo averlo visto al festival di Cannes lo scorso maggio, dov’era in concorso. Ecco, Cannes. Alla fine della proiezione stampa ci fu un applauso interminabile, dieci minuti almeno, il più lungo fino a quel momento del festival. Sì, possibile che in sala ci fossero molti italiani amici e supporter, però ricordo distintamente come all’ovazione si fossero uniti immediatamente e con convinzione molti giornalisti stranieri. Poi, la sera, mi sono stupito di vedere su Facebook e Twitter parecchie prese di distanza italiane, puntute e cattive, dal film, proiettato in contemporanea con Cannes ai giornalisti a Milano e Roma. Bene, anzi male, malissimo, tutto un attaccare e stroncare, fino alla derisione. Il giorno dopo, a bocce un po’ più ferme, fu definitivamente chiaro da una rapida scorsa alle recensioni nostrane e straniere come La grande bellezza fosse risultato molto più gradito all’estero. Un caso perfino paradigmatico di nemo propheta in patria. Gli haters, insomma gli antipatizzanti, son poi cresciuti nel tempo, mentre all’estero, parallelamente ma in senso  contrario, il film guadagnava consensi. Ricordo un paio di mesi fa, sempre su Fb e Twitter, i commenti malevoli, se non indignati, dopo che l’apposita commissione di Roma lo aveva nominato nostro rappresentante nella corsa all’Oscar per il miglior film in lingua straniera, scelta invece saggia e sacrosanta, come ho scritto. Decisione che si è tirata adddosso contumelie, commenti beffardi e sghignazzi. Ora, questa aperta avversione in Italia resta difficile da capire, avendo più a che fare secondo me con i meandri della psiche dei detrattori che con l’oggettività dei fatti (ma poi, cos’è mai l’oggettività in una materia tanto labile e soggetta alle fluttuazioni di giudizio come il cinema?). Mi addentro in qualche spiegazione dello strano fenomeno. Sorrentino non è persona che si attiri immediate e forti simpatie, né lo è mai stato il suo cinema, sempre proiezione e materializzazione di un ego ben dimensionato. Il nostro sa di essere molto bravo e si propone senza mezzi termini e senza nascondersi come Grande Autore, e questo non piace mica a tutti. In La grande bellezza osa confrontarsi nientemeno che con il fantasma di Federico Fellini, e pensate che gli si perdoni una simile ambizione? Questo è un paese in cui è meglio stare schisci e muoversi sottotraccia, ché se alzi la cresta vieni impallinato. Ma lasciamo stare l’antropologia nazionale, e torniamo allo stretto specifico filmico. A irritare molti nostri critici e critichini è stato l’abbondante ricorso in La grande bellezza ai cliché, buoni e cattivi, sul nostro paese, anzi su Roma. Roma grande sirena e grande baldracca, Roma santa e puttana, Roma godona e penitenziale. Roma sfacciatamente percorsa da Sorrentino, osservata, fotografata, nei suoi landmarks più conosciuti e anche ovvii, Colosseo in testa, in una specie di vedutismo-cartolinismo sublimato però da un occhio infallibile. Chiaro che molti italiani, e molti critici italiani, trovino fastidioso rispecchiarsi in simile stereotipi. Ma è lo stesso motivo per cui all’estero sono impazziti e stanno impazzendo per il film. Questa è l’Italia che piace fuori dall’Italia, questa è l’Italia che gli stranieri vogliono ancora e ancora, l’eterna Italia dalla bellezza incomparabile che sa cattolicissimamente pentirsi nello stesso momento in cui pecca. Chi volete che resista alle passeggiate di Jep Gambardella lungo un Tevere ripreso e riproposto nella sua mitologica fascinazione? Difatti all’estero, soprattutto nell’area angloamericana, non resistono. Subito dopo Cannes il film di Sorrentino è stato venduto in mezza Europa e negli Stati Uniti, e da allora si sono aggiunti molti altri paesi (in questa pagina di Imdb, l’elenco di dove è uscito o sta per uscire), cosa non così consueta per le nostre produzioni. Sul mercato più difficile, quello nordamericano, è nei cinema – proiettato al momento in un numero limitato di sale, 23 per la precisione – dal 15 novembre scorso, con un incasso finora di 306.962 dollari, cifra significativa anche se in sé non esorbitante. Però, dato della massima importanza, la media per sala è alta, segno che La grande bellezza ha ottime potenzialità di sfruttamento ulteriore e migliorerà di sicuro la sua performance quando lo immetterranno in un numero più ampio di sale. Tantopiù se dovesse entrare, incrociamo le dita e tocchiamo il toccabile, nella shortlist dei nove titoli in corsa per l’Oscar come migliore film in lingua straniera, short list che verrà resa nota entro fine dicembre (mentre per le cinque nomination finali dovremo aspettare il 16 gennaio). Intanto, l’accoglienza da parte dei critici anglofoni è stata ottima. Altissima la valutazione di Rotten Tomatoes, il 92% (vuol dire che il 92% delle 63 recensioni prese in considerazioni sono positive), appena sotto lo score raggiunto su Metacritic, 85%. Tra i più convinti l’assai autorevole Peter Bradshaw del Guardian (“This movie looks and feels superb, it is pure couture cinema”, il film è superbo nel suo apparire e sentire, è puro cinema-couture”) e Anthony Lane del New Yorker (“The face of Toni Servillo is one of the treasures of modern cinema”, la faccia di Toni Servillo è uno dei tesori del cinema moderno). Elogi che dalle nostre parti non ci son stati, o almeno non nella stessa misura. Che La grande bellezza sia un’implacabile macchina di seduzione nei confronti di stampa e pubblico stranieri lo dimostra anche il fatto che Time, il più famosoi di tutti i newsmagazine (o di quel che ne resta, dopo la scomparsa del rivale storico Newsweek), lo ha messo al secondo posto nella lista dei migliori film del 2013, dopo Gravity di Alfonso Cuaron. E Sight & Sound, il mensile inglese che ogni dieci anni indice un referendum tra critici e registi di tutto il mondo per aggiornare la lista dei film migliori di ogni tempo, l’ha inserito al quarto posto della sua Top Ten 2013. Ce n’è abbastanza per rendere Sorrentino più che soddisfatto e far schiattare di rabbia i suoi (molti) detrattori.

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