Tony Manero, Rai Movie, ore 1,35.
No, qui John Travolta non c’è. Chiamasi Tony Manero perché il suo abbastanza repellente protagonista (siamo in Cile negli anni oscuri, polverosi e soffocati di Pinochet) vuol replicare il protagonista della Febbre del sabato sera ballando e acconciandosi come lui. Il film che ha fatto conoscere nel 2008 il talento di quel gran regista che è Pablo Larrain, il quale avrebbe poi realizzato due cose molto vicine al capo d’opera, Post Mortem e il più recente No, i giorni dell’arcobaleno. I quali, insieme con Tony Manero, hanno finito con il comporre una trilogia sul Cile del regime del generale Pinochet, pur trattandosi di film assai diversi tra loro. Come se Larrain avesse voluto scommettere sulla possibilità di raccontare quel clima, quegli anni ricorrendo a narrative assai lontane, come esplorando le facce di un prisma, e riuscendoci benissimo. Confesso di non aver apprezzato subito Tony Manero (presentato nel 2008 prima alla Quinzaine a Cannes e poi al Torino Film Festival, dove vinse) e di averlo recuperato solo alla luce dei successivi due film di Larrain. Mi urtò il sordido degli ambienti, la laidezza di un protagonista amorale e torpido che distoglie gli occhi dai continui attacchi alla libertà operati dal regime, e anzi è totalmente immerso in quel clima di delazione e tradimenti, e che ha come solo scopo, anzi ossessione, quello di clonare il suo mito Travolta. Con Alfredo Castro, l’attore feticcio di Larrain, visto anche in È stato il figlio di Daniele Ciprì.
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