Recensione. OLDBOY di Spike Lee è meglio di come lo si è dipinto

OOldboy, regia di Spike Lee. Con Josh Brolin, Elizabeth Olsen, Michael Imperioli, Sharlton Copley, Linda Edmond.OÈ arrivato il remake, firmato Spike Lee, del revenge movie anni Duemila del coreano Park Chan-Wook: preceduto da una pessima fama e da recensioni americane demolitorie. Ma se Lee fallisce nell’impresa di estetizzare e stilizzare la violenza (e Josh Brolin non lo aiuta), vince come narratore di una storia nerissima e avvincente. Non muovetevi fino alla fine. Voto 6+oldboy04
Il film più massacrato dell’anno, dai critici Usa e extra-Usa. In effetti, già era pazza l’idea di remikizzare il cultistico Old Boy di Park Chan-Wook, revenge-movie tratto da un manga oggetto di altrettanta devozione. Il cinema coreano – e in generale tutto quello lontano-orientale – è meglio lasciarlo dove sta, vista la difficoltà di tradurlo in altri codici linguistici e cinematografici, dotato com’è di una rozzezza quasi naturalmente necessaria, si potrebbe dire inscritta nel patrimonio genetico-culturale, che fuori patria e da quei contesti perde ogni giustificazione per degradarsi a bruto spettacolo. In più metteteci alla regia Spike Lee, un talento che volentieri sbanda e si fa voluttuosamente del male, uno che è riuscito a inanellare nella sua carriera un percorso filmico così denso di up e abissali down da darci le vertigini. In effetti, Oldboy è a tratti tremendo. Con un protagonista, Josh Brolin, che brutalizza il suo ruolo e il suo personaggio con un che di teppistico, con una grossolanità sbalordente. Gli devono aver detto di interpretare un uomo-bestia, e lui bestialmente si adegua al mandato senza applicare il minimo filtro, chessò, l’ironia. Con scene imbarazzanti, cito solo la lunga sequenza in cui il protagonista Joe Doucette (Brolin) fa fuori orde di assatanati uomini-gorilla del boss che l’ha tenuto in cella. Un solo-contro-tutti vittorioso che in una produzione hongkonghese o coreana sarebbe reso accettabile dalla perfezione formale e della bellezza coreografica dei movimenti nello spazio, e che qui risulta assurdo e basta. Lost in translation. Quando invece il film di Spike Lee si concentra sui personaggi e i loro tormenti migliora e si fa avvincente. Joe Doucett, dopo una notte passata in motel con una enigmatica ragazza, si ritrova prigioniero in quella stanza trasformata in cella (ma è quella stanza o una sua duplicazione?). Costretto a mangiare pessimo cibo cinese, a vedere del mondo là fuori solo ciò che gli fan vedere su uno schermo tv. Ne avrà per vent’anni, senza mai sapere chi abbia deciso la sua reclusione e perché, covando rancore e odio, le migliori molle per fare di lui un vendicatore esemplare, soprattutto dopo che il suo misterioso carceriere gli avrà mostrato il tape dell’efferata uccisione dopo stupro della moglie, e dell’affidamento della figlia a una nuova famiglia. Altrettanto misteriosamente viene liberato (dopo un suo tentativo d’evasione, e qui le cose non sono molto chiare), abbandonato in un baule Vuitton (meraviglia!) in una qualche parte. Più tardi capiremo il perché. Da lì si dipana una vicenda foschissima e assai noir, in cui entrano un amico dei tempi della scuola di Joe rimastogli fedele, una dolce ragazza (una meravigliosa Elizabeth Olsen, attrice da tenere d’occhio) dal passato tossico e ora volontaria in un centro di soccorso, il boss (Samuel Jackson) gestore per conto di svariati clienti del carcere clandestino in cui Joe è rimasto rinchiuso, due lontani compagni di liceo – un fratello e una sorella – dai torbidi segreti. Gli snodi drammatici funzionano a dovere, il plot – che ricalca con qualche variante quello originale di Park Chan-Wook – soggioga e alla fine conquista. A risultare falsi e fastidiosi son proprio i momenti efferati della vendetta, la tortura da parte di Joe del suo carceriere, gli assalti col martello, attrezzo feticizzato dal film coreano e qui ridotto e banalizzato ad arma qualsiasi. A Spike Lee non riesce quello che a Park Chan-Wook, a e a altri registi dell’action e del crime del Far East, è spesso riuscito, estetizzare la violenza, sublimare la brutalità attraverso una messinscena iper-realista e insieme antinaturalistica fino all’astrazione. La bellezza del sangue, motivo ricorrente in tanta cultura orientale (penso a Yukio Mishima), in questo Oldboy diventa solo orrore, puro orrore. Spike Lee fallisce nel tentativo, che non gli è congeniale, di stlizzare la violenza, gli va molto meglio quando si tratta di raccontare. Il che fa di questo film qualcosa da vedere, nonostante tutto il male che se n’è detto, spesso a priori e pregiudizialmente. Tra le note più goduriose, la caratterizzazione trash con derive camp del personaggio di Samuel Jackson e il Joe di Brolin con barba trasformato nella detenzione in una replica visiva, più che del Conte di Montecristo come da esplicita citazione, dell’abate Faria.

Questa voce è stata pubblicata in cinema, Container, film, Post consigliati, recensioni e contrassegnata con , , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.